ISOLA LIRI - CITTA' D'ACQUA O BUCHI NELL'ACQUA?

  • Tommaso Villa

Ci sono documenti che appartengono agli archivi. E poi ce ne sono altri che appartengono alla coscienza collettiva di una città. http://www.sistemi.it/isolaliri/nov/news/stampa.html

Il testo approvato dal Consiglio comunale di Isola del Liri nel 1999 per l'adesione al Centro Internazionale Città d'Acqua non è una semplice delibera amministrativa ingiallita dal tempo. È qualcosa di molto più importante: è la fotografia di una comunità che, alla soglia del nuovo millennio, aveva deciso di immaginare il proprio futuro.

Rileggerlo oggi provoca una sensazione difficile da descrivere. Da una parte l'orgoglio per l'ambizione di quelle pagine; dall'altra un interrogativo inevitabile: quanto di quel sogno è diventato realtà?

Per comprendere la portata storica di quel documento bisogna tornare alla Isola del Liri degli anni Novanta. La città usciva da decenni difficili. La grande stagione industriale, che aveva fatto guadagnare a Isola l'appellativo di "Manchester Italiana", si era ormai conclusa. Le cartiere avevano perso centralità, le fabbriche chiudevano o si trasformavano e il territorio cercava una nuova identità. Molte città industriali europee, davanti a crisi simili, avevano scelto la strada più semplice: demolire, costruire, dimenticare.

Isola del Liri, invece, provò una strada diversa. Una strada allora rivoluzionaria: trasformare il proprio passato industriale in risorsa per il futuro. Nel documento del 1999 compare una frase destinata a rimanere nella storia urbanistica locale: il passaggio da "Città-fabbrica" a "Città-parco fluviale e tecnologico". Non era uno slogan. Era un programma politico. Ed era, per certi aspetti, un programma straordinariamente moderno.

Si parlava di archeologia industriale quando in Italia il tema era ancora per pochi specialisti. Si immaginava il recupero delle cartiere non come ruderi del passato ma come poli culturali, incubatori d'impresa, centri tecnologici e museali. Si pensava a un grande Parco Fluviale e Tecnologico capace di unire la Cascata, il Castello Boncompagni, Lefebvre, Boimond, Pisani e la centrale di Vadurso in un unico sistema integrato. Una visione che oggi definiremmo "turismo esperienziale", "rigenerazione urbana" o "distretto culturale diffuso". Ma nel 1999 questi termini non erano ancora entrati nel linguaggio comune.

Eppure a Isola del Liri già si parlava di tutto questo. Ancora più sorprendente è la presenza di concetti che oggi sembrano attualissimi: telecomunicazioni, alta tecnologia, incubatori per PMI, internazionalizzazione, globalizzazione. Il documento utilizza addirittura il termine "glocal", sintesi tra globale e locale, un neologismo allora quasi sconosciuto. E parla della rete Internet come della "madre di tutte le reti".

Siamo nel 1999. Google è appena nato. Facebook nascerà cinque anni dopo. Gli smartphone arriveranno quasi un decennio più tardi. E Isola del Liri già ragionava in termini di città intelligente. Non a caso compare una definizione che oggi farebbe sorridere, ma che allora era visionaria: "Isola intelligente". Ma i sogni, da soli, non bastano. Servono risorse. E le risorse arrivarono. I numeri riportati nel documento impressionano ancora oggi. Solo i fondi strutturali europei già ottenuti ammontavano a 33 miliardi di lire. A questi si aggiungevano il Patto Territoriale, i Contratti di Quartiere, il Programma di Sviluppo d'Area con Sora da oltre 100 miliardi di lire, finanziamenti CIPE e investimenti privati.

Vennero progettati: il recupero della Boimond; la rifunzionalizzazione della Pisani; il Museo europeo della Carta e delle Telecomunicazioni; incubatori per imprese; parcheggi interrati; auditorium; alberghi; centri direzionali; percorsi fluviali; persino un acquario d'acqua dolce, definito tra i più importanti d'Europa.

Rileggendo oggi queste pagine emerge una domanda inevitabile. Che cosa è accaduto lungo il cammino?

La risposta non può essere semplicistica. Alcune opere sono state realizzate. Altre hanno cambiato funzione. Altre ancora non hanno trovato compimento. Le ragioni dovremmo chiedere a chi in quegli anni hanno vissuto da protagonista questa stagione.

Sarebbe ingiusto attribuire ciò a una singola amministrazione o a una singola stagione politica. Le trasformazioni urbane richiedono continuità, visione condivisa e decenni di lavoro. Ma proprio qui si nasconde il nodo centrale della riflessione. Una città non vive soltanto di opere pubbliche. Vive soprattutto di visione. E la sensazione che si prova leggendo quel documento è che Isola del Liri avesse una visione molto chiara di sé stessa. L'acqua non come semplice elemento paesaggistico, ma come identità. L'archeologia industriale non come rudere, ma come opportunità economica. Il turismo non come attività marginale, ma come pilastro dello sviluppo. La cultura non come costo, ma come investimento.

E oggi? Nel 2026, mentre l'Europa finanzia rigenerazione urbana, transizione ecologica e valorizzazione dei patrimoni industriali, molte di quelle intuizioni appaiono addirittura profetiche. La verità è che Isola del Liri possiede ancora un patrimonio che molte città ci invidiano: le uniche cascate nel cuore di un centro storico, una storia industriale irripetibile e un rapporto tra acqua e urbanistica praticamente unico in Italia.

Forse il futuro della città non deve essere inventato. Forse è già stato scritto. È lì, in quelle pagine del 1999. Aspetta soltanto di essere riletto, aggiornato e completato. Perché il problema delle grandi visioni non è averle. È avere il coraggio, generazione dopo generazione, di continuare a crederci.

(Nella foto la Lefebvre che nei documenti ministeriali risulta essere un museo)