AMBIENTE - ANAGNI OSTAGGIO DEI VELENI
- Tommaso Villa
La città di Anagni e l’intero territorio si sono svegliati con due pessime notizie dal punto di vista ambientale, ennesima conferma di una drammatica e perdurante emergenza. Da un lato, il via libera della Regione Lazio a un nuovo impianto di stoccaggio di rifiuti, pericolosi e non, in via Paduni (autorizzato con l’esclusione della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, seppur con 34 prescrizioni); dall’altro, la conferma ufficiale e allarmante della scoperta di un interramento illecito di rifiuti pericolosi, che ha portato al sequestro di oltre 5.000 metri quadrati di terreno e all’iscrizione di tre persone nel registro degli indagati.
Come Europa Verde Provincia di Frosinone, riteniamo non più rimandabile una riflessione profonda su ciò che questo territorio è stato e su ciò che è destinato a diventare se non si inverte immediatamente la rotta.
Un’eredità tossica e l’ombra del “Lock-in” economico Per decenni, le fabbriche inquinanti hanno piegato e ridefinito l’economia locale. Hanno creato una vera e propria “specializzazione negativa” e meccanismi di lock-in (blocco) che, anziché generare ricchezza duratura, hanno ridotto le reali opportunità lavorative. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: con la chiusura e la delocalizzazione di queste industrie, il nostro territorio sta vivendo un lungo inverno di sottoccupazione.
Abbiamo assistito a un modello economico privo di resilienza, basato su:
- Cementificazione continua e consumo di suolo.
- Fabbriche incapaci (o non disposte) a riconvertirsi in chiave sostenibile.
- L’abbandono finale dei siti produttivi, lasciati a marcire.
- L’emergenza sanitaria e le disuguaglianze sociali
- Non possiamo dimenticare che l’area fa parte del Sito di Interesse Nazionale (SIN) Bacino del Fiume Sacco, un territorio che attende bonifiche reali da quasi vent’anni, da quando emerse lo scandalo del beta-esaclorocicloesano (ß-HCH).
Oggi, l’inquinamento industriale—sia quello ereditato e criminalmente interrato, sia quello potenziale dei nuovi impianti—non è solo un’emergenza ambientale, ma una bomba sanitaria e sociale. I dati degli studi epidemiologici regionali (come il progetto ERAS) hanno più volte evidenziato nella Valle del Sacco eccessi di mortalità e ricoveri per patologie respiratorie e cardiovascolari rispetto alla media regionale.
In un sistema sanitario pubblico già tenuto in ostaggio da infinite liste d’attesa—figlie di precise volontà politiche di definanziamento—la qualità della vita si abbassa drasticamente. Si generano così vulnerabilità diseguali: sono sempre i gruppi sociali più marginalizzati, con minori risorse economiche per curarsi nel privato, a pagare il prezzo più alto, vivendo con una salute mediamente peggiore rispetto ad altri territori.
Dalla chimica alle armi: un territorio che non impara A questo quadro desolante si aggiunge il tentativo di riconversione militare dell’area ex KNDS. Trasformare il nostro territorio nella sede di una vera e propria filiera bellica significa esporci a nuovi rischi annessi e connessi, sostituendo un’industria problematica con un’altra, in palese contrasto con i principi di pace e sviluppo sostenibile che dovrebbero guidare il rilancio europeo. Questa combinazione tossica sta compromettendo la nostra capacità, come comunità, di attivarci per prevenire ulteriori danni. Nonostante le battaglie coraggiose di attivisti, associazioni e partiti, una fetta della popolazione appare rassegnata a questo cortocircuito economico e sociale, in cui l’ingiustizia ambientale non fa che rafforzare le disuguaglianze.
La nostra proposta: un Patto Sociale per la Transizione Ecologica È giunto il momento di approdare definitivamente all’economia della transizione ecologica. Scrivendo una nuova “geografia della transizione”, dobbiamo chiederci da dove iniziare. La risposta è: proprio qui ed ora. In questo percorso, i lavoratori delle industrie inquinanti non devono mai essere visti come ostacoli alle politiche climatiche, bensì come i primi e più importanti alleati nelle battaglie ambientali. La vera transizione crea “green jobs” sicuri, tutela il reddito durante la riconversione e rimette al centro la salute di chi lavora e di chi vive i territori.
Chiediamo con determinazione ai decisori istituzionali, a tutti i livelli, di smettere di considerare la Valle del Sacco e Anagni come la pattumiera del Lazio. È necessario aprire un percorso condiviso con la comunità e stringere un Patto Sociale per la Transizione Ecologica che preveda:
- Stop immediato a nuovi impianti impattanti in un’area già satura e in attesa di bonifica.
- Sblocco e accelerazione dei fondi per le bonifiche del SIN Valle del Sacco.
- Piani di riqualificazione per i lavoratori, per traghettare le competenze verso settori sostenibili e non bellici.
- L’unica alternativa a questo patto, purtroppo, è il definitivo e irrimediabile abbandono del nostro territorio.
