INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 2 - GLI ENTI CHE NON DECIDONO PIU' QUI
- Tommaso Villa
Gli enti che non decidono più qui. Sette giorni d’inchiesta per ricostruire quarant’anni di industrie scomparse, enti perduti, servizi ridimensionati, promesse mancate e popolazione in fuga.
Ieri siamo entrati nei capannoni vuoti della Videocon, della Marangoni, dell’Ilva e della Saxa Grestone. Abbiamo raccontato il ridimensionamento del Cassino Plant e le conseguenze che ogni fermata di Stellantis produce sull’indotto e sull’economia provinciale.
Oggi dobbiamo aprire altre porte. Quelle degli enti pubblici, delle sedi istituzionali e degli organismi nei quali si decide come sostenere le imprese, amministrare le aree industriali, promuovere il turismo, organizzare i servizi e rappresentare il territorio.
Perché una provincia non perde peso soltanto quando chiude una fabbrica. Lo perde anche quando un ente autonomo viene accorpato, quando la sede legale viene trasferita, quando un consiglio di amministrazione provinciale viene sostituito da una governance regionale e quando il territorio diventa una semplice articolazione periferica di un’organizzazione più grande. I servizi possono anche rimanere.
Gli sportelli possono continuare ad aprire. I dipendenti possono restare negli stessi uffici. Ma il luogo nel quale si prende la decisione cambia. Ed è proprio questa la parte più difficile da raccontare: la perdita di autonomia non fa rumore come la chiusura di uno stabilimento. Non produce immediatamente cancelli presidiati e lavoratori in strada. Si manifesta lentamente, quando ci si accorge che il bilancio, le priorità e la programmazione vengono ormai definiti altrove.
Per decenni la Camera di Commercio è stata uno dei principali luoghi di rappresentanza dell’economia provinciale. Agricoltori, commercianti, artigiani, industriali, professionisti e organizzazioni sindacali disponevano di un ente autonomo dedicato esclusivamente al territorio di Frosinone. La Camera teneva il Registro delle imprese, promuoveva iniziative economiche, sosteneva l’internazionalizzazione, finanziava progetti e contribuiva alla definizione delle priorità locali. Quell’autonomia non esiste più.
Con il decreto ministeriale del 16 febbraio 2018 le Camere di Commercio di Frosinone e Latina sono state accorpate nella nuova Camera di Commercio Frosinone-Latina. L’ente ha la sede legale a Latina, mantiene una sede a Frosinone e dispone di uffici distaccati a Cassino e Sora, oltre allo sportello di Gaeta.
Non sono scomparsi gli sportelli e non sono venute meno le funzioni camerali. Sarebbe scorretto sostenerlo. La nuova Camera opera su entrambe le province e rivendica una governance capace di rispettare le rispettive specificità economiche. Nell’aprile 2026 è stata eletta la Giunta che resterà in carica fino al 2031, sotto la presidenza di Giovanni Acampora.
Ma il punto politico resta. Prima esistevano due enti autonomi, due consigli, due programmazioni e due baricentri decisionali. Oggi esiste una sola Camera per due territori molto differenti: da una parte l’economia industriale e manifatturiera della Ciociaria, dall’altra quella agricola, turistica, portuale e marittima della provincia pontina.
Persino il codice dell’ente da indicare nel modello F24 per il diritto annuale camerale è diventato “LT”, corrispondente alla provincia della sede legale, anche per le imprese della provincia di Frosinone, sebbene in via transitoria sia stato accettato anche il precedente codice “FR”. È un dettaglio amministrativo, ma fotografa perfettamente il cambiamento avvenuto. L’accorpamento può aver prodotto economie di scala, maggiori risorse e una capacità progettuale più ampia. Non è questo il problema. La domanda è un’altra: in un ente chiamato a rappresentare due province, quanto pesa oggi la specificità industriale, commerciale e territoriale della Ciociaria?
Ancora più significativo è ciò che è accaduto ai consorzi industriali. La provincia di Frosinone possedeva non uno, ma due organismi legati direttamente allo sviluppo produttivo del territorio: il Consorzio per l’area di sviluppo industriale della provincia di Frosinone e il Cosilam, il Consorzio per lo sviluppo industriale del Lazio meridionale, fortemente legato al Cassinate.
Erano strutture differenti, con territori, governance e problematiche specifiche. L’ASI si occupava principalmente del sistema industriale di Frosinone, Ceccano, Ferentino, Patrica, Sora, Isola Liri e delle altre aree ricadenti nel suo perimetro. Il Cosilam rappresentava il polo produttivo del Lazio meridionale, compreso il sistema automobilistico intorno a Cassino.
La Regione Lazio ha scelto una strada diversa. La legge regionale del 2018 ha previsto l’unificazione dei cinque consorzi industriali allora operanti nel Lazio: Rieti, Roma-Latina, Sud Pontino, Cosilam e ASI Frosinone. Nel 2021 la Giunta regionale ha approvato il progetto di fusione, presentandolo come uno strumento destinato a rafforzare l’attrazione degli investimenti, l’internazionalizzazione, la digitalizzazione e la politica industriale regionale. È nato così il Consorzio industriale del Lazio. Le sedi territoriali sono rimaste operative e i piani regolatori delle precedenti aree industriali continuano a essere gestiti.
Ma l’ASI di Frosinone e il Cosilam non sono più organismi autonomi: sono diventati articolazioni territoriali di un unico ente regionale, la cui sede legale si trova a Roma, in via di Campo Romano. Anche in questo caso l’operazione può essere difesa con argomenti validi. Un grande consorzio regionale può avere maggiore forza finanziaria, una struttura tecnica più solida e una capacità superiore di dialogare con multinazionali, Governo e investitori internazionali.
Ma l’altra faccia della medaglia è evidente. Il territorio che ospita il Cassino Plant, l’area di crisi industriale complessa Frosinone-Anagni, decine di stabilimenti farmaceutici e vaste zone produttive non dispone più di un proprio ente industriale autonomo. Le decisioni sullo sviluppo delle aree, sulle infrastrutture, sugli investimenti e sulle priorità vengono inserite in una programmazione che deve tenere insieme l’intero Lazio. La Ciociaria non decide più da sola nemmeno sul proprio sistema industriale. E il nuovo ente è commissariato dalla Regione che "sceglie" chi e come lo deve governare.
Nel centro storico di Frosinone esiste un edificio che racconta questo cambiamento meglio di qualsiasi statistica. È l’ex sede della Banca d’Italia. La filiale provinciale non è più presente nell’attuale rete territoriale dell’Istituto. Nel 2020 la stessa Banca d’Italia ha annunciato la cessione dell’immobile al Comune di Frosinone attraverso la formula del rent to buy.
Il palazzo è stato successivamente trasformato nella nuova sede dell’amministrazione comunale. Il recupero pubblico dell’edificio è certamente un risultato positivo. Un palazzo storico è stato sottratto all’abbandono e restituito alla città. Ma la nuova destinazione non cancella ciò che quell’immobile rappresentava.
Una filiale della Banca d’Italia non era una normale banca aperta al pubblico per conti correnti e mutui. Era un presidio dello Stato nel sistema finanziario, con compiti legati al contante, ai servizi informativi, all’analisi economica e, nell’organizzazione storica dell’Istituto, alla conoscenza diretta del sistema bancario e produttivo locale. Oggi Frosinone possiede un prestigioso Palazzo comunale. Ma non possiede più la filiale provinciale della banca centrale.
Anche il turismo ha conosciuto lo stesso processo. Fino agli anni Novanta esisteva l’Ente provinciale per il turismo di Frosinone, con una propria struttura dedicata alla promozione, all’accoglienza e alla valorizzazione del territorio. Nel 1997 il sistema venne riorganizzato attraverso le Aziende di promozione turistica provinciali. Nel 2011 anche le APT furono soppresse.
Le funzioni e il personale passarono all’Agenzia regionale del turismo. La scelta riguardò tutto il Lazio, non fu un provvedimento adottato contro Frosinone. Il risultato, tuttavia, è che la provincia non dispone più di un ente pubblico autonomo incaricato esclusivamente di costruire e promuovere la propria identità turistica.
Ed è una perdita particolarmente rilevante per un territorio che ancora oggi fatica a presentarsi con un’immagine unitaria. Fiuggi viene promossa come destinazione termale. Cassino attraverso l’Abbazia e la memoria della guerra. La Valle di Comino attraverso l’ambiente e l’enogastronomia. Isola del Liri attraverso la cascata. Anagni attraverso il patrimonio medievale e pontificio. Alatri, Veroli, Arpino e Ferentino attraverso la storia. Sono eccellenze vere, ma spesso procedono separatamente. La regionalizzazione della promozione non è stata compensata dalla nascita di una forte destinazione turistica ciociara capace di coordinare Comuni, operatori, strutture ricettive, eventi e comunicazione. Abbiamo perso l’ente provinciale senza riuscire a costruire un marchio territoriale altrettanto forte.
La perdita più profonda riguarda forse proprio l’istituzione che porta il nome del territorio. La Provincia di Frosinone non è stata abolita. Continua a occuparsi di strade, edilizia scolastica, pianificazione territoriale, trasporto, tutela ambientale per le materie di competenza, raccolta dei dati e assistenza tecnica agli enti locali. Ma dopo la legge Delrio del 2014 è diventata un ente di area vasta con organi eletti in secondo grado. Il presidente e il Consiglio provinciale non vengono più scelti direttamente dai cittadini, ma dai sindaci e dai consiglieri comunali della provincia.
Le funzioni fondamentali rimaste riguardano soprattutto la pianificazione territoriale, la rete scolastica, gli edifici delle scuole superiori, le strade provinciali, i trasporti e alcuni compiti di coordinamento. Molte altre competenze sono state trasferite, riorganizzate o ricondotte alla Regione. Non si tratta soltanto di una modifica elettorale. Quando i cittadini eleggevano direttamente il presidente e il Consiglio provinciale, esisteva una campagna elettorale nella quale le forze politiche erano costrette a presentare un progetto per l’intera Ciociaria. Si discuteva di infrastrutture, scuole, viabilità, sviluppo e servizi su scala provinciale. Oggi l’elezione avviene all’interno del sistema dei Comuni. Il confronto è inevitabilmente condizionato dagli equilibri tra sindaci, partiti, amministrazioni e aree territoriali. La Provincia continua a esistere, ma ha perso una parte della propria legittimazione politica diretta. E in un territorio frammentato in 91 Comuni questo vuoto pesa più che altrove.
Tra le funzioni che un tempo erano maggiormente collegate alla dimensione provinciale figurano i servizi per l’impiego. Oggi i Centri per l’impiego di Frosinone, Anagni, Sora e Cassino rientrano nell’organizzazione della Regione Lazio. La programmazione, il personale, le procedure e le politiche attive vengono gestiti all’interno di un sistema regionale, con un coordinamento territoriale nel capoluogo. Anche questa trasformazione può essere letta come un tentativo di uniformare e rafforzare i servizi.
Ma rimane un paradosso. La provincia che ospita una delle maggiori aree di crisi industriale d’Italia, il ridimensionamento di Stellantis e numerose vertenze aziendali non controlla direttamente gli strumenti pubblici destinati all’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ancora una volta, la struttura locale eroga il servizio. La strategia viene definita a livello regionale.
La stessa dinamica si è manifestata nella scuola. Nel piano di dimensionamento provinciale per l’anno scolastico 2014-2015 venne previsto il funzionamento di 48 istituti comprensivi, compresi due omnicomprensivi, con la perdita di dieci autonomie scolastiche. La Provincia precisò che l’obiettivo era salvaguardare i plessi esistenti e rispettare i parametri numerici stabiliti dalla legge. Le scuole, dunque, non furono necessariamente chiuse. Ma dieci istituzioni persero la propria autonomia organizzativa. La distinzione è fondamentale. Perdere un’autonomia scolastica non significa automaticamente chiudere un edificio o impedire agli studenti di frequentarlo. Significa però perdere una dirigenza autonoma, una segreteria, un proprio bilancio e un centro decisionale direttamente legato a quella comunità. Gli accorpamenti possono essere necessari quando diminuiscono gli alunni. Ma producono istituti sempre più grandi, distribuiti su più Comuni e composti da numerosi plessi, spesso molto distanti tra loro. La scuola resta aperta. La sua testa amministrativa si sposta altrove.
Nel 2013 è entrata in vigore la riforma nazionale della geografia giudiziaria. Il decreto legislativo del 2012 dispose la soppressione di 30 tribunali, 30 procure e 220 sezioni distaccate. Nel territorio frusinate scomparvero le sezioni di Alatri e Anagni, appartenenti al Tribunale di Frosinone, e quella di Sora, collegata al Tribunale di Cassino. Le competenze furono concentrate nelle sedi principali. Anche diversi uffici del Giudice di pace furono coinvolti nella riorganizzazione.
La legge consentì agli enti locali di chiederne il mantenimento, ma a condizione che Comuni e consorzi di Comuni si facessero carico delle spese di funzionamento e del personale amministrativo. La giustizia non è scomparsa dalla provincia: i tribunali di Frosinone e Cassino continuano a operare. Ma intere aree hanno perso la prossimità di una sede giudiziaria. Per cittadini, avvocati, imprese e professionisti questo significa maggiori spostamenti, più concentrazione degli uffici e un altro pezzo di amministrazione pubblica sottratto ai centri intermedi.
L’ultimo trasferimento è recentissimo. Il 15 gennaio 2026 il 72º Stormo dell’Aeronautica militare si è ufficialmente insediato nell’aeroporto “Tommaso Fabbri” di Viterbo. Il reparto, per decenni legato a Frosinone e alla formazione dei piloti di elicottero, ha lasciato il capoluogo ciociaro per entrare nel nuovo polo nazionale dell’ala rotante. La base di Frosinone non è stata abbandonata. Nel giugno 2026 vi è stato costituito il 66º Stormo, dedicato alla formazione e all’addestramento nel settore degli aeromobili a pilotaggio remoto.
È un progetto innovativo e potenzialmente strategico, che può offrire alla città una nuova prospettiva nel settore dei droni e delle tecnologie militari. Ma anche qui dobbiamo chiamare le cose con il loro nome. Frosinone ha ottenuto una nuova funzione, ancora da sviluppare pienamente, mentre una scuola storica, già strutturata e operativa, è stata trasferita a Viterbo. Il futuro del 66º Stormo andrà valutato attraverso investimenti, personale, corsi attivati e ricadute sul territorio. Per ora la certezza è che il 72º non è più a Frosinone.
Quasi tutte queste trasformazioni sono state motivate con le stesse parole: razionalizzazione, efficienza, riduzione dei costi, economie di scala, maggiore capacità di investimento. Sono obiettivi legittimi. Sarebbe sbagliato sostenere che ogni piccolo ente debba essere conservato per sempre, indipendentemente dai costi e dai risultati. Un’amministrazione più grande può disporre di maggiori competenze, attrarre professionalità e gestire progetti che un organismo provinciale non riuscirebbe a sostenere. Ma l’efficienza non può essere misurata soltanto contando il numero degli enti soppressi.
Bisogna misurare anche la distanza tra chi decide e chi subisce gli effetti della decisione. Bisogna verificare quante risorse tornano realmente sul territorio, quanti progetti vengono finanziati, quali aree ottengono gli investimenti e quale peso possiede la rappresentanza ciociara all’interno delle nuove strutture. Altrimenti la razionalizzazione rischia di trasformarsi in centralizzazione. Sarebbe facile concludere che Latina, Roma o Viterbo abbiano sottratto qualcosa alla provincia di Frosinone. La realtà è più complessa. Gli altri territori difendono i propri interessi.
La politica regionale tende naturalmente a concentrare funzioni, risorse e strutture dove trova maggiore forza istituzionale, capacità progettuale e pressione organizzata. Il vero problema è capire quale strategia abbia adottato la Ciociaria mentre venivano decisi gli accorpamenti.
- Ha chiesto garanzie precise sulla rappresentanza?
- Ha preteso sedi, direzioni, investimenti e funzioni compensative?
- Ha costruito una posizione unitaria oppure ogni area ha cercato di salvare soltanto il proprio ufficio?
- Frosinone, Cassino, Sora e Anagni hanno difeso insieme il peso della provincia oppure hanno continuato a muoversi separatamente?
Perché quando un territorio entra diviso in un organismo regionale, finisce inevitabilmente per contare meno. Camera di Commercio, consorzi industriali, Banca d’Italia, promozione turistica, Provincia, autonomie scolastiche e sedi giudiziarie raccontano la stessa trasformazione. I servizi non sono sempre scomparsi. Ma le decisioni si sono allontanate. E quando un ente perde autonomia spesso inizia una seconda fase, ancora più delicata: quella del commissariamento. Il commissario dovrebbe essere una figura temporanea, nominata per superare un’emergenza, risolvere una crisi o accompagnare una riforma. In Ciociaria, invece, diversi enti hanno attraversato gestioni commissariali lunghe e ripetute. A volte alla guida sono state nominate personalità estranee alla provincia, scelte direttamente dalla politica regionale.
Non è una questione di carta d’identità. È una questione di rappresentanza, trasparenza e responsabilità. Perché quando non esiste un consiglio pienamente operativo e non esiste una governance espressa dal territorio, diventa più difficile capire chi decide, a chi risponde e con quali obiettivi.
Domani, terza puntata: “Il commissariamento permanente”. Quando l’eccezione diventa il sistema e gli enti della Ciociaria vengono governati attraverso nomine decise altrove.
