TERREMOTO 1915 - LE CASE CROLLARONO, IL POPOLO RESTO' IN PIEDI
- Tommaso Villa
Il 13 gennaio 1915, alle 7:53 del mattino, la terra Tremo. L’epicentro era ad Avezzano, ma quello che accadde non rimase circoscritto nella Marsica. Il terremoto attraversò le montagne, scese lungo le valli, arrivò nella Valle del Liri, colpì Sora, Isola del Liri, i paesi intorno.
Sora contò centinaia di morti. Non fu rasa al suolo come Avezzano, ma fu ferita a fondo. E subito dopo accadde qualcosa che la storia ufficiale racconta poco: Sora divenne un luogo di arrivo. Arrivarono superstiti, feriti, donne e bambini senza più nulla, gente che aveva perso tutto tranne la forza di vivere.
In quel gennaio l’Italia non combatteva ancora la prima guerra mondiale ma combatteva però con la propria fragilità, con uno Stato impreparato, con soccorsi lenti. E allora, come spesso accade nelle grandi tragedie, fu la gente a fare lo Stato e si arrangió come poté: nacquero così le baracche. Prima di fortuna, tirate su con quello che c’era. Poi altre, un po’ più solide, un po’ più vivibili, ma sempre baracche. A Isola del Liri comparvero in modo limitato. A Sora, invece, diventarono tante, troppe. Tanto da trasformarsi in una città dentro la città.
Per un periodo, i sorani vennero chiamati “baraccari”, in senso dispregiativo. Un’etichetta sociale che pesava quanto le macerie, che segnava una frattura, ma che non descriveva la generosità di tanti sorani che accolsero tanti "fratelli" abruzzesi.
Quelle baracche, nate per pochi mesi, durarono anni, anche alcune decenni. Alcune, trasformate e adattate, sono arrivate fino a pochi anni fa. Segno evidente di una tragedia che duró troppo tempo.
Oggi, in memoria di quella mattina, la città sceglie il raccoglimento deponendo alle ore 9.00 due omaggi floreali da parte del sindaco Luca Di Stefano non solo per i caduti ma anche per la resilienza di un popolo che rimase in piedi, un popolo più forte dei palazzi crollati