CONSORZI DI BONIFICA - LA NUOVA GESTIONE DELLE ACQUE
- Tommaso Villa
Ci sono momenti nella storia in cui le istituzioni cambiano così profondamente da ritrovarsi a svolgere un compito quasi opposto a quello per cui erano nate. È il caso dei Consorzi di Bonifica.
Per oltre un secolo la loro missione è stata chiara: togliere l'acqua. Prosciugare paludi, drenare terreni, scavare canali di scolo, difendere le campagne dagli allagamenti e rendere coltivabili superfici che fino a quel momento erano considerate improduttive o addirittura pericolose. In un'Italia dove la malaria era ancora una realtà e vaste aree agricole erano periodicamente sommerse, quella missione aveva una sua logica e una sua necessità storica. L'acqua era il problema.
Oggi, però, ci troviamo davanti a uno scenario completamente diverso. Siccità sempre più frequenti, falde che si abbassano, sorgenti che diminuiscono la loro portata, agricoltura che chiede disponibilità idrica costante e cambiamenti climatici che alternano lunghi periodi di aridità a precipitazioni intense e concentrate. L'acqua non è più il problema. L'acqua è diventata la risorsa da conservare.
E così i Consorzi di Bonifica stanno cambiando pelle. Sempre più spesso si parla di invasi, accumulo idrico, ricarica delle falde, gestione sostenibile della risorsa acqua, tutela degli ecosistemi e persino recupero di aree umide. In altre parole, ciò che ieri doveva essere allontanato oggi deve essere trattenuto. Non si tratta di una contraddizione. È l'adattamento a un mondo che è cambiato. Eppure una riflessione merita di essere fatta.
Per decenni il successo di una politica idraulica è stato misurato dalla velocità con cui l'acqua veniva fatta defluire verso valle e, infine, verso il mare. Fossi, canali, drenaggi e opere di bonifica hanno contribuito a trasformare il territorio italiano, permettendo sviluppo agricolo e crescita economica. Nessuno può negarlo.
Ma oggi l'Europa guarda la questione da una prospettiva diversa. Con il nuovo Regolamento europeo sul Ripristino della Natura, entrato in vigore nel 2024, gli Stati membri sono chiamati non soltanto a proteggere gli ecosistemi esistenti, ma anche a ripristinare quelli degradati. Zone umide, corsi d'acqua, aree naturali e ambienti agricoli tornano al centro delle strategie comunitarie. L'obiettivo è ricostruire quella capacità naturale di trattenere, filtrare e redistribuire l'acqua che molti territori hanno progressivamente perso nel corso del Novecento.
È un cambio di paradigma. Per la prima volta da decenni non si parla soltanto di nuove opere, ma anche di recuperare funzioni che la natura svolgeva gratuitamente prima che fossero eliminate o ridotte. Questo non significa demonizzare la bonifica o riscrivere la storia. Significa semplicemente prendere atto che ogni epoca affronta problemi diversi e richiede soluzioni diverse.
La vera domanda, allora, non è se i Consorzi di Bonifica debbano cambiare missione. Lo stanno già facendo. La domanda è se siamo pronti ad accettare che la gestione dell'acqua del XXI secolo non possa essere identica a quella del Novecento. Perché, osservando ciò che accade oggi, emerge una curiosa verità storica: per oltre cent'anni abbiamo investito risorse e intelligenze per far correre l'acqua più velocemente possibile.
Oggi investiamo risorse e intelligenze per rallentarla, trattenerla e conservarla. Non è una critica. È il segno dei tempi. E forse è proprio qui che si misura la capacità di un territorio di guardare avanti: non nella difesa ostinata delle vecchie ricette, ma nel coraggio di riconoscere che il mondo è cambiato e che, con esso, devono cambiare anche le istituzioni nate per governarlo.
Resta il problema delle perduranti gestioni commissariali.
L'AMBIDESTRO