LAVORO - PRIMI LICENZIAMENTI ALLA HENKEL
- Tommaso Villa
Purtroppo, alla Henkel sono arrivati i licenziamenti: 8 dipendenti licenziati o, come si dice per indorare la pillola, accompagnati gentilemente alla porta. Personalmente non credo che a medio termine saranno solo 8. La volontà della multinazionale chimica di disinvestire è incontrovertibile e la grave riduzione del personale, imposta e non concertata, dovrebbe allarmare per i modi, per i tempi e per le finalità, sia il mondo sindacale che forse ha mal interpretato i segnali lanciati dall'azienda, sia il mondo politico incapace di fare sintesi e di capire che dopo la Henkel saranno tante altre le aziende pronte a disinvestire in provincia di Frosinone e in provincia di Latina.
Oggi, pensare, come sta facendo qualche farlocco politicante opportunista, in cerca di visibilità, di aprire un disperato dialogo con i vertici aziendali è tanto inutile quanto deprimente e ridicolo. La lunga agonia della Bdtronic a Rieti non ha insegnato nulla. I segnali d'allarme lanciati, da anni, da tutto il comparto industriale del basso Lazio sono stati reiteratamente e stolidamente ignorati. Così come è concepito, tutto il nostro tessuto industriale, obsoleto e legato a canoni economici di fine secolo scorso, non è competitivo.
Si scontano ritardi infrastrutturali decennali, mancano incubatori di ricerca, mancano hub vettoriali energetici di nuova concenzione, manca un vero e proprio piano programmatico pluriennale, si va avanti a forza di interventi spot ed estemporanee misure “una tantum” a pioggia che fanno boccheggiare le aziende ma non le rendono immuni dalla concorrenza e dalla instabile volatilità del mercato globale. Per uno stato dalla forte tradizione manifatturiera come l'Italia, fare industria oggi vuol dire non essere ricattati energeticamente, vuol dire proporre filiere hi tech, vuol dire investire in sviluppo e ricerca, anche nell'agro alimentare, vuol dire programmare percorsi tecnologici interconnessi, vuol dire modulare reti di comunicazioni multidirezionali e di rapido accesso, vuol dire creare figure operative poliedriche sul territorio da parte di poli universitari locali che, ad oggi, invece, ancora faticano ad approcciarsi alle esigenze smart del nuovo secolo.
Con buona pace del governo Meloni, colpevolmente latitante, si promuove ancora una economia industriale di sussitenza, arroccati a concezioni irrituali di impresa improntate a dinamiche puramente conservative, mestamente prigionieri di illusori retaggi di grandeur duri a morire. Paradosso, oggi noi siamo quello che la Cina era quaranta anni fa. Noi siamo fermi al secolo scorso, mentre la Cina e le altre tigri asiatiche sono nel secondo millennio e guardano già al prossimo futuro che sarà da loro determinato sia economicamente che politicamente.
Non serve Cartesio per capire che, sic stantibus rebus, lo stabilimento Stellantis a Cassino è destinato alla chiusura: industrialmente è antieconomico. La proprietà innova e investe dove lo stato sociale è appena abbozzato, Kenitra (Marocco) o Tafraoui (Algeria) e dove il costo dell'energia non incide sulla produzione a discapito del guadagno. Tanto per capirci, a Ouarzazate (Marocco) sorge la centrale termodinamica più grande del mondo, Noor Ouarzazate, 580 MW di energia rinnovabile a costo zero.
Secondo il commissario del Consorzio Industriale del Lazio, uno a caso, dove conviene produrre a Cassino o a Kenitra? Eppure, Rubbia a Priolo aveva seminato bene, peccato che l'aridità della coeva e mediocre classe politica ha volutamente fatto seccare quel seme che ne poteva far maturare tanti altri. E' evidente che il terzo mondo non sono loro. Come si può credere di essere competitivi se, in Italia, da 40 anni lo stato, il governo, non investe e non programma piani strutturali multidimensionali? O se lo fa, lo fa in modo discutibile e quasi sempre con finalità autoreferenziali? E' una battaglia persa.
Prepariamoci a tempi oscuri.
Lorenzo Fiorini
Psi