INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 3 - IL COMMISSARIAMENTO PERMANENTE

  • Tommaso Villa

Ieri abbiamo raccontato gli enti che non decidono più soltanto in Ciociaria: la Camera di Commercio accorpata con Latina, i consorzi industriali confluiti nell’organismo regionale, la Banca d’Italia scomparsa dal capoluogo, le autonomie scolastiche ridotte e le sedi giudiziarie soppresse.

Oggi dobbiamo compiere un passo ulteriore. Perché anche quando un ente conserva il proprio nome, i propri uffici e la propria sede, può perdere una parte essenziale della propria autonomia: gli organi ordinari di amministrazione. Accade quando un presidente e un consiglio di amministrazione vengono sostituiti da un commissario straordinario.

Il commissariamento è uno strumento previsto dalla legge. Può essere necessario per affrontare un dissesto, garantire la continuità dei servizi, completare una fusione, riorganizzare un ente oppure coprire il periodo necessario alla nomina dei nuovi organi. Il problema nasce quando l’eccezione smette di essere “eccezionale”.

Quando gli incarichi vengono rinnovati anno dopo anno. Quando una riforma avviata nel 2016 non è ancora conclusa dieci anni dopo. Quando il commissario chiamato a traghettare un ente verso la normalità diventa la sua unica forma stabile di governo. È allora che la gestione straordinaria rischia di trasformarsi in commissariamento permanente.

Non è una questione di provenienza geografica. Diciamolo subito: non è possibile giudicare la competenza di un commissario attraverso il luogo di nascita o la provincia di residenza. Un professionista di Latina, Roma, Viterbo o qualsiasi altra parte d’Italia può amministrare un ente ciociaro meglio di una persona nata a Frosinone. Allo stesso modo, una nomina locale non garantisce automaticamente una buona gestione.

Il problema è istituzionale. Una provincia di quasi mezzo milione di abitanti deve chiedersi perché alcuni dei suoi principali organismi vengano governati per lunghi periodi da figure nominate direttamente dalla Regione, senza un consiglio pienamente operativo e senza una rappresentanza territoriale capace di discutere pubblicamente le decisioni. La domanda, quindi, non è: da dove viene il commissario? La domanda è: perché c’è ancora bisogno di un commissario? E soprattutto: quando tornerà la gestione ordinaria?

ATER Il caso più evidente è quello dell’ATER della provincia di Frosinone, l’azienda pubblica che gestisce il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Nel maggio 2023 la Regione prese atto della decadenza dei consigli di amministrazione delle ATER provinciali e dispose una gestione commissariale dal successivo 12 giugno, in attesa della costituzione dei nuovi organi.

Per Frosinone, però, la vicenda assunse presto un carattere più grave. Nell’agosto dello stesso anno la Giunta regionale stabilì che il commissariamento non dovesse più essere considerato soltanto un passaggio tecnico dovuto alla decadenza del precedente consiglio, ma uno strumento necessario per fronteggiare «situazioni che pregiudicano il regolare funzionamento dell’ente».

Il 7 settembre 2023 il presidente della Regione nominò Antonello Iannarilli commissario straordinario per un anno. L’incarico venne rinnovato nel settembre 2024 e nuovamente conferito nel novembre 2025. Nel 2026 l’ATER di Frosinone risulta quindi ancora guidata dallo stesso commissario, senza che sia stato ricostituito un ordinario consiglio di amministrazione.

In questo caso il commissario è una personalità politica e amministrativa profondamente legata alla provincia di Frosinone. Non siamo quindi davanti a una guida arrivata da Roma o da Latina. Eppure il problema resta identico. Un’azienda che amministra migliaia di alloggi, interventi di manutenzione, assegnazioni, recuperi immobiliari e risorse pubbliche viene governata da quasi tre anni attraverso un organo monocratico straordinario. La gestione può anche aver prodotto risultati positivi.

Nel 2025 la Regione ha previsto risorse straordinarie per affrontare la situazione debitoria dell’azienda e impedirne il dissesto. Ma proprio la gravità della condizione finanziaria rende necessario conoscere un punto fondamentale: quale percorso è stato stabilito per riportare l’ATER alla normalità? Il commissario è stato nominato per risanare l’ente. Ma il risanamento dovrebbe avere obiettivi verificabili, tappe pubbliche e una data di conclusione. Altrimenti ogni rinnovo rischia di diventare il presupposto del successivo.

Consorzio industriale del Lazio Ancora più significativo è il caso del Consorzio industriale del Lazio. Come abbiamo visto nella seconda puntata, nel nuovo organismo regionale sono confluiti anche il Consorzio ASI della provincia di Frosinone e il Cosilam del Cassinate. La struttura amministra quindi le aree produttive nelle quali si concentrano Stellantis, l’industria farmaceutica e gran parte del sistema manifatturiero ciociaro.

Nel marzo 2024 il presidente della Regione ha nominato Raffaele Trequattrini commissario straordinario, attribuendogli il compito di riorganizzare le funzioni dell’ente, renderne più efficiente la gestione e predisporre eventuali modifiche statutarie. Nel gennaio 2025 è stato aggiunto un subcommissario, Riccardo Roscia. Nel giugno dello stesso anno ne è stato nominato un secondo, Salvatore Forte.

Nel febbraio 2026 gli incarichi del commissario e dei due subcommissari sono stati rinnovati per un altro anno, con scadenza fissata al 4 marzo 2027. La stessa normativa prevede per il commissario un compenso pari a quello del presidente del Consorzio e per i subcommissari quello previsto per i componenti del consiglio di amministrazione, a carico del bilancio dell’ente.

Anche qui non siamo davanti a una squadra estranea alla Ciociaria. Raffaele Trequattrini è legato all’Università di Cassino e conosce profondamente il sistema economico provinciale. Ma il punto non cambia. Il vecchio ASI di Frosinone e il Cosilam hanno perso la propria autonomia. Il nuovo Consorzio regionale, dopo essere nato con l’obiettivo di rafforzare la politica industriale del Lazio, è stato affidato nel 2024 a una gestione straordinaria che proseguirà almeno fino al 2027.

Quasi quattro anni di commissariamento non sono più una breve transizione. E mentre si riorganizza l’ente, la provincia attraversa il momento industriale più delicato degli ultimi decenni: Cassino lavora a ritmi minimi, Saxa è entrata in liquidazione giudiziale, l’indotto è in difficoltà e l’area Frosinone-Anagni continua a portare il peso della crisi industriale complessa. È legittimo chiedere se una fase tanto difficile possa essere affrontata a lungo senza una governance ordinaria, collegiale e pienamente rappresentativa dei territori produttivi.

ASL Anche la più importante azienda pubblica della provincia ha attraversato una lunga fase commissariale. Con un decreto dell’ottobre 2023, la Regione nominò Sabrina Pulvirenti commissaria straordinaria della ASL di Frosinone a decorrere dal 1° novembre dello stesso anno e fino alla nomina del nuovo direttore generale.

La gestione straordinaria terminò soltanto il 1° aprile 2025, con l’insediamento di Arturo Cavaliere come direttore generale. La ASL rimase quindi commissariata per circa diciassette mesi. Questo caso è diverso dagli altri. Le aziende sanitarie non sono amministrate da consigli eletti dal territorio: anche i direttori generali vengono nominati dalla Regione attraverso procedure previste dalla normativa nazionale e regionale. Non si può quindi sostenere che il commissariamento abbia sottratto alla provincia un organo democraticamente eletto. Resta però un fatto.

Per quasi un anno e mezzo l’intera sanità della provincia di Frosinone, dagli ospedali ai distretti, dalle assunzioni agli investimenti, è stata affidata a una gestione formalmente provvisoria. La differenza tra un commissario e un direttore generale non è soltanto terminologica. Il commissario nasce per affrontare una fase transitoria, mentre il direttore generale riceve un mandato pieno e una programmazione di medio periodo. In sanità, dove la continuità delle scelte è essenziale, diciassette mesi rappresentano un tempo considerevole.

ASP La storia dell’Azienda pubblica di servizi alla persona denominata “ASP Frosinone” dimostra quanto facilmente una soluzione temporanea possa ripresentarsi. L’ASP è nata nel 2020 dalla fusione di sette antiche istituzioni di assistenza e beneficenza: la Scuola Arti e Mestieri “Stanislao Stampa” e la scuola materna Cittadini di Alatri, l’asilo De Luca di Amaseno, l’ospedale Santissimo Crocefisso di Boville Ernica, l’ospedale civico Ferrari di Ceprano, la Colonia Americana di Settefrati e l’asilo “Reggio Emilia” di Sora.

In attesa del primo consiglio di amministrazione, nell’ottobre 2020 venne nominato commissario straordinario Orazio Paolo Riccardi per un periodo massimo di sei mesi. Il consiglio fu poi costituito nel 2021. Quel consiglio è scaduto il 13 maggio 2026 ed è rimasto in prorogatio fino al 27 giugno. Poiché la procedura per il rinnovo non era stata conclusa, il presidente della Regione ha nominato il dirigente regionale Massimo Oddi commissario straordinario. L’incarico, decorrente dal luglio 2026, può durare tre mesi ed essere prorogato per altri tre.

Il commissario deve garantire l’amministrazione ordinaria e straordinaria e riesaminare gli atti adottati nel periodo intercorso tra la scadenza del consiglio e la propria nomina. Non siamo ancora di fronte a un commissariamento cronico. La durata prevista è limitata e motivata dalla necessità di ricostituire il consiglio. Ma la vicenda rivela un metodo. Il consiglio sapeva da cinque anni quando sarebbe terminato il proprio mandato.

La Regione era stata formalmente avvertita già a marzo e maggio 2026 dell’imminente scadenza. Eppure si è arrivati alla decadenza senza avere pronti i nuovi amministratori, rendendo necessario un altro commissario. Quando un commissariamento nasce per un evento imprevedibile, si può parlare di emergenza. Quando nasce perché le nomine ordinarie non vengono completate entro scadenze conosciute da anni, si tratta invece di programmazione mancata.

Consorzi di bonifica Il caso che più si avvicina alla definizione di commissariamento permanente riguarda i Consorzi di bonifica “A Sud di Anagni”, “Conca di Sora” e “Valle del Liri”. La riforma regionale del 2016 prevedeva la fusione dei tre organismi nel nuovo Consorzio di bonifica “Lazio Sud Est”. Per accompagnare il processo furono nominati un commissario straordinario e due subcommissari, destinati a rimanere in carica fino all’insediamento degli organi del nuovo consorzio.

La legge attribuiva loro l’ordinaria e straordinaria amministrazione, la ricognizione della situazione finanziaria e patrimoniale, la predisposizione del progetto di fusione e l’indizione delle elezioni dei nuovi organi. Era il 2016. Nel 2019 il Consorzio Valle del Liri risultava ancora commissariato. Durante un’audizione in Regione, diversi Comuni contestarono le cartelle richieste ai cittadini e lamentarono l’insufficienza dei servizi. La gestione straordinaria veniva giustificata con la necessità di affrontare una grave situazione debitoria maturata negli anni precedenti.

Nel maggio 2021 la commissione regionale approvò il rinnovo dell’incarico a Stefania Ruffo per i tre consorzi frusinati. Il mandato avrebbe dovuto proseguire fino all’insediamento degli organi del nuovo Consorzio Lazio Sud Est. Nel luglio 2022 Stefania Ruffo fu sostituita da Sonia Ricci.

Ed è qui che si colloca il caso richiamato da molti cittadini: una figura proveniente dalla provincia di Latina chiamata ad amministrare tre enti interamente legati al territorio frusinate. Gli atti regionali indicano che Sonia Ricci è nata a Sezze, in provincia di Latina. La sua nomina era sostenuta da un curriculum maturato nel settore agricolo e nella gestione dei consorzi di bonifica pontini. Non fu dunque scelta una persona priva di esperienza, ma una professionista già inserita nel comparto. La nomina venne rinnovata nel settembre 2024 e gli atti del Consorzio Valle del Liri riportavano ancora Sonia Ricci come commissaria straordinaria nel marzo 2026.

Pochi mesi dopo, tuttavia, si è verificato un nuovo avvicendamento. Con decreto del presidente della Regione Lazio del 5 giugno 2026, Daniele Pili è stato nominato commissario straordinario dei Consorzi di bonifica “Valle del Liri”, “Conca di Sora” e “A Sud di Anagni”. Pili proviene dal mondo agricolo pontino ed è presidente di Coldiretti Latina. Al suo fianco è stato nominato, con il ruolo di subcommissario, Riccardo Del Brocco, esponente politico di Ceccano.

La nuova composizione corregge soltanto in parte lo squilibrio territoriale contestato negli anni precedenti: accanto a un commissario proveniente dall’area pontina è stata inserita una figura della provincia di Frosinone. Ma il problema di fondo resta intatto. La questione, infatti, non è stabilire se una persona di Sezze o un rappresentante del mondo agricolo pontino possa occuparsi dei canali di Pontecorvo, Cassino, Sora o Anagni. Né si tratta di mettere in discussione, in base alla provenienza geografica, le competenze professionali delle persone nominate.

La domanda è un’altra: come è possibile che, a dieci anni dalla riforma, gli organi ordinari non siano ancora stati insediati e i tre vecchi consorzi continuino a essere amministrati attraverso commissari e subcommissari scelti dalla politica regionale? Anche il mandato affidato a Pili e Del Brocco viene presentato come finalizzato al completamento dell’unificazione e al ritorno alle elezioni degli organi consortili. È però la stessa promessa che accompagna da anni una riforma rimasta sospesa.

Cambiano i nomi alla guida degli enti, si aggiungono o si sostituiscono i commissari, ma la gestione ordinaria continua a essere rinviata. Ed è proprio questo il punto politico e istituzionale: non la carta d’identità dei nominati, ma un sistema provvisorio che, dopo dieci anni, è ormai diventato permanente. Agricoltori, proprietari e cittadini del territorio pagano i contributi consortili.

I Comuni subiscono direttamente le conseguenze della manutenzione effettuata o non effettuata. Eppure la governance non nasce da organi eletti dai consorziati, ma da una nomina del presidente della Regione. Questo è il punto politico della vicenda. Non l’accento o il codice di avviamento postale del commissario, ma l’assenza prolungata di una rappresentanza ordinaria del territorio.

Il commissario concentra responsabilità e poteri, un consiglio di amministrazione non è necessariamente sinonimo di efficienza. Può essere lento, diviso, condizionato dalla politica e incapace di assumere decisioni coraggiose. Un commissario, al contrario, può intervenire rapidamente, assumersi responsabilità precise e affrontare problemi che per anni sono stati rinviati. Ma la rapidità ha un prezzo. In una gestione collegiale esistono più componenti, sensibilità territoriali differenti, discussioni verbalizzate e responsabilità distribuite.

Con un commissario i poteri del presidente e del consiglio vengono concentrati in una sola figura. La catena decisionale è più corta, ma anche la rappresentanza è più debole. Il commissario risponde principalmente all’autorità che lo ha nominato. Non agli elettori. Non ai sindaci. Non agli utenti. Non ai consorziati. Questo non significa che possa operare senza controlli: gli atti restano sottoposti alle norme sulla trasparenza, alla vigilanza regionale e alle verifiche contabili. Ma la relazione politica con il territorio cambia profondamente.

Sorvoliamo sulle Comunità montane che avrebbero dovuto essere abolite. Invece.

ATER, ASP, ASL, Consorzio industriale e Consorzi di bonifica svolgono funzioni molto diverse. Hanno però un elemento comune: nei periodi commissariali il vertice viene indicato o nominato dalla Regione. Il presidente regionale e la maggioranza che lo sostiene acquistano così un potere enorme sulla struttura amministrativa dei territori. Ogni cambio di governo può essere seguito dalla decadenza, sostituzione o conferma dei vertici.

Ogni nomina rischia di essere letta attraverso gli equilibri politici, anche quando il curriculum dell’incaricato è tecnicamente adeguato. Non è un problema esclusivamente ciociaro. È il funzionamento di un sistema regionale che coinvolge tutto il Lazio. Ma una provincia che ha già perso enti autonomi e sedi decisionali subisce questo meccanismo in maniera più pesante.

Più si riducono le autonomie locali, più aumenta il peso della nomina regionale. Più si prolungano i commissariamenti, più diventa essenziale avere rappresentanti politici capaci di incidere realmente sulle decisioni della Regione. Il rischio maggiore è trasformare la discussione sul commissariamento in una battaglia tra nomi e correnti politiche.

“Il commissario è dei nostri.” “Il commissario è stato scelto dagli altri.” “Quello viene da Latina.” “Questo è di Frosinone.” È un dibattito comodo, perché evita la domanda principale. Non dobbiamo chiederci soltanto chi occupi temporaneamente una poltrona. Dobbiamo chiedere perché quella poltrona non sia ancora tornata all’assetto ordinario.

Per ogni ente commissariato dovrebbero essere resi pubblici almeno quattro elementi:

  • le ragioni precise della gestione straordinaria;
  • gli obiettivi assegnati al commissario;
  • i risultati raggiunti e quelli ancora mancanti;
  • la data entro la quale saranno ricostituiti gli organi ordinari.

Senza queste informazioni, la parola “temporaneo” rischia di perdere qualsiasi significato. La Ciociaria sembra vivere da anni in una condizione di transizione continua. Aspettiamo la fine della crisi industriale. Aspettiamo i nuovi modelli Stellantis. Aspettiamo la conclusione delle fusioni. Aspettiamo i consigli di amministrazione. Aspettiamo che i commissari risanino gli enti. Aspettiamo che la Regione completi le nomine. Nel frattempo, però, le gestioni straordinarie si rinnovano e diventano parte del paesaggio istituzionale. Il commissariamento dovrebbe essere un ponte tra una crisi e la normalità. In provincia di Frosinone, troppo spesso, abbiamo costruito il ponte dimenticando di raggiungere l’altra sponda.

Domani entreremo in un’altra grande sala d’attesa della politica ciociara: quella delle opere annunciate, progettate, riproposte e mai realizzate. Dalla stazione dell’Alta Velocità all’aeroporto civile, dall’Interporto alla Corte d’Appello, fino alle infrastrutture sanitarie e stradali promesse per decenni.

Domani, quarta puntata: “Le promesse mai mantenute”. La Ciociaria delle grandi opere che esistono soltanto nei programmi elettorali. Se hai perso le prime puntate le trovi qui: