CIOCIARIA - LA CONCA E LA CANNATA
- Tommaso Villa
C’è un’immagine che più di altre ha raccontato la Ciociaria al resto d’Italia: la donna in costume tradizionale, schiena dritta, passo sicuro, e sulla testa la conca di rame piena d’acqua. È finita sulle cartoline, nei quadri dei pittori di costume, nei manifesti turistici del Novecento. Col tempo è diventata quasi un marchio, un simbolo riconoscibile della nostra terra.
Eppure, come spesso accade quando un territorio viene raccontato da fuori, il simbolo ha finito per semplificare una realtà che era molto più varia. Perché la Ciociaria vera, quella dei paesi, delle contrade e delle fontane pubbliche, non era uniforme. Cambiavano le abitudini, i materiali disponibili, le tradizioni artigiane. Cambiava perfino il recipiente con cui si andava a prendere l’acqua.
Nella Valle del Liri, tra Sora, Isola del Liri, Arpino e Castelliri, per esempio, la memoria storica locale parla chiaro: lì la protagonista era spesso la cannata in terracotta. Non un oggetto secondario, ma il recipiente quotidiano, quello che le donne portavano sulla testa usando la spara, il cercine di stoffa arrotolata. Non è un caso che ad Arpino, ancora oggi, il Palio riproponga la corsa della cannata. Le tradizioni popolari non si inventano a tavolino: nascono da ciò che la gente ha davvero fatto per generazioni.
La conca di rame, invece, aveva altre qualità. Era robusta, riparabile, durava nel tempo. In molte zone laziali e appenniniche era diffusa e apprezzata. Inoltre era bella da vedere: il rame lucido colpiva l’occhio di pittori e fotografi. Quando tra fine Ottocento e inizio Novecento si iniziò a “mettere in scena” il folklore, la conca divenne l’oggetto perfetto per rappresentare la donna ciociara. Più scenografica, più iconica.
Così è successo che il simbolo abbia superato la realtà locale. La conca è diventata l’emblema della Ciociaria intera, anche nei luoghi dove, nella vita quotidiana, si usava soprattutto la cannata. Non è una contraddizione, è il modo in cui nasce l’immaginario collettivo. Un territorio complesso viene riassunto in un’immagine semplice. Funziona per il turismo, per l’arte, per la narrazione. Ma chi vive quei luoghi sa che la storia è più sfumata.
E forse proprio qui sta la ricchezza della Ciociaria: non in un simbolo unico, ma in una trama di micro-storie locali, di tradizioni che cambiano da paese a paese, di oggetti umili che raccontano la vita vera di chi ci ha preceduto. Ricordarlo non toglie nulla al valore della conca come simbolo. Semmai aggiunge dignità alla cannata e, con essa, alla memoria quotidiana di tante comunità della Valle del Liri. Perché l’identità di un territorio non è fatta solo di immagini famose, ma di verità locali tramandate a voce, festa dopo festa, famiglia dopo famiglia. È vero: la conca è diventata l’icona della Ciociaria nell’immaginario collettivo. Ma è altrettanto vero che, ad esempio, nel Gonfalone di Arpino la protagonista è la cannata, segno di una tradizione radicata e reale.
Che le nostre nonne abbiano portato la conca o la cannata, poco cambia nella sostanza: in entrambi i casi parliamo di oggetti che raccontano fatica, vita quotidiana, comunità. Sono simboli diversi di una stessa storia.
E proprio questa storia è un patrimonio da custodire. Perché ogni ricordo, ogni usanza, ogni gesto tramandato rappresenta un pezzo di Ciociaria identitaria. E trasferirlo alle generazioni successive non è solo un fatto di memoria, ma di responsabilità verso la nostra terra.