REGIONE - SOSTENERE LE DONNE CHE DENUNCIANO LE VIOLENZE
- Tommaso Villa
Per anni se n’è parlato. Convegni, parole forti, promesse solenni, tavoli tecnici. La violenza sulle donne è diventata un tema ricorrente nel dibattito pubblico, spesso evocato, talvolta strumentalizzato, quasi sempre raccontato fino al momento più difficile: quello della denuncia. Poi, troppo spesso, il silenzio.
Perché denunciare non è un atto burocratico. È uno strappo. È il momento in cui una donna sceglie di rompere un equilibrio malato, di esporsi, di rischiare. E dopo il coraggio iniziale arriva la domanda più dura: e adesso?
Un regime protetto temporaneo, una sistemazione d’emergenza, qualche mese di tutela. Poi, in molti casi, il nulla. Una sospensione della vita che non diventa mai ripartenza. Il 19 dicembre, però, qualcosa cambia.
Viene pubblicata la delibera della Regione Lazio che introduce un principio semplice e potente: la protezione non può finire quando si spengono i riflettori. La sicurezza non è solo l’allontanamento dal pericolo immediato, ma la possibilità concreta di ricostruire un’esistenza autonoma. Una casa, prima di tutto. Un luogo stabile, dignitoso, che non sia un limbo ma un punto di partenza. Non è assistenzialismo. È giustizia sociale.
Perché senza una prospettiva reale — abitativa, lavorativa, personale — il rischio è che il coraggio della denuncia venga soffocato dalla paura del dopo. E invece questa delibera prova a invertire la rotta: dopo la denuncia, dopo la protezione, arriva la possibilità di una seconda vita. Una vita in cui una donna non è più solo “vittima”, ma persona. Madre, lavoratrice, cittadina. Una vita in cui l’autonomia non è una parola vuota, ma una chiave di casa tra le mani.
È giusto riconoscere che, dopo tante parole, questa volta un atto concreto è arrivato. La Regione ha scelto di trasformare un principio morale in una politica pubblica. Ora la sfida passa all’attuazione, alla capacità di far funzionare il sistema, di non lasciare indietro nessuno. Ma intanto un segnale è stato dato..
A tutte quelle donne che hanno avuto il coraggio di dire basta, finalmente non si chiede solo di resistere. Si offre la possibilità di ricominciare. E lo diciamo senza ipocrisie. Noi siamo spesso, forse troppo spesso, intransigenti con la Regione quando si tratta delle scelte che riguardano il nostro territorio. Critichiamo le spese, contestiamo le priorità, denunciamo ciò che non funziona. È il nostro ruolo, ed è giusto così.
Ma proprio per questo, quando una istituzione lavora per tentare di restituire giustizia sociale, quando non si limita agli slogan ma costruisce strumenti concreti per cambiare la vita delle persone, allora il giudizio deve essere altrettanto netto. Questa volta il cappello va tolto e l’inchino va fatto.
Perché aiutare una donna che ha denunciato a non tornare indietro, a non restare sospesa nel vuoto dopo il coraggio, significa fare politica nel senso più alto del termine. E quando la politica riesce davvero a proteggere, a ricostruire, a dare una seconda vita, noi non possiamo che applaudire.