CONSORZIO INDUSTRIALE - LONTANO DALLE ESIGENZE DEL TERRITORIO
- Tommaso Villa
Quale sarà il nuovo ruolo del consorzio industriale unico del Lazio delineato nella proposta di legge regionale numro 262 del 18 marzo 2026? Finalmente sarà un organo autonomo che protrà promuovere lo sviluppo industriale del Lazio? No. Cambia la forma, non la sostanza.
Nella proposta di legge si delinea un ente consortile lontano dalle esigenze del territorio, gravato da competenze secondarie e anacronistiche che hanno segnato un momento storico passato e che difficilmente possono veicolare crescita e sviluppo in un panomara mutevole e sincretico come quello cogente. Per il resto, forse è quello che interessa più ai politicanti, cambia solo la forma, da poltronificio della prima repubblica si passa a poltronificio hi tech della seconda repubblica.
E' bene fare una premessa di base, l'istituto del consorzio industriale affonda le sue radici nel secondo dopoguerra del secolo scorso. Momento storico complesso, si usciva da un conflitto mondiale e c'era la necessità di ricostruire il tessuto socio economico di una nazione ridotta alla fame. L'ente consortile, in linea con quella che fu la mission della Cassa del Mezzogiorno, ha consentito a questo territorio, il basso Lazio, di diventare una delle aree industriali più importanti del nostro paese. Il periodo della ricostruzione e sviluppo si chiude ufficialmente il 6 agosto 1984, giorno in cui viene soppressa definitvamente la cassa del mezzogiorno e la cui soppressione sancisce senza appello la fine dell'istituto consortile.
Da allora ad oggi è stato artatamente mantenuto in vita per altri scopi e con altre finalità, non certo per progetti multidimensionali territoriali, tuttora carenti ed elusi ancora dal testo di questa ultima proposta di legge. Tenere ancora in vita un istituto anacronistico è un sofismo farraginoso, costoso e autolesionista. E' la solita manifestazione di insipienza, promossa da una classe politica, prettamente autoreferenziale, che aggioga il territorio a meccanisimi perversi di sottomissione elettorale e che genera cortocircuiti drammatici come la vexata quaestio stellantis.
Purtroppo, la fuorviante applicazione del Titolo V della costituzione ha generato, obtorto collo, una chimera affetta da autofagia: la Regione. Ente intermedio di raccordo, autonomo detentore di poteri statutari, legislativi e amministrativi peculiari che mal si conciliano con le deleghe costituzionali demandate a Province e comuni, questi ultimi, oggi in forte difficoltà, con poco potere decisionale e dalla scarsa incisività deliberativa.
La crisi economica, industiale, sanitaria, dimostra quanto la Regione, specie nel Lazio, non sia in grado di ridurre il gap socio economico territoriale italiano con quello delle altre comunità europee. Allo stesso modo il Consorzio industriale unico laziale, diretta emanazione della regione e oggetto della riforma, è e rimane un ente dalla forte discontinuità territoriale oggetto di deroghe regionali spesso in regime di duplicazione, in surroga ad agenzie nazionali, in primis Invitalia, che, per la logica ma non per la politica, dovrebbero operare in continuità con comuni, province, università, poli di ricerca e aziende.
Nella quotidianità il consorzio industriale unico del Lazio si occupa, a parte la promozione e il tour de force per far aderire più comuni possibili, scelta politica decisamente discutibile, quasi precipuamente, di viabilità stradale, ultima in ordine di tempo, deliberazione numero 56 del 20 marzo che di industria ha ben poco, specie se collegata a zone commerciali che con il consorzio, da statuto e da riforma, hanno, a ben vedere, relativa tangenza oppure no, visto il caso spinoso del frigomarket pacifico sotto la lente della magistratura.
Comunque, a proposito di attività viaria, la strada ASI frusinate è una discarica a cielo aperto che mal qualifica un distretto, o presunto tale, che in questi anni ha subito un robusto e rotondo maquillage stradale e nulla più. Se già si installassero le telecamere, uno dei compiti in cui l'attuale consorzio dovrebbe eccellere, si eviterebbe quello scandalo che desta indignazione e che metterebbe in fuga qualsiasi delegazione di investitori esteri interessati al quel popò di aiuti della ZLS e delle Zone Franche Doganali. Però forse si chiede troppo e i legislatori giustamente sono orientati a tutti altri obiettivi. Già, quali? E torniamo a fare i conti con una forma mentis ottocentesca e borbonica distante anni luce dagli sviluppi congiunturali in atto in mezzo mondo.
Se non si è capaci di muoversi in autonomia e gestire attività multidimensionali ad hoc, almeno si prendesse spunto da chi, del mondo consortile, ne ha fatto una ragion d'essere. Si guardi all'attività consortile tedesca, priva di enti statali, locali, burocratici intermedi.
Meglio ancora se si copiasse la prassi nipponica. In Giappone il governo promuove l'attività consortile tramite partnership settoriali favorendo i Keiretsu, promuovendo sinergia pubblico-privato mediata da istituti di ricerca finalizzata a mantenere livelli altissimi di competitività globale, specialmente nei settori ad alta tecnologia. Non dico di riprodurre o riproporre in piccola scala la “Rapidus corp.” entità consortile strategica nella produzione di chip di terza generazione che raggruppa colossi nipponici dalla Toyota alla Sony, dalla NEC a Kioxia a Soft Bank, ma almeno prendere spunto da enti quali per esempio Jip (Japanese indutrial Partners) che nel 2023 ha finalizzato l'acquisizione del conglomerato tecnologico Toshiba per riportarlo in mani private giapponesi. Stessa cosa che il governo nipponico, di qualsiasi colore, avrebbe fatto per Cassino Plant se questo fosse stato made in Japan.
Purtroppo, continuare a vedere il futuro con gli occhi di un miope e astigmatico non aiuta a vedere la luna, ma solo il dito che indica la luna.
Lorenzo Fiorini Psi