ISOLA LIRI - LA TRISTE STORIA DELLA CENTRALE DI VADURSO

  • Tommaso Villa

C’è una centrale idroelettrica, in località Vadurso, che racconta quasi due secoli di storia industriale. È nata sulle fondamenta di antichi mulini, ha alimentato una delle cartiere più importanti della Valle del Liri, è stata minata durante la ritirata tedesca, riparata nel dopoguerra, abbandonata insieme all’opificio e infine rimessa in produzione.

Oggi continua a generare energia. Ma sulla sua storia amministrativa, sulla potenza effettiva e soprattutto sulla scadenza della concessione restano alcune domande alle quali gli atti pubblici disponibili non consentono ancora di dare una risposta definitiva.

Per comprendere Vadurso bisogna tornare agli inizi dell’Ottocento, quando sulle due sponde del Liri esistevano due distinti mulini. Una recente ricostruzione storica colloca quello della riva destra nel 1811 e quello della riva sinistra nel 1832. Quest’ultimo sarebbe stato trasformato intorno al 1840 da Francesco Roessinger in un lanificio. Nel 1868 Roessinger avrebbe poi acquistato anche il mulino della riva destra, utilizzandolo prima per la produzione della pasta di legno e successivamente della carta.

La ricostruzione è contenuta nel volume “The Paper Industry in Italy” di M.A. Iannaccone, mentre la scheda del Fondo Ambiente Italiano fa partire dal 1827 l’acquisizione dei terreni e degli edifici da parte di Roessinger. Non è necessariamente una contraddizione: una data può riferirsi all’avvio delle acquisizioni, l’altra alla trasformazione effettiva degli impianti. Ma è bene precisarlo. The Paper Industry in Italy, Fondo Ambiente Italiano.

Il passaggio decisivo avvenne il 29 agosto 1922, quando Emilio Boimond acquistò il patrimonio industriale dei Roessinger, comprendente lo stabilimento cartario e le annesse derivazioni d’acqua.

Tra il 1924 e il 1925 il vecchio mulino sulla riva destra venne trasformato in centrale idroelettrica. Il progetto viene attribuito all’ingegnere Vittorio Rebaudi, anche se in alcune pubblicazioni il cognome compare nella forma Ribaudi. Un piccolo dettaglio che dimostra quanto sia necessario maneggiare con attenzione una storia tramandata attraverso documenti tecnici, libri e ricostruzioni locali non sempre uniformi.

La centrale nacque quindi nel 1924-1925, ma la configurazione giunta fino ai nostri giorni sarebbe successiva. Il provvedimento della Regione Lazio del 2019 parla infatti di una sistemazione realizzata nella seconda metà degli anni Trenta e descrive due turbine Kaplan ad asse verticale costruite dalla Ignaz Storek di Budapest e due alternatori Brown Boveri, tutti datati approssimativamente 1930.

Anche in questo caso le due versioni possono convivere: il 1924-1925 rappresenterebbe la trasformazione originaria del mulino, mentre gli anni Trenta segnerebbero l’ammodernamento che diede alla centrale la sua configurazione definitiva. Regione Lazio, provvedimento del 2019.

Vadurso era parte integrante del sistema produttivo della cartiera Boimond. L’acqua del Liri non serviva più soltanto a muovere direttamente gli ingranaggi degli opifici: veniva utilizzata per produrre energia elettrica, trasformando una risorsa naturale in forza industriale. Era il modello economico sul quale Isola del Liri aveva costruito la propria fortuna: il fiume alimentava le fabbriche, le fabbriche davano lavoro alla città e la città cresceva intorno al fiume.

Poi arrivò la guerra. Nel 1944 la centrale fu minata e danneggiata dalle truppe tedesche in ritirata. Nel 1947 i macchinari non furono ricostruiti completamente, ma recuperati con quello che lo stesso documento regionale definisce un intervento “in economia”. Le turbine continuarono così a funzionare portandosi dietro le ferite della guerra e una tecnologia che, seppure più volte sottoposta a manutenzione, era rimasta sostanzialmente quella degli anni Trenta.

Anche sulla fine della cartiera Boimond occorre distinguere date ed eventi diversi. Alcune ricostruzioni locali indicano il 1977 come anno della cessazione produttiva o del fallimento. Un atto pubblicato in Gazzetta Ufficiale certifica che la procedura di crisi aziendale decorreva dal 5 dicembre 1977, mentre indica il 14 novembre 1982 come data del licenziamento di alcuni lavoratori. Nel frattempo, un atto parlamentare ricorda che il complesso era stato devoluto allo Stato con un provvedimento del 14 settembre 1978.

Non abbiamo dunque una sola data, ma almeno tre momenti: l’interruzione della produzione, il passaggio del patrimonio allo Stato e la conclusione dei rapporti di lavoro. Ridurre tutto a un generico “chiusa nel 1974” o “chiusa nel 1977” rischierebbe di confondere vicende industriali, fallimentari e occupazionali differenti. Gazzetta Ufficiale del 19 marzo 1991, atto del Senato del 1996.

Negli anni Novanta si aprì una nuova fase. Il senatore Bruno Magliocchetti, allora anche sindaco di Isola del Liri, promosse l’acquisizione e la riconversione dell’ex Cartiera Boimond a favore del Comune. Il 17 luglio 1996 presentò un’interrogazione al ministro delle Finanze proprio sulla cessione del complesso demaniale.

Pochi mesi dopo, con deliberazione della Giunta municipale numero 545 del 25 ottobre 1996, l’amministrazione avviò un appalto da oltre 3 miliardi e 474 milioni di lire per restaurare e riutilizzare un manufatto di archeologia industriale destinato ad accogliere imprese artigiane. Il finanziamento previsto era per l’80 per cento comunitario e per il restante 20 per cento a carico della Cassa depositi e prestiti. Il bando, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, portava la firma del sindaco Bruno Magliocchetti. Bando del 5 novembre 1996.

Il 19 maggio 1998 lo Stato avrebbe poi stipulato con il Comune il contratto di vendita dell’ex Boimond, identificata dalla scheda patrimoniale n. 660. Il progetto prevedeva un museo dell’archeologia industriale e della carta, servizi alle imprese, formazione professionale, opere di urbanizzazione, depurazione e spazi destinati alla fruizione pubblica.

Una successiva interrogazione parlamentare del 2009 parla di circa 20 miliardi di lire di finanziamenti ottenuti dal Comune per la riconversione. Trattandosi delle premesse di un’interrogazione e non delle conclusioni di una sentenza o di un accertamento amministrativo, questi elementi vanno citati con la necessaria prudenza. Interrogazione parlamentare del 2009.

Gli interventi programmati non si limitavano al recupero degli edifici industriali. All’interno del Parco Boimond era prevista anche la realizzazione dell’Acquario del Liri, un acquario d’acqua dolce collocato nella parte interrata del complesso.

La Gazzetta Ufficiale del 2000 riporta l’aggiudicazione della bonifica dell’area prospiciente il Liri e della parte interrata destinata all’“Acquario”, per un importo a base d’asta di oltre 3 miliardi e 46 milioni di lire. Nello stesso atto compaiono la realizzazione dell’incubatore, la sistemazione del piazzale, l’ingresso, l’arredo urbano e il parcheggio interrato. L’operazione avviata durante l’amministrazione Magliocchetti proseguì quindi anche dopo la conclusione del suo mandato. Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio 2000.

Le presentazioni turistiche dell’epoca descrivevano l’opera come un acquario d’acqua dolce e arrivavano a definirlo il “secondo in Europa”. Quest’ultima affermazione, però, non risulta accompagnata da classifiche o documenti tecnici che consentano di verificarla e deve quindi essere considerata uno slogan utilizzato per promuovere il progetto.

Secondo una precedente ricostruzione pubblicata da noi di Penna e Spada, l’Acquario del Liri venne realizzato su un’area di 4.419 metri quadrati: 2 milioni e 361mila euro per la costruzione e 2 milioni e 538mila euro come costo complessivo, oltre cinque miliardi delle vecchie lire. Nonostante l’investimento, la struttura non sarebbe mai stata aperta al pubblico, sarebbe stata successivamente vandalizzata e il Comune avrebbe tentato più volte di venderla. Penna e Spada, “Il grande progetto dell’Acquario”.

L’acquario aiuta a comprendere meglio la visione originaria dell’operazione Boimond. Non si voleva soltanto restaurare una vecchia fabbrica, ma trasformare l’intera area in un polo culturale, ambientale e produttivo costruito intorno all’acqua: museo della carta, incubatore d’impresa, spazi pubblici e acquario d’acqua dolce. Un progetto enorme, forse troppo grande per essere gestito negli anni successivi.

La centrale idroelettrica è tornata a produrre energia; l’acquario, costato miliardi, non è mai riuscito a vedere il pubblico. Due destini opposti nello stesso complesso e sulle rive dello stesso fiume. Ora la porzione comunale è sede di una Banca, delle Poste e una parte acquistata da privati e trasformata in locali commerciali.

Qui, però, bisogna distinguere il recupero comunale dell’ex cartiera dal ripristino della centrale idroelettrica.

Il 29 dicembre 1995 la Regione Lazio aveva già assegnato alla SNIE – Società Nolana Imprese Elettriche – una concessione trentennale per derivare le acque del Liri e produrre energia attraverso la centrale Vadurso.

La concessione prevedeva una portata massima di 25 metri cubi al secondo, una portata media di 20, un salto di 4,12 metri e una potenza nominale media di 807,84 kilowatt.

Il 23 ottobre 1996, pochi giorni prima della pubblicazione del bando comunale per il recupero della Boimond, l’impianto idroelettrico era stato consegnato in uso alla SNIE, previa autorizzazione della Direzione generale del Demanio. La centrale venne poi riattivata il 1º ottobre 2002, dopo il restauro dell’edificio di produzione e la manutenzione delle macchine e degli impianti elettrici. Il provvedimento regionale precisa che questi lavori furono sostenuti dalla SNIE a proprie spese.

La distinzione è sostanziale: l’amministrazione Magliocchetti avviò l’acquisizione e il recupero dell’ex complesso industriale per il Comune, mentre il restauro del fabbricato strettamente destinato alla produzione elettrica e la riattivazione delle turbine furono effettuati dalla società concessionaria.

Rimane tuttavia da esaminare il contratto del 19 maggio 1998, con i relativi allegati catastali, per capire quale fosse esattamente il perimetro trasferito al Comune e quale parte fosse rimasta demaniale e concessa alla SNIE.

Nel 2019 la società presentò un progetto di rifacimento parziale della centrale. Le vecchie turbine, secondo la documentazione, mostravano pale usurate, fessurazioni, tenute ormai compromesse e rendimenti molto bassi. Anche gli alternatori, i trasformatori e il sistema di automazione necessitavano di una sostituzione o di un profondo aggiornamento.

Il progetto prevedeva due nuove turbine per complessivi 912 kilowatt e due alternatori per complessivi 960 kilowatt, con una potenza effettiva stimata in 853 kilowatt. La Regione escluse l’intervento dalla procedura completa di valutazione d’impatto ambientale, imponendo alcune prescrizioni. L’atto, però, autorizza il percorso ambientale: da solo non dimostra che tutti i lavori progettati siano stati successivamente realizzati.

Proprio nel documento regionale compare una prima evidente incongruenza tecnica. Le vecchie turbine vengono indicate come aventi una potenza di 500 HP ciascuna, riportando tra parentesi il valore di 735 kilowatt. Ma 500 cavalli corrispondono a circa 368 kilowatt, non a 735. Il valore di 735 kilowatt è invece molto vicino alla potenza complessiva di due turbine da 500 cavalli. Potrebbe trattarsi di un semplice errore materiale, ma in un atto tecnico destinato a descrivere un impianto produttivo la differenza non è trascurabile.

Un’altra differenza riguarda la potenza della centrale. La concessione indica 807,84 kilowatt di potenza nominale media; prima del rifacimento l’impianto disponeva di 672 kilowatt elettrici attivi; il progetto del 2019 stimava una potenza effettiva di 853 kilowatt. La SNIE presenta invece oggi Vadurso nel proprio parco produttivo come una centrale da un megawatt, con una producibilità di 5 gigawattora annui.

La potenza di un megawatt potrebbe essere un arrotondamento commerciale o riferirsi alla potenza installata dei generatori, ma non coincide esattamente né con la potenza di concessione né con quella effettiva indicata dalla Regione. Sarebbe utile che questi numeri venissero uniformati o almeno spiegati.

SNIE Power. Rimane infine la questione più importante: la durata della concessione.

La deliberazione regionale n. 11004 del 29 dicembre 1995 parla di una concessione trentennale. Calcolando la durata dalla data dell’atto, la scadenza teorica cade il 29 dicembre 2025. Tuttavia non è stato ancora individuato un provvedimento pubblico che consenta di affermare se la concessione sia stata rinnovata, prorogata, posta in attesa di una procedura competitiva oppure se la sua decorrenza debba essere calcolata da una data successiva, come quella della consegna dell’impianto nel 1996.

Nel 2024 l’Autorità garante della concorrenza, rispondendo proprio a una richiesta della Provincia di Frosinone, ha ricordato che il rinnovo delle piccole derivazioni idroelettriche deve avvenire mediante procedure trasparenti, imparziali e concorrenziali. Il parere non cita espressamente Vadurso e non può quindi essere utilizzato come prova della sua situazione amministrativa.

Dimostra però che nella provincia esiste un problema generale riguardante concessioni scadute, prossime alla scadenza o accompagnate da domande di rinnovo pendenti da anni. Parere AGCM AS1981 del 27 maggio 2024.

La SNIE continua a inserire Vadurso tra le centrali del proprio parco produttivo esistente. Questo consente di ritenere che l’impianto sia ancora operativo, ma la presenza sul sito aziendale non sostituisce l’atto pubblico relativo alla concessione. Operatività industriale e validità amministrativa sono due questioni differenti.

Vadurso non è soltanto una centrale. È ciò che resta del legame più profondo tra Isola del Liri, le sue fabbriche e il suo fiume. È sopravvissuta alla fine della cartiera, alla guerra, all’abbandono e all’obsolescenza delle proprie macchine. Proprio per questo la sua storia merita di essere ricostruita senza leggende, senza scorciatoie e senza numeri lasciati a galleggiare nell’acqua.

Sapere chi utilizza una risorsa pubblica, con quale titolo, fino a quando, con quale potenza e con quali obblighi verso il territorio non è curiosità. È trasparenza. E quando una concessione riguarda il Liri, il suo valore ambientale e una parte fondamentale della storia industriale di Isola del Liri, la trasparenza non dovrebbe essere concessa con il contagocce.

Se la centrale idroelettrrica di Vadurso fosse stata gestita dal Comune, tutta la Città sarebbe stata illuminata gratuitamente.