STORIA E LEGGENDA - DANTE, LA DIVINA COMMEDIA E LA CIOCIARIA
- Tommaso Villa
E se Dante Alighieri fosse passato davvero da queste parti? E se tra le montagne, i fiumi e i racconti della terra che oggi chiamiamo Ciociaria avesse incontrato immagini destinate, anni dopo, a riaffiorare nella Divina Commedia?
Non esiste un documento che permetta di scrivere che Dante attraversò Isola del Liri, percorse la Valle di Comino o sostò davanti al Monte Cacume prendendo appunti per il suo poema. Sarebbe scorretto affermarlo. Esistono però indizi. E quando vengono messi uno accanto all'altro, la domanda diventa molto meno fantasiosa di quanto possa sembrare.
Cominciamo da ciò che è certo: Dante conosceva bene la geografia di questo territorio. Nel terzo canto del Purgatorio, raccontando la sorte delle spoglie di Manfredi, nomina un fiume chiamandolo Verde. Lo ricorda nuovamente nel Paradiso quando delimita geograficamente il Regno meridionale attraverso il Tronto e il Verde.
L'Enciclopedia Dantesca considera oggi generalmente accettata l'identificazione di quel Verde con il sistema Liri-Garigliano, pur ricordando una lunga discussione tra gli studiosi. E c'è un particolare ancora più interessante: tra gli argomenti utilizzati a favore dell'identificazione figurano documenti medievali provenienti proprio dall'area di Montecassino e da Sora.
Dante conosce anche Ceprano, che cita nell'Inferno. All'epoca non era un paese qualsiasi, ma uno dei punti strategici del confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Sicilia. Il sistema difensivo del Liri ruotava proprio intorno a Ceprano, Rocca d'Arce e San Germano, l'odierna Cassino.
Conosce Anagni, la sua “Alagna”, che compare due volte nella Commedia, ed è perfettamente al corrente dello scontro tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello culminato nel celebre oltraggio del 1303. Anagni era allora uno dei maggiori centri politici della cristianità, patria di quattro pontefici e frequente residenza papale, posta proprio lungo la direttrice tra Roma e il Mezzogiorno Conosce Montecassino.
Nel XXII canto del Paradiso è San Benedetto stesso a indicare il monte di Cassino e a raccontare l'opera di evangelizzazione compiuta lassù. La descrizione può essere derivata dalla tradizione gregoriana e quindi, da sola, non dimostra che Dante abbia visitato l'abbazia. Ma Montecassino entra comunque direttamente nel suo universo poetico.
Poi c'è una montagna. Nel quarto canto del Purgatorio, Dante e Virgilio stanno affrontando una salita talmente ripida che il poeta cerca esempi reali capaci di far comprendere al lettore quella difficoltà. Accanto a San Leo, Noli e Bismantova compare Cacume. Per secoli si è discusso se Dante intendesse semplicemente il “cacume”, cioè la cima di Bismantova, oppure un luogo geografico autonomo. Ma Pietro Alighieri, Buti, Landino e Vellutello interpretarono già quel nome come quello di un monte distinto.
L'Enciclopedia Dantesca, considerando anche il fatto che la grande maggioranza dei manoscritti conserva la congiunzione tra Bismantova e Cacume, ritiene opportuno identificare il quarto luogo con il Monte Cacume dei Lepini, presso Patrica. E aggiunge un particolare non secondario: il monte è visibile da Anagni, dove Dante potrebbe essersi recato. Lo studioso Eugenio Ricci arrivò a ipotizzare che Dante avesse conservato una propria impressione visiva del Cacume.
Non possiamo dire che il Monte Cacume sia stato il modello della montagna del Purgatorio. La montagna dantesca è una costruzione cosmologica posta nell'emisfero australe e nasce da un preciso sistema teologico Ma resta una coincidenza affascinante: quando Dante deve descrivere quanto sia difficile salire il monte del Purgatorio, tra gli esempi che sceglie potrebbe esserci proprio una montagna dell'attuale provincia di Frosinone. E a questo punto bisogna spostarsi più a sud, nella Valle di Comino. Qui la storia cambia completamente. Intorno al 1109, circa un secolo e mezzo prima della nascita di Dante, a Settefrati vive un bambino chiamato Alberico, figlio di un cavaliere. Il testo medievale dice che stava entrando nel decimo anno di età quando fu colpito da una gravissima malattia. Rimase immobile e privo di sensi per nove giorni e nove notti, quasi morto. Quando tornò in sé raccontò di essere stato nell'aldilà. La vicenda non ci arriva attraverso una leggenda moderna: costituisce il nucleo della Visio Alberici, uno dei più importanti racconti italiani medievali sull'altro mondo.
Il testo latino è ancora oggi consultabile nell'Archivio della Latinità Italiana del Medioevo. Il racconto comincia con una scena straordinaria. Alberico vede avvicinarsi una colomba bianca. L'animale introduce il becco nella sua bocca, sembra estrarre qualcosa da lui, poi lo afferra per i capelli e lo solleva da terra. Gli appaiono quindi San Pietro e due angeli, Emanuele ed Eloi. Saranno loro a condurlo attraverso i luoghi delle pene e dell'Inferno. Fermiamoci già qui. Un essere umano ancora vivo entra nell'aldilà. Ha delle guide. Le guide lo conducono attraverso luoghi differenti e gli spiegano ciò che vede.
Quasi duecento anni dopo Dante partirà per il proprio viaggio accompagnato prima da Virgilio, poi da Beatrice e infine da San Bernardo. Ma le analogie diventano molto più impressionanti quando Alberico comincia a descrivere l'altro mondo. La sua geografia non è ancora quella perfetta della Commedia, ma non è nemmeno un ammasso confuso di mostri e fiamme. Esiste una successione di luoghi, e a determinate categorie di peccatori corrispondono determinate pene.
Alberico vede una valle terribilmente fredda nella quale sono puniti adulteri, incestuosi e lussuriosi. Le anime sono immerse nel ghiaccio a profondità differenti secondo la gravità della colpa. Vede poi una valle di alberi altissimi, appuntiti e spinosi; una scala di ferro ardente; una fornace sulfurea; un lago di fuoco destinato agli omicidi; un enorme recipiente nel quale bollono metalli, piombo, zolfo e resina. Il testo distingue una prima serie di sette pene temporanee, prima della discesa verso luoghi più profondi dell'Inferno. Sette. Non sono le sette cornici del Purgatorio dantesco e sarebbe una forzatura identificarle. Ma quasi due secoli prima della Commedia troviamo già in Alberico sette luoghi di pena temporanea destinati alla purificazione, mentre Dante costruirà il proprio Purgatorio attraverso sette cornici corrispondenti ai sette peccati capitali. La somiglianza è stata rilevata dagli studi moderni sulla letteratura visionaria medievale.
Alberico continua a scendere. Arriva ai luoghi del Tartaro e davanti all'imboccatura dell'abisso infernale, rappresentato come un enorme pozzo. Lì compare una creatura mostruosa: un verme di dimensioni smisurate, legato da una grandissima catena, che aspira le anime, le inghiotte e poi le rigetta bruciate. È un particolare che gli studiosi hanno messo direttamente a confronto con il fondo dell'Inferno dantesco, dove Lucifero è bloccato nel ghiaccio e viene definito da Dante il “vermo reo”.
Una ricerca filologica dell'Università di Milano segnala esplicitamente questo richiamo. C'è poi il lago degli omicidi. Alberico racconta di aver visto un lago che gli sembrava pieno di sangue. San Pietro gli spiega però che non è sangue: è fuoco che conserva quell'apparenza a causa del sangue versato dagli assassini. Dante, nel XII canto dell'Inferno, collocherà i violenti contro il prossimo nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente. Anche questa analogia è stata esplicitamente rilevata negli studi sul genere visionario medievale.
Poi arrivano i simoniaci. Alberico vede un pozzo dal quale salgono e scendono continuamente fiamme. San Pietro gli spiega che lì vengono bruciati coloro che comprano o vendono ciò che è dono di Dio. I simoniaci. Nel XIX canto dell'Inferno, Dante dedicherà un intero episodio proprio ai simoniaci, collocandoli in cavità infuocate. Tanto che in un percorso didattico dell'Università di Milano, accanto al passo della Visio Alberici, compare direttamente il richiamo a Inferno XIX.
Ma la pagina probabilmente più sorprendente deve ancora arrivare. Dopo aver attraversato quei luoghi, Alberico vede scaturire dall'Inferno un enorme fiume ardente di pece. Nel mezzo del fiume si trova un lunghissimo ponte di ferro. Le anime dei giusti riescono ad attraversarlo facilmente. Per quelle appesantite dai peccati, invece, il ponte diventa progressivamente più stretto fino a sembrare sottile come un filo. Le anime precipitano nel fiume, riemergono e ricadono, rimanendo nella pena fino a quando non sono purificate. Soltanto allora possono attraversare. E San Pietro comunica ad Alberico il nome di quel luogo: Purgatorio. Non è un'interpretazione moderna. Il capitolo XVII della Visio porta proprio il titolo De flumine purgatorio, e Treccani riproduce e commenta l'intero episodio del fiume, del ponte e della purificazione.
Siamo nel XII secolo. Dante nascerà nel 1265. Dopo il Purgatorio, Alberico raggiunge un grande campo luminoso e piacevole nel quale dimorano le anime dei giusti. Al centro si trova il Paradiso. Successivamente viene condotto attraverso sette cieli, fino a giungere davanti a realtà delle quali non gli è consentito riferire tutto agli uomini. Anche qui il parallelo con Dante è inevitabile. Viaggio di un vivente nell'aldilà. Guide ultraterrene. Luoghi diversi per peccati diversi. Pene proporzionate alle colpe. Una distinzione tra pene temporanee e pene definitive. Sette luoghi di purificazione. Un abisso infernale. Una creatura mostruosa nel profondo. Omicidi legati simbolicamente al sangue. Simoniaci tormentati dalle fiamme. Un luogo chiamato Purgatorio.
Un Paradiso. Un'ascesa attraverso i cieli. E persino San Benedetto, che Alberico incontra nel Paradiso e che Dante farà comparire nel XXII canto del proprio Paradiso. Le differenze restano enormi. Alberico appartiene a un vasto genere di visioni medievali dell'aldilà e molte di queste immagini circolavano nella cultura cristiana ben prima di lui. Dante ha una visione diversa: trasforma un patrimonio secolare in una costruzione poetica, politica, filosofica e teologica di tutt'altra grandezza. L'Università di Milano sottolinea proprio questo punto: Dante eredita quella lunga tradizione dell'aldilà medievale e nello stesso tempo la rinnova radicalmente.
Ma che Alberico abbia attirato l'attenzione degli studiosi di Dante non è una nostra invenzione. L'Enciclopedia Dantesca lo definisce uno dei precursori della Commedia. Per secoli ci si è interrogati sulla possibilità che Dante ne conoscesse il racconto. La principale obiezione era però formidabile: la Visio Alberici era conosciuta attraverso un testimone conservato a Montecassino e sembrava difficile immaginare che Dante avesse potuto leggerla. Per questo nel 1970 Raoul Manselli giudicava quasi impossibile una conoscenza diretta della Visione da parte del poeta.
Poi, nel 2020, è successo qualcosa. La filologa Marina Giani ha reso nota la scoperta di un secondo testimone della Visio Alberici, contenuto in un manoscritto prodotto tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo nell'ambiente dei canonici regolari di Santa Cruz di Coimbra, in Portogallo. Non solo. L'analisi filologica suggerisce che quella versione più breve possa essere addirittura vicina alla prima redazione realizzata dal monaco Guido, che si riteneva perduta. Questo non dimostra che Dante abbia letto Alberico. Ma cambia una cosa importante: dimostra che la storia di quel bambino di Settefrati non rimase necessariamente chiusa dentro Montecassino. Prima ancora che Dante nascesse, una versione del racconto aveva percorso l'Europa fino alla penisola iberica.
E qui torniamo ad Anagni. Nel 1301 Firenze inviò un'ambasceria presso Bonifacio VIII e secondo un'importante tradizione storiografica tra gli ambasciatori vi era Dante. La stessa Enciclopedia Dantesca, nella voce dedicata a Firenze, parla di una missione presso il papa ad Anagni nel settembre 1301 alla quale partecipò Dante. Ma Giorgio Petrocchi ha ricordato che la documentazione non permette di stabilire con assoluta certezza se l'udienza avvenne ad Anagni o successivamente a Roma: Bonifacio VIII rientrò infatti a Roma il 2 ottobre. La presenza di Dante ad Anagni è quindi una possibilità concreta e autorevolmente sostenuta, non una certezza documentaria. E se quel manoscritto aveva raggiunto la Spagna chi puo dire che non era passato prima per Anagni o Roma ?
Immaginiamo però, soltanto per un momento, che quella ricostruzione sia corretta. Dante sarebbe arrivato nella città dei papi proprio alla corte di Bonifacio VIII. E Anagni non era semplicemente il luogo di villeggiatura di un pontefice. Nel XIII secolo la corte papale era itinerante. Uno studio sulla biblioteca di Bonifacio VIII documenta che quando i pontefici si spostavano tra Roma, Orvieto, Viterbo, Anagni e Montefiascone portavano con loro tesoro, archivi e libri. Sotto Bonifacio VIII venne compilato anche uno dei primi grandi inventari della biblioteca pontificia.
Attenzione: non abbiamo trovato la Visio Alberici nell'inventario di Bonifacio VIII e non esiste alcuna prova che quel manoscritto fosse ad Anagni quando eventualmente vi arrivò Dante. Ma dopo la scoperta di Coimbra sappiamo che la Visio circolava. E allora il contatto non dovrebbe necessariamente essere avvenuto davanti al codice oggi conservato a Montecassino. Avrebbe potuto esserci un'altra copia. Un estratto. Una rielaborazione. Oppure, ancora più semplicemente, un racconto orale tramandato da monaci, chierici o uomini della corte. Non possiamo provarlo. Ma non possiamo neanche dire il contrario.
E c'è un particolare geografico quasi beffardo: da Anagni il Monte Cacume è visibile. È la stessa Enciclopedia Dantesca a ricordarlo discutendo il verso del quarto canto del Purgatorio. Un Dante eventualmente presente ad Anagni avrebbe dunque avuto davanti agli occhi proprio quel profilo montuoso che comparirà nella sua descrizione della difficilissima ascesa al Purgatorio.
E poi c'è ancora la Valle di Comino. A pochi chilometri da Settefrati, nel comune di Casalvieri, esiste realmente una frazione chiamata Purgatorio e una contrada chiamata Caronte. Non sono nomi inventati oggi per costruire una storia su Dante: il Comune li inserisce nella propria toponomastica storica, tratta dagli studi di Gino Zincone, elencando anche le famiglie che abitavano quelle contrade fino al 1936. L'ISTAT censiva già Purgatorio come frazione di Casalvieri nel 1901. Poco distante, a Casalattico, l'ISTAT registra una località denominata Largo Paradiso.
Verso Sant'Elia Fiumerapido i documenti ufficiali della Regione Lazio riportano addirittura il toponimo Inferno, tanto da indicare un tratto stradale come “Atina-Inferno-Sant'Elia Fiumerapido” e un progetto turistico denominato “Inferno Track”. Sono toponimi nati dalla Visio Alberici?
Non lo sappiamo. Erano già presenti nel XII secolo? Non siamo ancora riusciti a dimostrarlo. E sarebbe un errore usarli come prova di un rapporto diretto con Dante. Ma la concentrazione rimane curiosa. Settefrati: il bambino Alberico racconta Inferno, Purgatorio e Paradiso quasi duecento anni prima della Commedia. Casalvieri: Purgatorio e Caronte. Casalattico: Paradiso. Sant'Elia Fiumerapido: Inferno. Più a nord, il Liri, il Verde dantesco. Ancora più a nord, Ceprano, citata nell'Inferno. Poi Anagni, città dei papi, forse raggiunta dallo stesso Dante. Davanti ad Anagni, il Cacume, richiamato proprio durante l'ascesa del Purgatorio. E più a sud Montecassino, dove la Visione di Alberico fu messa per iscritto e dove Dante collocherà idealmente San Benedetto nel proprio Paradiso.
Presi singolarmente, questi elementi possono essere spiegati. Presi tutti insieme, raccontano però qualcosa di diverso. Raccontano di un territorio che nel Medioevo non era affatto una periferia culturale. Montecassino era uno dei maggiori centri intellettuali della cristianità. La corte pontificia frequentava Anagni. Attraverso il Liri passava uno dei grandi confini politici d'Italia. Ceprano era la porta del Regno. E dalla Valle di Comino era partita una delle più sorprendenti visioni medievali dell'aldilà conosciute in Europa. Allora proviamo a formulare l'ipotesi senza trasformarla in leggenda.
Dante potrebbe avere attraversato parte del territorio che oggi chiamiamo Ciociaria. Potrebbe aver visto il Cacume. Potrebbe aver conosciuto uomini provenienti dall'ambiente cassinese. Potrebbe aver sentito raccontare la storia di Alberico. Potrebbe persino essere entrato in contatto con una delle forme nelle quali quella Visio circolava. Non possiamo dimostrarlo. Ma oggi sappiamo qualcosa che fino a pochi anni fa ignoravamo: il racconto di Alberico circolava fuori da Montecassino già prima della nascita di Dante.
E sappiamo che Dante conosceva il Liri, Ceprano, Cassino, Anagni e, con ogni probabilità, il Cacume. Forse sono soltanto coincidenze. Forse Dante raccolse quelle immagini da libri e racconti senza mai percorrere questa terra. Oppure forse, durante uno dei suoi viaggi tra Roma e l'Italia centrale e meridionale, guardò davvero queste montagne, attraversò questi fiumi, ascoltò queste storie e conservò qualcosa dentro di sé. Qualche anno dopo quell'immenso patrimonio di immagini, letture, ricordi e racconti sarebbe diventato poesia.
Nessun documento ci autorizza a scrivere che la Divina Commedia nacque in Ciociaria. Ma dopo aver seguito il Verde, guardato il Cacume, raggiunto Anagni e infine risalito fino alla visione di quel bambino di Settefrati, una domanda possiamo concedercela: siamo proprio sicuri che un piccolo pezzo della Divina Commedia non sia nato anche qui?