LA STORIA - CHILDREN, TRENTA ANNI DOPO

  • Tommaso Villa

Era il 1995, trent’anni fa. I telegiornali aprivano ogni sera con le immagini della seconda guerra in Jugoslavia, la più sanguinosa di tutte. Si vedevano bambini morti, famiglie distrutte, città rase al suolo a poche centinaia di chilometri da noi. Sarajevo, una capitale europea, era sotto assedio. E mentre giovani dell’Europa guardava impotente quell’orrore, qui da noi esplodeva un’altra tragedia: le stragi del sabato sera, ragazzi che non tornavano più a casa dopo le discoteche.

In mezzo a tutto questo c’era un dj sconosciuto, Roberto Concina. Non aveva potere, non aveva un nome, non aveva un pubblico. Ma si portava dentro due immagini che lo avevano schiacciato: quelle dei bambini martoriati dei Balcani, “i children” e quelle dei ragazzi italiani finiti contro un guardrail dopo una notte passata a ballare. Fu allora che si fece una domanda assurda, quasi ingenua: “Io, con la musica, posso essere utile a qualcosa?”.

Il titolo “Children” nasce esattamente da questo. Non è poetico. Non è casuale. È un atto politico e umano. Roberto Miles aveva ricevuto da un amico fotoreporter un plico di immagini crude, arrivate direttamente dalle zone bombardate di Bosnia. Bambini uccisi, feriti, profughi, occhi troppo adulti per l’età che avevano. Quelle foto lo sconvolsero. Gli si piantarono in testa come una ferita. E “Children” — quel pianoforte che sembra un lamento — è la risposta emotiva a quelle immagini.

Ma non basta. Il titolo racconta anche un’altra cosa: per Miles “children” erano anche i ragazzi italiani vittime del sabato sera. Figli. Di qualcuno, di tutti. Giovani che non facevano ritorno, inghiottiti dalla notte. E allora il brano, oltre a essere un grido per la guerra nei Balcani, divenne una carezza per loro: una musica che serviva a rallentare, a calmare, a non farli salire in macchina con il cuore ancora in corsa.

Il progetto “Children” nacque così. Non come hit, ma come gesto civile. Una Dream House, così fu chiamato quel filone di musica di cui Miles è "l'inventore", che cambiava l’umore della pista, che accompagnava la chiusura della serata. E gli effetti si videro: la Polizia Stradale, negli anni successivi, confermò che il “cool-down musicale” a fine nottata riduceva gli incidenti. Non era la soluzione, ma funzionava. A volte, la differenza tra la vita e la morte era un bpm più basso. Un pianoforte invece di un kick. Una scelta musicale, sì, ma anche un gesto umano.

E poi arrivò il video. Ancora oggi è uno degli atti di denuncia più eleganti e potenti degli anni ’90. Nel videoclip non ci sono bombe, non ci sono cadaveri, non c’è la Bosnia in macerie: c’è una bambina che cammina da sola per una grande città, osserva il mondo degli adulti, ne subisce la distanza. Il video racconta la solitudine dei bambini del mondo moderno, e allo stesso tempo allude a quelli senza infanzia dei Balcani. È un manifesto visivo: i “children” sono ovunque, ignorati, dimenticati. La bambina viene filmata dal basso, come se lo spettatore fosse un adulto distratto che la guarda solo di sfuggita. Un modo gentile, ma tagliente, per dire: ci sono bambini che chiedono di essere visti, e noi non guardiamo.

“Children” uscì il 5 novembre 1995. Nel giro di poche settimane invase tutto. Fu una hit, sì, ma soprattutto un simbolo. La Dream House cambiò la dance, il pianoforte diventò linguaggio, e Miles, senza volerlo, diventò il volto di una generazione che aveva bisogno di respirare.

Robert Miles se n’è andato nel 2017, a soli 47 anni. Ma a trent’anni dall’uscita di “Children” la sua eredità è più viva che mai. Perché quella musica non era stata scritta per sfondare, ma per proteggere. Era nata per i bambini della guerra e per i ragazzi della notte. E quando una canzone nasce così, non invecchia. Resta lì, come una promessa: che anche un dj sconosciuto, nel momento giusto, può cambiare qualcosa.