SOCIETA' - I RAGAZZI CON IL COLTELLO SEMPRE IN TASCA
- Tommaso Villa
Lo chiameremo Marco, anche se potrebbe avere qualunque nome. Marco ha diciassette anni e gira con un coltello in tasca. Non lo porta per fare male a qualcuno, almeno così dice a sé stesso. Lo porta perché “oggi non sai mai”, perché “meglio essere pronti”, perché “se sembri debole ti mangiano”. Ogni tanto lo fa intravedere, giusto un attimo. Non per minacciare, ma per chiarire. Un messaggio silenzioso: con me è meglio non scherzare.
Il racconto che segue è di fantasia. Ma nasce da parole vere. Quella sera Marco non cercava guai. Era uscito come tante altre volte, con la testa piena di rumore e quella sensazione costante di doversi difendere da qualcosa che non sa nemmeno nominare. Poi c’è uno sguardo di troppo. Una parola detta male. Forse una risata scambiata per scherno. È una frazione di secondo, ma nella sua testa scatta l’allarme. La paura prende il posto del pensiero. Il cuore accelera. Il mondo si restringe.
Marco sente di essere messo all’angolo, anche se intorno c’è spazio. Non vuole fare la vittima. Non vuole “passare per quello che abbassa gli occhi”. La mano va in tasca quasi da sola. Il coltello esce. Non per colpire, si ripete. Solo per fermare tutto. Solo per far capire.
Ma quando un coltello esce dalla tasca, la realtà cambia natura. L’altro ragazzo fa un passo indietro, poi uno avanti. Forse per difendersi, forse per dire qualcosa. Nessuno dei due sa davvero cosa sta facendo. C’è una spinta, un movimento confuso, un gesto più rapido del pensiero. Il metallo entra, il tempo si ferma.
Non era questo che Marco voleva. Non era questo il piano. In un attimo tutto ciò che doveva essere deterrenza diventa tragedia. L’altro ragazzo cade. Il rumore intorno si spegne. Restano solo il sangue, le urla e una frase che rimbalza nella testa di Marco come un martello: non doveva andare così.
C’è una frase che resta addosso più dei titoli di cronaca. Non l’ho sentita in televisione, né letta in un comunicato ufficiale. Me l’ha detta Marco, giorni prima, guardandomi negli occhi, con una naturalezza disarmante: «Io il coltello lo porto come deterrente. Lo faccio vedere, così gli altri lo sanno e non mi danno fastidio».
Quella frase è reale. Marco è reale. E questo articolo è stato costruito insieme a lui, partendo dal suo racconto, dalle sue paure, dal suo modo — sbagliato ma sincero — di leggere il mondo che lo circonda. Non c’era arroganza, né voglia di provocare. C’era una logica fredda. Distorta, certo. Ma logica. In quelle parole non c’era il gusto della violenza, bensì la paura. La convinzione che oggi, per non essere scelti come bersaglio, bisogna mostrare di poter far male. Non per colpire, ma per non essere colpiti.
È qui che il coltello “sempre in tasca” smette di essere una devianza marginale e diventa una questione culturale. Perché quando un ragazzo arriva a pensare che la propria sicurezza dipenda da una lama, significa che qualcosa, molto prima di lui, si è spezzato. Significa che lo spazio pubblico non è più percepito come neutro, che il rispetto non è più garantito dalle regole, che l’autorità — familiare, scolastica, istituzionale — è avvertita come distante o inefficace.
I fatti di cronaca che si susseguono non fanno che rafforzare questo meccanismo. Ogni accoltellamento, ogni rissa degenerata, ogni video che rimbalza sui social alimenta l’idea che “può capitare a chiunque” e che, dunque, bisogna essere pronti. È una spirale. Più la violenza viene raccontata, più la paura cresce; più cresce la paura, più aumenta il ricorso a strumenti di autodifesa impropria; più questi strumenti circolano, più la soglia dell’incidente si abbassa. Non serve la premeditazione: basta un attimo, una parola di troppo, un gesto mal interpretato.
Non è un fenomeno solo italiano. In Paesi come il Regno Unito, dove il problema dei coltelli tra i giovani è esploso da anni, le istituzioni hanno dovuto prendere atto di una verità scomoda: la repressione, da sola, non funziona. I dati hanno mostrato come molti ragazzi portassero un’arma non per offendere, ma per sentirsi protetti. Ed è partendo da questa consapevolezza che in diverse città si è iniziato a trattare la violenza giovanile come un problema di salute pubblica, non solo di ordine pubblico.
I numeri internazionali raccontano una storia chiara: dove aumenta la percezione di insicurezza, aumenta il porto di armi bianche. Dove si interviene solo con controlli e sanzioni, il fenomeno si sposta, ma non si riduce. Dove invece si lavora su prevenzione, presenza educativa, spazi sicuri e adulti credibili, la curva inizia lentamente a scendere. Non perché i ragazzi diventino improvvisamente “migliori”, ma perché smettono di sentirsi soli.
Il punto centrale, allora, non è il coltello. È il vuoto che quel coltello cerca di colmare. Un vuoto di protezione, di riconoscimento, di fiducia. Quando un ragazzo sente il bisogno di mostrare una lama per farsi lasciare in pace, sta dicendo che non crede più nel patto sociale. Che non si fida del fatto che qualcuno interverrà per lui. Che il rispetto va conquistato con la minaccia, non garantito dalle regole.
Cosa bisogna fare, dunque? La risposta è scomoda perché non è immediata. Serve certamente il controllo, perché la normalizzazione delle armi è un rischio troppo alto per essere ignorato. Ma serve soprattutto ricostruire la percezione di sicurezza prima che quella sicurezza venga cercata nel modo sbagliato. Presenza reale delle istituzioni nei territori, non solo dopo i fatti. Scuole che tornino a essere luoghi di autorevolezza, non parcheggi emotivi. Famiglie accompagnate, non lasciate sole. Spazi di aggregazione che non siano solo slogan nei programmi elettorali.
E serve, soprattutto, una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: adulti credibili. Persone capaci di ascoltare senza giustificare, di spiegare senza predicare, di intervenire prima che la paura diventi violenza.
Questo articolo non nasce per giustificare chi porta un coltello in tasca. Ma nemmeno per condannare senza capire. Nasce da un confronto reale, da una testimonianza vera, e da un racconto di fantasia usato come monito. Perché quando il patto sociale si rompe, qualcuno prova a difendersi come può. E troppo spesso lo fa nel modo sbagliato.