INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 1 - NON E' SOLTANTO UNA QUESTIONE DI FABBRICHE

  • Tommaso Villa

Per decenni l’industria è stata una delle principali promesse di emancipazione economica della provincia di Frosinone. Ma la storia industriale della Ciociaria non comincia con l’Autostrada del Sole, con gli stabilimenti di Anagni o con la fabbrica automobilistica di Cassino. Molto prima che nascessero le grandi aree produttive del secondo dopoguerra, la Valle del Liri aveva già conosciuto una delle più importanti esperienze industriali del Centro-Sud.

Il fiume, le cascate, i canali e la disponibilità di energia idraulica avevano favorito fin dall’Ottocento la nascita di cartiere, lanifici, feltrifici e opifici. Isola del Liri divenne uno dei maggiori centri italiani per la produzione della carta, tanto da essere descritta come una piccola Manchester industriale nel cuore di un territorio ancora prevalentemente agricolo. Tra le realtà più importanti vi furono le Cartiere Meridionali. La società avviò la propria attività a Isola del Liri nel 1873, rilevando la precedente Cartiera del Liri, fondata nel 1836, e arrivò progressivamente a controllare alcuni dei principali stabilimenti cartari della zona.

Non si trattava di una piccola impresa locale, ma di un complesso industriale capace di produrre carte speciali, carta per sigarette e la sottilissima “carta Bibbia”, destinata a essere stampata su entrambe le facciate. Le dimensioni sociali di quella fabbrica emergono anche dalle vertenze del dopoguerra. Nel 1946 l’annuncio del possibile licenziamento di trecento dipendenti provocò una protesta alla quale parteciparono circa millecinquecento operai.

Nel novembre 1949 uno sciopero coinvolse circa milletrecento lavoratori delle Cartiere Meridionali e si estese alle altre maestranze di Isola del Liri. Numeri che restituiscono la centralità assunta dalla fabbrica non soltanto nell’economia cittadina, ma nella vita politica, sociale e civile dell’intera Valle del Liri. La crisi arrivò progressivamente. Il 28 novembre 1982 l’attività delle Cartiere Meridionali venne sospesa. Nel 1986 la produzione riprese sotto la gestione delle Nuove Cartiere Meridionali, ma anche quel tentativo non riuscì a garantire una continuità duratura.

La chiusura definitiva dello stabilimento arrivò nel 1993. Con le Cartiere Meridionali non scomparve soltanto un’impresa. Isola del Liri perse una delle strutture attorno alle quali aveva costruito la propria identità industriale. Si dispersero professionalità, mestieri, conoscenze tecniche e una cultura operaia formatasi nell’arco di oltre un secolo. Gli edifici furono successivamente frazionati e destinati ad attività diverse, ma nessuna riconversione riuscì a restituire al territorio il peso produttivo e occupazionale che il grande complesso cartario aveva avuto.

Un’altra vicenda fondamentale è quella del Polverificio di Fontana Liri, oggi denominato Stabilimento Militare Propellenti. La sua costruzione fu completata alla fine del 1892 e la produzione ebbe inizio nel 1893. La scelta di Fontana Liri fu legata alla posizione protetta, alla disponibilità di acqua e alla possibilità di collocare nella Valle del Liri un impianto strategico per la produzione militare.

Il Polverificio trasformò profondamente Fontana Liri. Attorno allo stabilimento nacque il nuovo centro abitato di Fontana Liri Inferiore e l’economia locale, fino ad allora prevalentemente agricola, assunse una forte caratterizzazione industriale. Generazioni di lavoratori civili, tecnici, chimici, operai specializzati e personale militare trovarono occupazione all’interno di un complesso che non rappresentava soltanto una fabbrica, ma una vera istituzione economica e sociale. In questo caso bisogna utilizzare le parole corrette.

Il Polverificio non è stato chiuso. Lo Stabilimento Militare Propellenti è ancora operativo all’interno dell’Agenzia Industrie Difesa e dispone di impianti per la produzione di nitrocellulose, nitroglicerina e polveri sferiche, oltre a laboratori per prove chimiche, fisiche e balistiche. La perdita riguarda piuttosto il suo progressivo ridimensionamento rispetto al ruolo svolto nel passato. Il blocco delle assunzioni, l’invecchiamento del personale e la riduzione degli organici hanno diminuito nel tempo il peso occupazionale dello stabilimento.

Fontana Liri conserva dunque il proprio presidio produttivo, ma non conserva più quella capacità di attrazione e di occupazione civile che per decenni aveva sostenuto il paese e una parte consistente del territorio circostante. Cartiere Meridionali e Polverificio raccontano quindi due forme diverse della spoliazione industriale. Nel primo caso una grande fabbrica è scomparsa definitivamente. Nel secondo lo stabilimento è sopravvissuto, ma con un peso economico e occupazionale sensibilmente inferiore rispetto alla sua storia. In entrambi i casi, la Valle del Liri ha perso una parte rilevante della centralità industriale che aveva conquistato tra l’Ottocento e il Novecento.

Solo successivamente il baricentro produttivo della provincia si spostò verso l’asse autostradale e verso le grandi aree industriali di Anagni, Ferentino, Frosinone, Patrica, Ceccano e Cassino. Gli stabilimenti sorti in quelle zone completarono la trasformazione di una terra prevalentemente agricola in uno dei poli manifatturieri più importanti del Centro-Sud. Le multinazionali dell’elettronica, della meccanica, della chimica e della farmaceutica formarono nuove generazioni di operai specializzati, tecnici e manutentori. Attorno alle grandi fabbriche nacquero imprese dell’indotto, trasportatori, officine, cooperative e attività commerciali. Quel modello non è scomparso del tutto.

La provincia conserva eccellenze produttive, soprattutto nella farmaceutica, nell’automotive e nella meccanica. Anche lo Stabilimento Militare Propellenti di Fontana Liri continua a rappresentare una presenza industriale e strategica. Ma una parte consistente del vecchio sistema produttivo è crollata, mentre un’altra è sopravvissuta attraverso ridimensionamenti, lunghi periodi di crisi e una progressiva riduzione dell’occupazione.

Non è soltanto una valutazione giornalistica. Nel settembre 2016 il Ministero dello Sviluppo economico riconobbe il Sistema locale del lavoro di Frosinone come area di crisi industriale complessa con impatto significativo sulla politica industriale nazionale. Nel decreto veniva ricordato che, tra il 2011 e il 2015, gli occupati nell’area erano diminuiti di oltre 2.400 unità, mentre le persone in cerca di lavoro erano aumentate di oltre 15.000.

Lo stesso documento indicava esplicitamente tra le cause le crisi della Videocon e della Marangoni Tyre ad Anagni, dell’Ilva a Patrica e della Valeo a Ferentino. In altre parole, lo Stato certificava che il problema non poteva essere risolto con i soli strumenti regionali e che la crisi aveva assunto una rilevanza nazionale.

La Videocolor, diventata successivamente Videocon, rappresenta probabilmente la ferita industriale più conosciuta dell’area di Anagni. Per anni lo stabilimento dei cinescopi per televisori era stato una delle realtà produttive più importanti del territorio. Poi arrivarono il cambiamento tecnologico, la crisi societaria, gli ammortizzatori sociali e il fallimento. Non scomparve soltanto una fabbrica. Scomparve un intero ecosistema produttivo. Nel 2014, quando la crisi industriale ciociara era ormai evidente, le cronache parlavano ancora di circa 1.100 lavoratori coinvolti nella vicenda Videocon. Dietro quel numero c’erano famiglie, professionalità e un indotto costruito in decenni.

La tecnologia cambiò e il mercato dei vecchi cinescopi collassò. Ma resta una domanda che accompagnerà tutta questa inchiesta: il territorio era preparato a riconvertire quelle competenze oppure ha semplicemente assistito alla fine di un’epoca?

Anche la Marangoni Tyre di Anagni sembrava destinata a essere una presenza stabile. Lo stabilimento produceva pneumatici e dava lavoro direttamente a circa quattrocento persone. Nel 2013 la produzione non ripartì dopo la pausa estiva e l’azienda annunciò l’abbandono del settore dei pneumatici nuovi. Nel 2014 furono avviate le procedure di mobilità per 410 lavoratori.

Considerando l’indotto, le persone interessate superavano quota cinquecento. Anche in quel caso si parlò di possibili acquirenti, riconversioni e nuovi investimenti. È uno schema che ritroveremo spesso: la chiusura viene accompagnata dall’annuncio di una rinascita, ma tra l’annuncio e la nuova produzione passano anni. Talvolta la riconversione arriva. Molto più spesso restano capannoni vuoti, ammortizzatori sociali e lavoratori sospesi in un’attesa senza fine. L’Ilva di Patrica e la Valeo di Ferentino furono indicate dallo stesso decreto ministeriale tra le vertenze che contribuirono al riconoscimento dell’area di crisi complessa. Il polo industriale compreso tra Frosinone, Ferentino, Ceccano e Patrica ha conosciuto chiusure, riduzioni di organico, cassa integrazione e perdita di commesse. Accanto ai grandi nomi esiste poi una geografia meno conosciuta: piccole aziende dell’indotto che hanno abbassato le serrande senza ottenere tavoli ministeriali, titoli sui giornali o grandi mobilitazioni. Sono imprese spesso scomparse in silenzio, ma la somma di quelle chiusure ha avuto sul territorio un effetto almeno pari a quello delle vertenze più celebri.

La storia dell’ex Ideal Standard di Roccasecca è forse quella che più chiaramente racconta il limite delle riconversioni annunciate come definitive. Quando Ideal Standard decise di lasciare lo stabilimento, la vertenza coinvolse quasi trecento lavoratori. Nel 2018 l’arrivo di Saxa Grestone venne presentato come un modello di rinascita industriale e di economia circolare. Il progetto prevedeva un investimento di 19 milioni di euro e il completo assorbimento dei 291 ex dipendenti entro il 2020. Al posto dei sanitari sarebbero stati prodotti sampietrini in gres porcellanato realizzati anche attraverso il recupero di materiali di scarto. Sembrava il lieto fine di una delle vertenze più difficili della provincia. Otto anni dopo, la situazione è radicalmente cambiata.

Nel gennaio 2026 la società aveva comunicato la cessazione delle attività a Roccasecca, con i lavoratori sospesi a zero ore. Il 28 luglio il Tribunale ha disposto la liquidazione giudiziale del gruppo Saxa. Il Ministero delle Imprese ha precisato che la procedura prevede l’esercizio provvisorio e che sono state avviate interlocuzioni con i liquidatori per tentare di salvaguardare la continuità produttiva e l’occupazione. Non è quindi corretto parlare, almeno per ora, di chiusura materiale e definitiva degli impianti. Ma la liquidazione certifica il fallimento del vecchio progetto societario e apre una nuova fase di profonda incertezza.

La vicenda impone anche una domanda sull’utilizzo delle risorse pubbliche. Non basta finanziare una riconversione e tagliare un nastro. Bisogna verificare negli anni se gli investimenti siano stati realizzati, se gli obiettivi occupazionali siano stati raggiunti e se il piano industriale sia realmente sostenibile. Altrimenti il rilancio rischia di diventare soltanto una pausa tra due crisi.

Poi c’è lo stabilimento automobilistico di Piedimonte San Germano. Qui è indispensabile utilizzare le parole corrette: Stellantis non ha chiuso il Cassino Plant. Lo stabilimento continua a produrre Alfa Romeo e Maserati ed è destinato a ospitare nuovi modelli. Ma il suo ridimensionamento è impressionante. Nel 2017 a Cassino furono prodotte 135.263 vetture. Nel 2025 la produzione è scesa a 19.364 unità, il dato peggiore nella storia dello stabilimento. Durante quell’anno furono registrate oltre 105 giornate di fermo produttivo e gli occupati si ridussero a circa 2.200. La situazione non è migliorata nei primi sei mesi del 2026. La produzione si è fermata a circa 6.700 vetture, con una flessione del 36,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.

Mentre altri impianti italiani del gruppo hanno mostrato segnali di ripresa, Cassino è rimasto l’unico stabilimento automobilistico Stellantis ancora in arretramento. Gli stop produttivi non sono più un evento eccezionale. Sono diventati parte della normalità. E quando si ferma Cassino non si ferma soltanto una linea di montaggio. Si riducono le commesse per i fornitori, diminuiscono i viaggi dei trasportatori, rallentano le officine, soffrono i servizi e si contrae la capacità di spesa di migliaia di famiglie. Il Cassino Plant è ancora il principale patrimonio industriale della provincia. Proprio per questo il suo futuro non può essere affidato esclusivamente all’attesa dei nuovi modelli o alle rassicurazioni comunicate durante i tavoli ministeriali. Servono date, volumi produttivi, investimenti e garanzie per l’indotto.

Videocon, Marangoni, Ilva, Valeo, Ideal Standard, Saxa e Cassino sono nomi diversi di una stessa storia. Ma sarebbe un errore pensare che la grande spoliazione della Ciociaria riguardi soltanto l’industria. Quando una fabbrica chiude, il territorio non perde esclusivamente stipendi. Perde competenze, popolazione, consumi, gettito fiscale, fiducia e capacità di attrarre nuovi investimenti. Quando centinaia di lavoratori restano per anni in cassa integrazione, i figli iniziano a immaginare il proprio futuro altrove. Quando le imprese scompaiono, anche il peso politico del territorio diminuisce. E quando una provincia perde peso economico, diventa più difficile difendere ospedali, uffici, infrastrutture e autonomie. La fabbrica è quindi soltanto il primo pezzo del mosaico.

Da domani entreremo negli enti pubblici, nelle sedi amministrative e nei luoghi nei quali vengono prese le decisioni. Scopriremo che molte funzioni che un tempo appartenevano alla provincia oggi sono affidate a organismi più grandi, governati altrove o inseriti in strutture nelle quali Frosinone possiede un peso minore.

Questa inchiesta non vuole alimentare nostalgia. Non riporteremo in vita i cinescopi della Videocon e non possiamo ricostruire l’economia degli anni Ottanta. Il mondo produttivo è cambiato e molte crisi hanno cause internazionali, tecnologiche e industriali che nessuna amministrazione provinciale avrebbe potuto fermare da sola. Ma una cosa possiamo farla. Possiamo verificare se, davanti a quei cambiamenti, la Ciociaria abbia costruito una strategia oppure si sia limitata a gestire ogni emergenza aspettando la successiva. Perché una provincia non viene spogliata soltanto quando qualcuno le porta via qualcosa. Viene spogliata anche quando non riesce a difendere ciò che possiede, a riconvertire ciò che perde e a conquistare ciò di cui ha bisogno.

Domani, seconda puntata: “Gli enti che non decidono più qui”. Come Frosinone ha perso autonomie, sedi e potere decisionale.