STORIA - GIORNATA DELLA MEMORIA

  • Tommaso Villa

Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di Auschwitz-Birkenau, allora sotto il controllo della Germania nazista. Davanti ai loro occhi apparve ciò che fino a quel momento era stato nascosto, negato, rimosso: migliaia di prigionieri superstiti, strutture pensate per annientare l’uomo, un sistema industriale della morte. Fu in quel momento che l’orrore dei campi di sterminio venne portato alla luce.

Fino ad allora, non tutti conoscevano quella storia. Non c’erano i social, non esisteva una circolazione immediata delle informazioni. La propaganda occupava lo spazio pubblico e privato, orientava il pensiero, costruiva una realtà funzionale al potere. Formarsi un’opinione consapevole era difficile, spesso impossibile. Le scelte non erano sempre frutto di conoscenza, ma di ciò che veniva raccontato, imposto, filtrato.

Siamo portati a pensare che oggi tutto questo non possa più accadere. Che l’accesso continuo alle notizie, la possibilità di vedere in tempo reale ciò che succede nel mondo, ci rendano più consapevoli, più liberi. Eppure, se guardiamo ciò che accade attorno a noi, il dubbio resta. Cambiano gli strumenti, ma non sempre cambia la sostanza. Anche oggi l’informazione può essere parziale, orientata, usata come arma. Anche oggi è facile scegliere senza capire davvero.

Il Giorno della Memoria non dovrebbe diventare terreno di commenti strumentali o di contrapposizioni utili solo a rafforzare posizioni precostituite. Non vuole prendere parte, né essere ambiguo. Vuole ricordarci che la memoria non è un atto automatico, ma una scelta. E che dimenticare, o semplificare, è sempre più facile che comprendere.

Per questo oggi non chiediamo di schierarsi. Non chiediamo adesioni, né bandiere, né prese di posizione utili solo a sentirsi dalla parte giusta. Chiediamo qualcosa di più scomodo: la capacità di mettersi in discussione. Di accettare che anche le certezze più solide possano essere fragili. Di guardare il presente con lo stesso rigore con cui giudichiamo il passato.

La memoria serve a questo: a ricordarci che l’orrore non nasce mai all’improvviso, ma cresce nel silenzio, nell’abitudine, nell’indifferenza. Che ogni volta qualcuno ha pensato che fosse necessario, inevitabile, persino giusto. E ogni volta si è sbagliato. Perché una cosa è certa: non esiste una morte giusta, non esiste una vita sacrificabile.

E se tutto questo continua ad accadere: in Palestina, in Ucraina, negli Usa, In Venezuela, in Africa, in Asia... una causa c’è. Riflettiamo.