AMBIENTE - GIORNATA MONDIALE DELLE ZONE UMIDE

  • Tommaso Villa

Si torna a parlare di acqua, ma stavolta non per un’emergenza o per una crisi idrica. Il Lazio prova a giocare d’anticipo e a trasformare le sue aree umide in un tema di visione territoriale. In questo quadro è stata avanzata la candidatura della Regione Lazio a ospitare nel 2027 l’evento nazionale collegato alla Giornata Mondiale delle Zone Umide, la ricorrenza che ogni 2 febbraio ricorda l’adozione della Convenzione di Ramsar del 1971, il trattato internazionale che ha messo per la prima volta al centro la tutela delle zone umide nel mondo.

La proposta di candidatura è stata sostenuta in ambito istituzionale e rilanciata durante iniziative promosse da ANBI, l’associazione nazionale dei consorzi di bonifica e irrigazione, con la disponibilità della Regione Lazio a farsi territorio ospitante. Non si parla quindi di una semplice celebrazione simbolica, ma di un appuntamento nazionale che richiama amministrazioni, tecnici, mondo scientifico e decisori pubblici sui temi dell’acqua e della biodiversità.

Le zone umide sono spesso fraintese. Per decenni sono state considerate aree marginali, quando non addirittura inutili. Oggi la scienza dice l’opposto: sono infrastrutture naturali. Regolano il ciclo dell’acqua, attenuano alluvioni e siccità, filtrano gli inquinanti, immagazzinano carbonio e ospitano una biodiversità straordinaria. Difenderle significa difendere la sicurezza idrogeologica e la qualità ambientale dei territori.

Il Lazio, sotto questo profilo, ha numeri rilevanti. Circa il 13% del territorio regionale rientra in aree naturali protette, per un totale di oltre 110 tra parchi, riserve e monumenti naturali. In questi sistemi si concentra una ricchezza biologica notevole: si stimano circa 30.000 specie animali e oltre 3.500 specie vegetali. Le zone umide, costiere e interne, sono una parte importante di questo patrimonio, spesso meno visibile ma ecologicamente decisiva.

Dentro questo scenario trova spazio anche la Ciociaria. Il Lago di Posta Fibreno è uno degli esempi più noti: un lago di sorgente, con acque limpide, habitat delicati e specie endemiche che lo rendono un piccolo laboratorio naturale. Il Lago di Canterno rappresenta un altro tassello importante, soprattutto per l’avifauna migratoria. E poi c’è il sistema del Liri, con le sue aree ripariali che funzionano da corridoi ecologici. Non sono solo luoghi identitari o paesaggistici: svolgono funzioni ambientali concrete e silenziose.

L’evento clou del 2027, secondo la proposta circolata a livello regionale, dovrebbe svolgersi nell’Oasi di Macchiagrande, a Fregene. La scelta risponde a criteri precisi. In quell’area sopravvive uno dei pochi sistemi costieri dove dune naturali, macchia mediterranea e zone umide retrodunali sono ancora riconoscibili. Un tratto di litorale dove la natura non è stata completamente assorbita dall’urbanizzazione e dove le aree umide svolgono ancora il loro ruolo di habitat e di filtro naturale.

Macchiagrande offre anche un vantaggio logistico: la vicinanza a Roma facilita la partecipazione di istituzioni, studiosi e media. Ma il valore non è solo pratico. È un luogo simbolico per raccontare cosa sono davvero le zone umide e perché la loro tutela non è un vezzo ambientalista, ma una scelta di governo del territorio.

Resta però una questione di coerenza. Se il Lazio vuole presentarsi come regione attenta alle zone umide, la sfida non potrà fermarsi a un appuntamento nel calendario. Serviranno gestione, monitoraggi, qualità delle acque, contrasto al degrado e al consumo di suolo. È su questo terreno che si misurerà la distanza tra annunci e risultati.

Il segnale, comunque, è interessante. In una regione dove l’acqua ha modellato paesaggi, economie e insediamenti, tornare a guardare alle zone umide come risorsa e non come problema potrebbe rappresentare non solo una scelta ambientale, ma una scelta di prospettiva. E, forse, anche un’occasione per territori come la Ciociaria di far valere il proprio patrimonio naturale dentro una strategia regionale più ampia.