ENOLOGIA - LE BOTTI DI CASTAGNO
- Tommaso Villa
Una botte di castagno non è soltanto un contenitore per il vino. Se il legno proviene dai boschi del Lazio, viene lavorato da imprese del territorio e impiegato per affinare vini regionali, può diventare l’anello di congiunzione tra selvicoltura, artigianato, agricoltura ed enoturismo. È questa la sostanza del progetto rilanciato dalla Regione, che punta a riportare il castagno nelle cantine laziali.
Non siamo davanti a una semplice dichiarazione d’intenti. La misura è già contenuta nella legge regionale 31 dicembre 2025, numero 20, la legge di stabilità 2026. L’articolo 22 prevede espressamente il recupero della “filiera legno-vino” e lo studio per la reintroduzione del legno di castagno locale nella produzione di contenitori destinati all’affinamento dei vini.
Il progetto sarà realizzato dal Dipartimento di Scienze agrarie e forestali dell’Università della Tuscia, in collaborazione con Arsial e con la partecipazione delle imprese artigiane che lavorano il castagno e delle aziende vitivinicole regionali. Per il 2026 è stato stanziato un contributo di 150 mila euro in favore di Arsial. Lo stabilisce direttamente la legge regionale.
La cifra non è sufficiente per ricostruire da sola una filiera produttiva completa. È un finanziamento destinato allo studio e alla sperimentazione, quindi un punto di partenza. Per trasformarlo in un’attività economica stabile serviranno investimenti successivi, formazione professionale, selezione del legname, protocolli di stagionatura e lavorazione, coinvolgimento delle segherie e, soprattutto, aziende vinicole disposte a sperimentare seriamente.
Il castagno, infatti, non è semplicemente un’alternativa meno costosa al rovere francese. È un legno con caratteristiche proprie, una porosità e una cessione di tannini differenti, che possono modificare in maniera sensibile l’evoluzione del vino. Una sperimentazione condotta in Toscana nell’ambito del progetto Revival ha rilevato differenze percepibili tra i vini affinati nel castagno e quelli passati nel rovere, con una possibile maggiore astringenza. Lo stesso studio ha sottolineato la necessità di selezionare attentamente il materiale, perché eventuali difetti del legno possono compromettere la costruzione e la tenuta del contenitore. La ricerca, quindi, non è un ornamento accademico, ma una condizione necessaria per evitare che il ritorno alle botti di castagno si riduca a una moda commerciale. I risultati del progetto sono stati illustrati dall’Accademia dei Georgofili.
La Ciociaria, però, non parte da zero. Ad Acuto opera Terre Antiche, azienda con vigneti tra Piglio e Anagni che ha già scelto di utilizzare il castagno per una parte importante della propria produzione. Il Monumento, Cesanese del Piglio Docg Superiore, viene affinato per dieci mesi in botti di castagno da mille litri e successivamente riposa per dodici mesi in bottiglia. Anche il Rubino nasce attraverso un percorso che comprende anfora, acciaio e castagno.
La scelta dell’azienda non viene presentata come un espediente promozionale, ma come un richiamo esplicito al territorio: castagno invece del più consueto rovere, proprio perché considerato maggiormente legato al paesaggio e alla storia locale. È una testimonianza importante, perché dimostra che in Ciociaria l’impiego del castagno nel vino non è soltanto un’ipotesi per il futuro. È una pratica già esistente, sulla quale costruire ricerca, confronti e nuove produzioni. L’esperienza di Terre Antiche è raccontata dettagliatamente da Wine Tales Magazine.
Anche appena oltre il confine provinciale, nell’area del Cesanese di Olevano Romano, si trovano esperienze analoghe. Cantine Riccardi Reale, tra Bellegra e Olevano Romano, utilizza il castagno per il Collepazzo Riserva. È un ulteriore segnale: il rapporto tra Cesanese e botti di castagno può rappresentare un terreno concreto di sperimentazione, non una ricostruzione artificiale imposta dall’alto.
Il secondo campo naturale di applicazione potrebbe essere quello del Cabernet di Atina. In questo caso, però, è necessario distinguere i fatti dalle suggestioni. Non abbiamo trovato conferma che il Cabernet di Atina venga attualmente affinato in botti di castagno. Il disciplinare dell’Atina Cabernet Riserva stabilisce un periodo minimo di invecchiamento di 24 mesi, dei quali almeno sei in recipienti di legno, ma non impone una particolare essenza.
Le aziende del territorio oggi documentano prevalentemente l’impiego del rovere. La Ferriera utilizza rovere francese, mentre Cominium indica l’affinamento in barrique, sempre di rovere francese. Non sarebbe quindi corretto raccontare il Cabernet di Atina come un vino già legato al castagno. Sarebbe invece interessante proporlo come candidato per una sperimentazione comparativa: una parte affinata nel rovere e una parte nel castagno laziale, verificando gli effetti sul vino attraverso analisi e degustazioni tecniche.
Atina possiede, del resto, una storia enologica di primo piano. Lo stabilimento dei fratelli Visocchi, fondato nel 1868, era dotato di botti, tini e macchinari moderni per l’epoca e arrivava a lavorare migliaia di quintali di uva. Le fonti disponibili non specificano quale legno fosse utilizzato per i contenitori, quindi anche in questo caso sarebbe sbagliato attribuire automaticamente quelle botti al castagno. Resta però il valore di una tradizione produttiva e industriale che potrebbe trovare una nuova espressione nel progetto regionale.
C’è poi la storia delle competenze meccaniche e artigianali del Sorano. Nel 1958 fu avviata un’attività dedicata alla costruzione manuale di torchi e pigiadiraspatrici. Da quella esperienza è nata un’azienda che oggi produce e commercializza attrezzature per l’enologia, la birrificazione e l’agroalimentare. Nel catalogo sono presenti anche botti artigianali di castagno di diverse capacità.
Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che quelle botti vengano materialmente costruite nel Sorano. Possiamo però dire che nel territorio esiste una cultura tecnica legata ai torchi, alle attrezzature di cantina e alla trasformazione dell’uva. Una competenza che non dovrebbe essere ignorata quando si parlerà di imprese da coinvolgere nella nuova filiera. La storia dell’azienda è ricostruita sul sito ufficiale di Polsinelli.
Esiste anche una memoria artigianale più ampia. I bottai di Marcetelli erano conosciuti per la costruzione e la riparazione di botti e tini e si spostavano per lavorare anche in Ciociaria. Non significa che ogni paese della provincia di Frosinone possedesse una propria scuola di bottai, ma dimostra che questo mestiere apparteneva all’economia rurale dell’Italia centrale ed era presente nei territori attraversati dalla produzione vinicola. La testimonianza è conservata anche da Treccani.
Mettendo insieme questi elementi, il quadro è più interessante di quanto possa apparire. La Ciociaria ha i boschi, il Cesanese del Piglio, il Cabernet di Atina, aziende che già impiegano il castagno, una storia di torchi e attrezzature enologiche e una memoria artigianale legata a botti e tini. Possiede, dunque, diversi tasselli della filiera immaginata dalla Regione.
Il progetto della Regione può diventare una buona operazione di politica agricola e industriale, a condizione che non si fermi alla realizzazione di qualche botte dimostrativa e a una serie di convegni. Arsial e Università della Tuscia dovranno coinvolgere chi ha già maturato esperienza sul campo, partendo da Terre Antiche e dai produttori del Cesanese, per poi aprire la sperimentazione alle cantine dell’Atina Doc, alle imprese forestali, alle segherie e alle realtà tecniche del Sorano.
Servirà anche recuperare il mestiere del bottaio, oggi quasi scomparso, formando giovani capaci di lavorare il castagno secondo criteri moderni e verificabili. Dovranno essere garantite provenienza del legno, corretta stagionatura, stabilità, sicurezza alimentare e continuità qualitativa. Senza queste condizioni, il racconto della tradizione resterà soltanto un’etichetta.
Se invece il progetto sarà accompagnato da ricerca, investimenti e capacità imprenditoriale, la botte di castagno potrà diventare un prodotto territoriale riconoscibile e non la copia locale della barrique francese. Potrà dare valore ai boschi, creare lavoro artigianale, distinguere alcuni vini del Lazio e offrire alle cantine un nuovo elemento di identità.
La Regione ha aperto una strada credibile. La Ciociaria ha già dimostrato di possedere esperienze, vini e competenze per percorrerla. Adesso deve evitare che la nuova filiera venga progettata altrove, limitandosi poi ad assistere o ad applaudire.
La legge ha aperto la porta. Il territorio deve entrarci.