INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 6 - LA FUGA DEI GIOVANI

  • Tommaso Villa

Nelle prime cinque puntate abbiamo raccontato ciò che la provincia di Frosinone ha perso materialmente. Le fabbriche che hanno chiuso. Gli stabilimenti ridimensionati. Gli enti accorpati. Le sedi decisionali trasferite. Le amministrazioni commissariate. Le infrastrutture promesse e mai realizzate. Gli ospedali trasformati e le funzioni sanitarie concentrate altrove.

Oggi dobbiamo parlare della perdita più silenziosa. Non ha cancelli davanti ai quali organizzare un presidio. Non produce decreti di chiusura. Non viene annunciata durante una conferenza stampa. La si scopre osservando una classe scolastica con meno bambini, una casa rimasta vuota, un negozio che non trova più clienti, un paese nel quale aumentano gli anziani e diminuiscono le famiglie giovani. È la perdita degli abitanti. E, soprattutto, è la fuga delle generazioni che dovrebbero costruire il futuro della Ciociaria.

Quarant’anni dopo siamo tornati quasi al punto di partenza. Il dato più impressionante emerge confrontando i censimenti. Nel 1981 la provincia di Frosinone contava 460.395 residenti. Dieci anni dopo erano diventati 479.559. Nel 2001 salirono a 484.566 e nel 2011 raggiunsero 492.661 abitanti. La provincia era cresciuta, anche se lentamente, per tre decenni consecutivi. Poi la curva ha cambiato direzione. Al 31 dicembre 2024 i residenti certificati dall’Istat erano 462.661.

Rispetto al censimento del 2011 la provincia ha perso esattamente 30.000 abitanti, oltre il 6 per cento della propria popolazione. In tredici anni è stato cancellato quasi tutto l’aumento accumulato tra il 1981 e il 2011. Quarantatré anni dopo il censimento del 1981, la provincia ha appena 2.266 residenti in più. Potremmo concludere che, tutto sommato, la popolazione sia rimasta stabile. Sarebbe un errore enorme. La provincia del 2024 non è demograficamente uguale a quella del 1981. Può avere quasi lo stesso numero complessivo di abitanti, ma possiede molti più anziani, molti meno bambini e una quota più ridotta di persone nelle età nelle quali si lavora, si crea un’impresa, si acquista una casa e si formano nuove famiglie. Non siamo tornati al punto di partenza. Siamo tornati allo stesso numero, ma con una struttura molto più fragile.

Più di cinquemila residenti persi in due anni. Il declino non appartiene soltanto al passato. Nel 2023 Frosinone registrò la perdita demografica più consistente tra le province del Lazio: 3.077 abitanti in meno in un solo anno, pari allo 0,7 per cento della popolazione. Nel 2024 il calo è proseguito con altri 2.128 residenti perduti, ancora una volta la diminuzione percentuale più elevata della regione. In due anni se ne sono andati dal bilancio demografico provinciale 5.205 abitanti.

È come se fosse scomparso un Comune delle dimensioni di Ripi. Ma la popolazione non diminuisce in un unico luogo. Il calo si distribuisce tra 91 Comuni, colpendo in modo particolare i centri più piccoli e le aree interne, dove anche poche decine di residenti in meno possono compromettere la sostenibilità di una scuola, di una farmacia, di un’attività commerciale o di un servizio di trasporto. Un grande centro può assorbire la perdita di cento abitanti. Per un paese di cinquecento residenti, cento persone rappresentano un quinto della comunità.

Nascono sempre meno bambini. Il primo motore dello spopolamento è il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi. Nel 2024 la provincia di Frosinone ha registrato un saldo naturale negativo per 2.787 persone. Il tasso di natalità si è fermato a 5,8 nati ogni mille abitanti, mentre quello di mortalità ha raggiunto l’11,8 per mille. In termini proporzionali, i decessi sono stati più del doppio delle nascite. Non si tratta di un’anomalia limitata alla Ciociaria.

La denatalità interessa l’intero Paese e nel 2024 il Lazio ha raggiunto un nuovo minimo storico delle nascite. Frosinone, però, parte da una condizione più debole. Ha meno giovani adulti, un’età media elevata, un mercato del lavoro poco dinamico e un’incidenza della popolazione straniera molto più bassa rispetto alle altre province laziali. Tutti elementi che riducono la capacità di compensare naturalmente i decessi.

Non basta invitare le coppie a fare più figli. Una famiglia decide di avere un bambino quando possiede un lavoro sufficientemente stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia, una rete familiare e la ragionevole certezza di poter affrontare il futuro. La natalità non nasce da un manifesto. Nasce dalla fiducia. E una provincia che per decenni ha raccontato crisi industriali, precarietà e ridimensionamenti non può stupirsi se una parte dei giovani rinvia la formazione di una famiglia oppure decide di costruirla altrove.

Quasi 225 anziani ogni cento ragazzi. Nel 2024 l’età media della popolazione provinciale ha raggiunto 47,4 anni, contro i 46,7 del Lazio. L’indice di vecchiaia è salito a 224,6: significa che in provincia di Frosinone vivono quasi 225 persone con almeno 65 anni ogni cento ragazzi con meno di 15 anni. Appena un anno prima l’indice era 215,3. Lo squilibrio sta quindi aumentando rapidamente. L’indice di dipendenza degli anziani è arrivato a 41,6. In termini demografici, ci sono quasi 42 persone con almeno 65 anni ogni cento residenti tra i 15 e i 64 anni. Anche questo valore è cresciuto rispetto all’anno precedente.

Invecchiare non è una sciagura. L’aumento della longevità è una conquista sociale e sanitaria. Gli anziani rappresentano memoria, esperienza, partecipazione familiare e, spesso, una componente essenziale dell’economia locale. Il problema nasce quando non esiste un ricambio sufficiente. Una comunità equilibrata ha bisogno dei nonni, dei genitori e dei figli. Quando una generazione diventa molto più numerosa delle altre, aumentano la domanda sanitaria e assistenziale, il numero delle persone sole e il peso economico sostenuto dalla popolazione attiva. Contemporaneamente diminuiscono gli studenti, i lavoratori disponibili e i contribuenti che dovranno finanziare i servizi futuri. La vera questione non è che gli anziani siano troppi. È che i giovani sono troppo pochi.

Non partono soltanto i ragazzi: partono le competenze. La parola “fuga” può essere ingannevole. Non tutti coloro che studiano o lavorano fuori provincia trasferiscono immediatamente la residenza. Molti continuano formalmente a risultare nei Comuni di origine, pur trascorrendo gran parte dell’anno a Roma, Milano, Bologna o all’estero. Il dato anagrafico, quindi, può persino sottostimare la perdita reale di energie e competenze. Esiste però un indicatore particolarmente significativo: la mobilità dei giovani laureati italiani tra 25 e 39 anni.

Nel 2023 la provincia di Frosinone ha registrato un saldo negativo di 29,6 laureati ogni mille residenti della stessa fascia di età e livello d’istruzione. È il secondo risultato peggiore del Lazio dopo Rieti, ferma a meno 32,8. Latina ha perso 21,6 laureati ogni mille e Viterbo 12,9. Roma, invece, ne ha guadagnati 13,6. Il meccanismo è chiarissimo. Le province periferiche formano giovani che, una volta acquisito un titolo di studio, si spostano verso la Capitale o altre aree economicamente più forti. Roma guadagna capitale umano anche grazie alle famiglie, alle scuole e ai territori che hanno sostenuto il costo sociale della sua formazione.

La provincia perde una persona. Ma perde anche tutto ciò che quella persona avrebbe potuto generare: reddito, impresa, innovazione, consumi, figli, partecipazione e competenze professionali. Non stiamo esportando semplicemente residenti. Stiamo esportando futuro.

La laurea che prepara alla partenza. Frosinone non parte da una condizione di assoluta arretratezza formativa. Nel 2024 il 74,7 per cento delle persone tra 25 e 64 anni possedeva almeno un diploma, un valore superiore alla media nazionale del 66,7 per cento e molto vicino alla media laziale del 75,1. La quota dei laureati tra 25 e 39 anni era però del 27,3 per cento, inferiore sia al 30,9 nazionale sia al 35,3 del Lazio. Il territorio riesce dunque a produrre una discreta base di istruzione secondaria, ma incontra maggiori difficoltà nel passaggio alla formazione universitaria e nel trattenere successivamente le professionalità più qualificate.

Il tasso di passaggio diretto dalla scuola superiore all’università, riferito alla coorte disponibile, si ferma per Frosinone al 50,8 per cento, contro il 57,4 del Lazio e il 57 del Centro Italia. Dietro questo divario possono esistere molte ragioni. Il costo degli studi fuori sede. La necessità di iniziare a lavorare. L’incertezza sul ritorno economico della laurea. La scelta di percorsi tecnici. L’offerta formativa disponibile sul territorio. Nessuna di queste cause può essere ridotta a una formula. Ma il risultato è evidente: una parte dei giovani non prosegue gli studi e una parte consistente di coloro che si laureano non trova in provincia opportunità coerenti con la propria preparazione. La laurea rischia così di trasformarsi in un biglietto di sola andata.

Un giovane su quattro lavora. Nel 2024 il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni in provincia di Frosinone è stato appena del 25,1 per cento. La media italiana era del 34,4 per cento. Quella del Centro raggiungeva il 35,7. All’interno del Lazio, Rieti e Viterbo superavano rispettivamente il 38 e il 37 per cento. Frosinone era dunque la provincia laziale con il tasso di occupazione giovanile più basso. Il tasso di mancata partecipazione al lavoro dei 15-29enni, che considera sia i disoccupati sia una parte delle persone disponibili a lavorare ma non impegnate nella ricerca attiva, raggiungeva il 28,7 per cento. Anche in questo caso il risultato era peggiore delle medie laziale, nazionale e del Centro.

I giovani che nel 2024 non studiavano, non lavoravano e non seguivano percorsi di formazione, i cosiddetti NEET, rappresentavano il 15,9 per cento della fascia 15-29 anni. Il valore è vicino alla media nazionale e laziale del 15,2 per cento, ma resta superiore a quello del Centro e molto lontano dal 12 per cento registrato a Rieti. Sono percentuali che raccontano condizioni differenti. C’è chi cerca lavoro senza trovarlo. Chi accetta occupazioni discontinue. Chi lavora fuori provincia e trascorre ore sui treni o in automobile. Chi rinuncia temporaneamente a cercare. Chi resta in famiglia aspettando un concorso. Chi parte. Non esiste un unico giovane ciociaro. Esiste però un sistema economico che ne utilizza troppo pochi e spesso al di sotto delle competenze possedute.

Partire non è un tradimento. La fuga dei giovani viene raccontata spesso con una retorica ingiusta. Si chiede ai ragazzi di restare, di investire nella propria terra, di non abbandonare i paesi e di avere il coraggio di costruire qui il proprio futuro. Ma restare non può diventare un sacrificio patriottico imposto a chi ha venticinque anni. Un giovane non tradisce la Ciociaria perché accetta un posto di lavoro a Milano, si iscrive a un’università di Bologna o entra in un’impresa all’estero. Compie una scelta razionale. Il problema non è il ragazzo che parte.

Il problema è il territorio che non riesce a offrirgli una ragione concreta per tornare. La mobilità è positiva quando consente di fare esperienza e acquisire competenze. Diventa impoverimento quando il movimento avviene in una sola direzione: i giovani partono, mentre il territorio non riesce ad attrarre altrettante persone qualificate né a recuperare quelle che ha formato. Una provincia vitale non deve chiudere i propri ragazzi dentro i confini. Deve essere abbastanza attrattiva da farli tornare e abbastanza aperta da convincere altri ad arrivare.

Il saldo migratorio interno resta negativo. Nel 2024 il saldo migratorio interno della provincia è stato negativo per 675 persone. In termini relativi, Frosinone ha perso 1,5 residenti ogni mille abitanti nei trasferimenti verso gli altri Comuni italiani. Nello stesso anno Roma, Rieti e Viterbo hanno registrato saldi interni positivi. Il saldo con l’estero ha invece aggiunto 1.175 persone, compensando parzialmente la perdita naturale e quella verso il resto del Paese.

Senza l’arrivo di cittadini stranieri, il calo sarebbe stato ancora più pesante. Al 31 dicembre 2024 gli stranieri residenti erano 25.246, pari al 5,5 per cento della popolazione provinciale. È l’incidenza più bassa tra tutte le province del Lazio: Latina raggiunge il 10,1 per cento, Viterbo il 10,6, Rieti il 9,6 e Roma il 12,4. La componente straniera è mediamente molto più giovane e contribuisce a contenere l’invecchiamento. Nella provincia di Frosinone, tra gli stranieri, l’indice di vecchiaia è pari a 41, contro 238,6 della sola popolazione italiana. Questi numeri dovrebbero aiutarci a superare due semplificazioni opposte.

L’immigrazione non può risolvere da sola la crisi demografica. Ma senza l’immigrazione la provincia perderebbe ancora più abitanti, lavoratori, bambini e contribuenti. La vera sfida non consiste soltanto nell’accogliere persone. Consiste nel trasformare chi arriva in una parte stabile della comunità, attraverso il lavoro regolare, la scuola, l’abitazione, la conoscenza della lingua e la partecipazione sociale.

Quando diminuiscono gli abitanti, diminuiscono anche i servizi. Lo spopolamento non è soltanto un problema statistico. Ogni servizio pubblico e privato ha bisogno di una soglia minima di utenza. Se diminuiscono i bambini, le classi vengono accorpate e le autonomie scolastiche si riducono. Se diminuiscono le famiglie, chiudono negozi, sportelli bancari, uffici postali e attività artigiane. Se aumentano gli anziani soli, cresce il bisogno di assistenza domiciliare, trasporto sanitario e medicina territoriale.

Se cala la popolazione attiva, diminuisce la base fiscale con la quale i Comuni devono mantenere strade, illuminazione, acquedotti e servizi distribuiti su territori molto vasti. Il costo di un chilometro di strada comunale non diminuisce perché lungo quel tratto abitano meno persone. Lo stesso servizio deve essere pagato da un numero inferiore di contribuenti. È questo il circolo vizioso dello spopolamento: meno residenti producono meno domanda e meno risorse; la riduzione dei servizi rende il territorio meno attrattivo; altre famiglie decidono di andarsene. A un certo punto la perdita non è più lineare. Diventa strutturale.

Le case vuote non bastano a riportare i giovani. La provincia dispone di migliaia di abitazioni, soprattutto nei centri storici e nei paesi interni. Potrebbe sembrare un vantaggio: case meno costose, maggiore spazio, qualità ambientale e una distanza relativamente contenuta da Roma e Napoli. Ma una casa economica non basta. Occorre poter lavorare. Occorre una connessione digitale affidabile. Occorre raggiungere una stazione o un casello senza impiegare un’ora. Occorrono asili nido, scuole, assistenza sanitaria e trasporto pubblico. Occorre poter immaginare che il paese nel quale si investe continuerà a essere vivo tra vent’anni. Senza queste condizioni, la disponibilità di immobili rischia di diventare soltanto l’indicatore di una domanda che è scomparsa. I borghi non si ripopolano con una sagra all’anno. Si ripopolano quando diventano luoghi nei quali è possibile vivere ogni giorno.

Non basta creare un posto di lavoro qualsiasi. Per trattenere i giovani non è sufficiente aumentare genericamente il numero degli occupati. Conta la qualità del lavoro. Un laureato in ingegneria, informatica, economia, chimica o biologia non resterà soltanto perché in provincia esiste un contratto di pochi mesi, scarsamente retribuito e privo di prospettive.

Una giovane coppia non acquisterà una casa sulla base di due impieghi intermittenti. Il territorio deve creare una filiera professionale coerente con i propri punti di forza. Farmaceutica, automotive, tecnologie aeronautiche e droni, agroalimentare, ambiente, economia circolare, turismo culturale, servizi digitali e sanità possono diventare settori capaci di trattenere competenze. Ma occorre collegare realmente scuola, università e impresa. Non con protocolli firmati per una fotografia, ma attraverso laboratori, dottorati industriali, formazione tecnica superiore, incubatori, ricerca applicata, tirocini qualificati e percorsi di inserimento con obiettivi occupazionali verificabili. La provincia non deve soltanto chiedere ai giovani di restare. Deve costruire un mercato che abbia bisogno di loro.

Il diritto di tornare: Esiste infine una categoria quasi dimenticata: i ciociari che vorrebbero tornare. Professionisti che hanno maturato esperienza altrove. Famiglie che preferirebbero crescere i figli vicino ai nonni. Lavoratori che, grazie allo smart working, potrebbero vivere in provincia mantenendo un’occupazione legata a un’impresa nazionale o internazionale. Imprenditori che sarebbero disponibili a investire nel territorio d’origine. Queste persone non chiedono nostalgia. Chiedono condizioni operative. Connessioni, mobilità, servizi, burocrazia comprensibile, spazi professionali e un territorio capace di valorizzare le competenze acquisite fuori. Una politica demografica provinciale dovrebbe occuparsi non soltanto di impedire le partenze, ma anche di facilitare i ritorni. Il giovane che parte non è perduto per sempre. Lo diventa quando nessuno costruisce una strada per farlo tornare.

La spoliazione più grave: Una fabbrica chiusa può essere riconvertita. Un ente accorpato può ottenere nuove funzioni. Un ospedale può riaprire un reparto. Una strada può essere finanziata. Una stazione può finalmente essere costruita. Ma recuperare una generazione è molto più difficile. Chi lascia la provincia a venticinque anni spesso costruisce altrove la propria carriera, acquista una casa, forma una famiglia e iscrive i figli a scuola. Dopo dieci o quindici anni il legame affettivo con la Ciociaria può restare fortissimo, ma il centro concreto della vita è ormai un altro. La perdita diventa definitiva senza mai essere stata formalmente dichiarata. È questa la forma più profonda della grande spoliazione. Non qualcuno che viene a portarci via una struttura. Ma un territorio che, lentamente, lascia andare le persone delle quali avrebbe più bisogno.

Domani sarà il giorno delle responsabilità. Finora abbiamo ricostruito i fatti. Industrie scomparse e stabilimenti ridimensionati. Enti accorpati e sedi decisionali allontanate. Commissariamenti divenuti quasi ordinari. Infrastrutture promesse per decenni. Ospedali trasformati e specialità mai ottenute. Trentamila abitanti persi dal 2011 e un saldo di giovani laureati che continua a favorire soprattutto Roma. Domani dovremo porci la domanda più difficile. Di chi è la responsabilità? Dei governi nazionali? Della Regione? Dei parlamentari? Dei presidenti della Provincia? Dei sindaci?

Delle imprese? Dei cittadini che hanno accettato ogni annuncio senza pretendere un rendiconto? Cercheremo di capire quale metodo abbia prodotto quarant’anni di frammentazione e che cosa dovrebbe cambiare affinché la Ciociaria smetta di amministrare il declino e inizi finalmente a progettare il proprio futuro. Domani, settima e ultima puntata: “Le responsabilità”. Perché la Ciociaria ha perso peso e come può smettere di ragionare come 91 piccoli territori separati.