ANAGNI - ANGOSCIA SOCIALE E DISAGIO GIOVANILE

  • Tommaso Villa

Anagni, la “città dei papi”, quella che nei manuali di storia compare per lo “schiaffo” e poi sparisce nelle note a piè pagina, torna per tre giorni a fare i conti con un’altra forma di violenza. Meno teatrale, più diffusa: quella che cresce sotto pelle, nelle famiglie, nelle scuole, nei reparti psichiatrici svuotati e nelle carceri riempite.

Dal 15 al 17 aprile, nella Sala della Ragione – la stessa del convegno del 1994 – si rimette in scena un titolo che oggi suona meno accademico e più profetico: “Angoscia sociale e disagio giovanile: i semi della violenza, 30 anni dopo”.

Nel ’94 era una previsione. Oggi è un bilancio. Il programma è ambizioso: baby gang, dipendenze (anche digitali), depressione, suicidi, salute mentale, carcere, REMS, disabilità, intelligenza artificiale. Tradotto: tutto quello che negli ultimi anni è stato trattato come emergenza episodica e che qui, invece, si prova a leggere come sistema. Con un’idea di fondo che attraversa le tre giornate: se il disagio è diventato strutturale, anche le risposte devono esserlo.

Il punto di partenza è brutale, e arriva direttamente dagli organizzatori: “Le problematiche adolescenziali nel territorio della provincia di Frosinone sono particolarmente drammatiche per incremento numerico, per gravità clinica con rischio della vita e per abbassamento dell’età di esordio anche in età infantile”, spiega Francesco Valeriani, presidente della Società Italiana Formazione in Psichiatria S.I.F.I.P. Non è allarmismo: è un referto.

E il referto continua. Perché mentre i casi aumentano, i servizi diminuiscono. “Prima c’erano tre SPDC nel territorio, oggi ne è rimasto solo uno a Cassino: sono stati chiusi quelli di Frosinone e Sora per carenze di personale”, spiega Silvio Palombo, psicologo psicoterapeuta, presidente de La Sirena APS. Tradotto: meno strutture, meno operatori, più pazienti. E chi può paga il privato, gli altri aspettano o peggiorano.

Il cortocircuito si vede ancora meglio sui disturbi alimentari: “Attualmente in provincia di Frosinone opera solo una associazione, La Sirena, i cui volontari integrano le risorse scarse della struttura pubblica, ma con notevoli difficoltà in assenza di una rete intermedia di strutture idonee”. Risultato: ricoveri lunghi, spesso fuori regione. Un sistema che scarica, invece di prendersi carico.

Poi c’è il capitolo più spinoso: quello che lega psichiatria e giustizia. Il convegno ci entra senza giri di parole. “Con la legge 81 del 2014 sono stati superati gli ospedali psichiatrici giudiziari e sostituiti con le REMS, con delega agli psichiatri della cura e della custodia degli autori di reato”. Una riforma nata per umanizzare, finita – secondo molti operatori – per complicare.

I numeri raccontano il resto: circa 700 persone già inserite nelle REMS e altre 700 in lista d’attesa. Più degli internati negli ex OPG. E con una zona grigia sempre più ampia: “Tra gli ospiti ci sono autori di atti efferati, sociopatici, tossicodipendenti, che spesso rifiutano percorsi terapeutici”, spiega il professor Valeriani. Il rischio, denunciato apertamente, è che queste strutture diventino una scorciatoia: meno carcere, più ambiguità. Non a caso si parla di “neomanicomialismo giudiziario”, una definizione che pesa come un macigno sulla retorica della riforma Basaglia. Anche perché, nel frattempo, “circa la metà del budget per la salute mentale è stato destinato alle REMS”, con costi che arrivano a 150 mila euro l’anno per ospite. Mentre i servizi territoriali si svuotano.

Il passato, a questo punto, non è nostalgia ma avvertimento. Nel 1994 si parlava già di “fantasie di onnipotenza narcisistica” tra i giovani, di crisi della famiglia, di perdita di autorevolezza educativa. “Erano gli anni in cui cominciava la diffusione di internet in Italia, con la realtà virtuale che contribuiva a destituire il mondo reale della sua credibilità”. Sembra ieri.

Solo che oggi i numeri hanno superato le previsioni: aumento degli omicidi minorili, +50% di detenuti negli istituti penali per minori in tre anni, crescita dei suicidi e delle patologie psichiatriche precoci. Non più segnali deboli, ma dati consolidati. In mezzo, il terzo settore. Che dovrebbe essere la rete di sicurezza e spesso è una rete bucata, come afferma Valeriani: “Rappresenta una realtà numerosa e variegata, ma si registra improvvisazione e scarsità di risorse qualificate”. Senza coordinamento, senza pianificazione, con finanziamenti “eterogenei e frammentati”. Tanta buona volontà, poca struttura.

E poi le famiglie. Sempre loro, sempre sole: “Molti disabili, nonostante diplomi e percorsi di formazione, restano senza reale possibilità di inclusione lavorativa. Senza lavoro non c’è inclusione sociale”. Una frase semplice, che nei convegni suona ovvia e nella realtà resta disattesa.

Il senso di queste tre giornate, allora, sta tutto qui: mettere insieme pezzi che finora sono stati trattati separatamente. Psichiatria e diritto, scuola e famiglia, pubblico e privato, tecnologia e salute. E provare a costruire quello che manca da anni: una rete vera. Se ci riusciranno è un’altra storia. Ma almeno, ad Anagni, qualcuno ha deciso di smettere di raccontarsi che il problema è altrove.