ALATRI - GUIDO BRAGALONE, REDUCE DI CEFALONIA
- Tommaso Villa
Tra i tanti nostri concittadini illustri che non sono più tra noi voglio ricordare la figura di Guido Bragalone, classe 1921 e scomparso il 24 marzo 2019. Fu uno dei pochissimi reduci-superstiti dell'Eccidio di Cefalonia. Ho avuto tramite il genero Orlando Incelli primo luogotenente dell'Aeronautica il privilegio di incontrarlo qualche anno prima della sua dipartita. Nonostante l'età avanzata Guido ricordava benissimo quella non bella esperienza vissuta in Grecia.
Tra il 21 e il 28 settembre 1943 le truppe tedesche del generale von Stettner massacrarono a Cefalonia circa 7000 militari italiani della divisione Acqui. Negli ambienti militari dell'isola di Cefalonia la notizia dell' armistizio fu conosciuta la sera dell' 8 settembre 1943. L'isola era presidiata maggiormente dalla divisione Acqui ed era composta da circa 12 mila uomini, mentre il presidio germanico contava solamente circa 2000 unità, venute recentemente nella parte occidentale della penisola occidentale (Lixuri).
La notizia dell'armistizio diede vita a festeggiamenti sia da parte dei militari italiani e tedeschi, sia, specialmente dalla popolazione greca. Per tutti l'armistizio voleva significare pace. Ma non fu così. Il resto è storia: Ci fu realmente il "Referendum" proposto dal generale Gandin? Sono in molti, anche tra gli storici a nutrire dubbi. Consegnare le armi o iniziare a combattere contro gli ex alleati tedeschi? E quei volantini della resistenza greca che invitavano i soldati italiani a combattere contro i tedeschi?
I soldati della "Acqui" non cedettero le armi ai tedeschi e furono trucidati in una delle più feroci rappresaglie della storia. Il resto lo fecero gli stukas tedeschi. Poi la resa senza condizioni ed iniziarono le esecuzioni sommarie. I superstiti destinati alla deportazione furono imbarcati su delle motonavi, alcune di queste saltarono sulle mine e un'altra fu affondata dall'aviazione alleata. Cefalonia fu liberata solamente un anno dopo.
Pochissimi i reduci-superstiti. Molti furono creduti morti. Qualcuno ebbe la fortuna di scampare alle esecuzioni sommarie per puro caso o perché qualche soldato tedesco si mosse a compassione. Tra le poche decine di scampati alla morte Guido Bragalone. A dispetto degli allora 97 anni il soldato del 17° reggimento Fanteria Acqui mi mostrò con orgoglio la tessera numero 3678 dell'Associazione nazionale reduci e famiglie caduti della divisione Acqui, la croce di guerra e la medaglia del 17° Fanteria.
Mi parlò con commozione dal giorno in cui arrivò in Grecia, e quando dopo 4 anni di guerra poté riabbracciare la madre. Il ricordo degli amici morti, le azioni degli stukas, l'incontro con il generale di divisione Antonio Gandin comandante della divisione Acqui. "Lo scortai con la motocicletta - racconta Guido Bragalone. Ero paracadutista, anche per via della mia stazza fisica, ma al comando si venne a sapere che ero pratico di motociclette, mio padre aveva un negozio di moto ad Alatri, e così il mio nuovo incarico fu quello di motociclista. Andai a Cefalonia, dopo un anno a Zante.
Dopo l' 8 settembre fummo abbandonati. I tedeschi volevano le armi, noi volevamo solo rientrare in Italia. La nostra aviazione e la marina andò via, i tedeschi si rafforzarono e si organizzarono. Ma furono gli stukas a darci il colpo di grazia. Facemmo saltare un ponte ad Argostoli e così iniziarono i combattimenti.
Quando fu decisa la resa, la maggior parte di noi venne incolonnata, ma il ponte era rotto. Un maresciallo tedesco aveva requisito una nostra "Gilera", non potendo oltrepassare quel ponte rotto, così feci un'acrobazia con quella moto e così mi accattivai diciamo la simpatia del maresciallo tedesco. Fummo costretti a tornare a Sami. Quando ci portarono al campo di concentramento (Caserma Mussolini), cercai di rubare del cibo da un camioncino, mi notò un sottufficiale tedesco che mi invitò a prendere le vettovaglie. Scoprii più tardi che era polacco. Il generale Gandin era una persona eccezionale.
Mi salvai perché riuscii a lasciare la nave affondata dagli stukas. Indossavo ancora i pantaloni da motociclista, ed indossai la divisa da marinaio. Nel campo di concentramento, eravamo 1200 e sfuggimmo alla morte in 200. La notte dormivamo per terra ammassati in attesa di chissà che cosa. Qualche giorno dopo - continuò il suo racconto Bragalone - affamato mi chiamò un soldato italiano in compagnia di tre tedeschi. Mi invitarono ad andare a Sami insieme ai crucchi, ci avrebbero portato sulla terraferma. Ero finalmente libero.
Mi recai in una casa di amici greci, ancora li ricordo. Dopo qualche giorno di notte ci imbarcarono e partecipai ad un un rastrellamento. Un giorno incontrai un soldato italiano. Disse che era romano ma l'accento tradiva qualcosa di ciociaro. Dopo un po 'di tempo mi disse che era di Collelavena. Lo persi di vista. (Ma tanti anni dopo lo rividi ad Alatri, si salvò anche lui fortunatamente). Scappai in montagna e mi ritrovai con i partigiani dell'Elas (Esercito popolare di liberazione greco ndr).
Tornai in Italia dopo essere stato nuovamente in un campo di internamento ad Atene, con la nave americana "Liberty", sbarcaì al porto di Taranto. Dopo alcune settimane potei far ritorno a casa. Con un treno arrivammo alla stazione di Frosinone e nuovamente la voce di Guido si strozza per l'emozione. Scesi dall'autobus e mi avviai verso casa. Chiesi ad un amico di Alatri se avesse notizie di casa mia e di mia madre che non vedevo e non sentivo da circa 4 anni, chissà se pensava fossi morto. Quell'amico mi disse che era tutto a posto e mi rincuorai.
Quando mamma mi vide era in strada e svenne, era dimagrita, la presi tra le mie braccia e la riportai a casa".
Una storia davvero interessante e financo commovente quella di Guido Bragalone, e siamo certi che oltre alla sua famiglia ed alcuni amici, ad Alatri in pochi conoscevano. Crediamo di poter continuare il nostro compito nel narrare la storia dei nostri concittadini alatrensi, in modo tale che la memoria storica sia condivisibile con le nuove generazioni.
Bruno Gatta