AGRICOLTURA - LA STAGIONE DELLE OLIVE

  • Tommaso Villa

La stagione della raccolta delle olive è alle porte e, percorrendo le campagne della Ciociaria, quest'anno si presenta uno scenario che, almeno a prima vista, dovrebbe far ben sperare. In molte zone gli ulivi sono carichi di frutti, i rami si piegano sotto il peso delle olive e, dopo una stagione particolarmente difficile, la natura sembra voler restituire quanto aveva sottratto. Eppure, dietro questa apparente abbondanza, si nasconde una domanda che rischia di diventare il simbolo della campagna olearia 2026: quanti proprietari raccoglieranno davvero quelle olive?

Perché il problema, oggi, non è soltanto quanto produce un uliveto, ma quanto costa mantenerlo, raccoglierne i frutti e trasformarli in olio. E soprattutto quanto rimane nelle tasche dell'agricoltore alla fine dell'intero processo. È una questione economica, certamente, ma anche sociale e territoriale, che riguarda il futuro di una delle coltivazioni più rappresentative della provincia di Frosinone.

Per comprendere la portata del problema bisogna partire dai numeri. La provincia di Frosinone dispone di oltre 22.500 ettari di superficie olivetata, un patrimonio agricolo diffuso soprattutto nelle aree collinari, dove l'olivo rappresenta da secoli un elemento fondamentale del paesaggio e dell'economia rurale. Secondo i dati ISMEA-AGEA relativi alla campagna 2024/2025, nel territorio provinciale risultavano censiti 69 frantoi. Nella stessa campagna furono lavorate circa 17.859 tonnellate di olive, dalle quali vennero ricavate 2.210 tonnellate di olio, con una resa media di circa il 12,4%. Numeri importanti, che testimoniano il peso dell'olivicoltura ciociara nel panorama regionale.

Ma basta osservare la campagna successiva per comprendere quanto questo equilibrio sia fragile. Nel novembre 2025 Coldiretti Frosinone stimava una produzione di circa 1.130 tonnellate di olio, con una contrazione del 45% rispetto all'annata precedente. Una flessione attribuita principalmente alle condizioni climatiche, alle temperature elevate e allo stress subito dalle piante. Va ricordato che l'olivo è soggetto ad alternanza produttiva e che un'annata negativa non dimostra necessariamente un declino permanente. Ma proprio questa variabilità, sommata ai costi crescenti, rende sempre più difficile per gli agricoltori programmare investimenti e ricavi. Quest'anno, almeno in numerosi uliveti osservabili sul territorio, la presenza di olive appare abbondante. Una condizione incoraggiante che, tuttavia, non costituisce ancora una previsione ufficiale della produzione e non garantisce automaticamente una buona resa al frantoio. E soprattutto non garantisce che quelle olive vengano raccolte.

Per molti piccoli proprietari l'olivicoltura non rappresenta un'attività agricola industriale, ma una tradizione familiare, un'integrazione del reddito o semplicemente il desiderio di mantenere produttivo un terreno ereditato. Una realtà particolarmente diffusa nelle campagne ciociare, dove gli appezzamenti sono spesso frammentati, i terreni collinari e la meccanizzazione non sempre praticabile. Ma anche una coltivazione familiare ha costi precisi. Bisogna provvedere alla potatura, alla pulizia del terreno, agli eventuali trattamenti, alla manutenzione delle attrezzature e, infine, alla raccolta. A queste spese si aggiungono il trasporto delle olive, la molitura e, per chi commercializza l'olio, i costi di conservazione e confezionamento.

Il rincaro del gasolio agricolo rappresenta un ulteriore aggravio. Il carburante viene utilizzato durante l'intero ciclo produttivo: dai trattori impiegati nella manutenzione degli uliveti alle attrezzature meccaniche, fino ai mezzi necessari per trasportare il raccolto. Quando il prezzo del gasolio aumenta, cresce il costo di ogni operazione. E quando contemporaneamente le quotazioni dell'olio subiscono pressioni al ribasso, il margine economico si restringe. Il problema diventa ancora più evidente per chi deve ricorrere alla manodopera esterna.

Raccogliere le olive richiede tempo, personale e organizzazione. Se il valore dell'olio ottenuto non copre adeguatamente queste spese, il proprietario può trovarsi davanti a una scelta difficile: investire altro denaro oppure lasciare il prodotto sugli alberi. Una decisione che fino a qualche anno fa poteva apparire impensabile, ma che oggi merita di essere analizzata senza pregiudizi.

Per comprendere il problema basta una semplice simulazione economica. Immaginiamo un piccolo proprietario che riesca a raccogliere 10 quintali di olive. Con una resa ipotetica del 12%, otterrebbe circa 120 chilogrammi di olio, equivalenti a poco più di 130 litri. Se riuscisse a vendere tutto il prodotto sfuso a 5 euro al chilogrammo, incasserebbe 600 euro. Da questa somma dovrebbe sottrarre le spese di raccolta, trasporto e molitura, oltre alla quota dei costi sostenuti durante l'anno per mantenere l'uliveto. Si tratta naturalmente di un esempio, non di una rilevazione dei prezzi effettivamente praticati in Ciociaria: rese, costi e prezzi di vendita variano sensibilmente da un'azienda all'altra. Ma il meccanismo economico è evidente. Se il ricavo non remunera il lavoro e non copre i costi, la raccolta perde convenienza. Diversa può essere la situazione di chi produce per autoconsumo o riesce a vendere direttamente un extravergine locale a un prezzo superiore a quello del mercato all'ingrosso. Anche in questi casi, tuttavia, il lavoro impiegato ha un valore economico che non dovrebbe essere ignorato.

A complicare il quadro contribuisce il mercato internazionale dell'olio d'oliva. La Spagna, principale produttore mondiale, condiziona fortemente l'andamento delle quotazioni. Quando la disponibilità di prodotto aumenta, la pressione sui prezzi può estendersi anche agli altri Paesi mediterranei. L'olio italiano, soprattutto quello legato a territori e produzioni di qualità, può ottenere quotazioni superiori, ma non è completamente immune dalle dinamiche internazionali. Per un piccolo olivicoltore ciociaro confrontarsi con grandi aziende meccanizzate significa partire da condizioni produttive profondamente differenti. I costi della raccolta su un terreno collinare, magari raggiungibile attraverso strade rurali difficili, non sono paragonabili a quelli di una grande superficie pianeggiante gestita con macchinari specializzati. Non si tratta di contestare la concorrenza o il commercio internazionale, ma di riconoscere che produzioni organizzate in modo diverso non hanno necessariamente gli stessi costi. Ed è proprio questa differenza a rendere vulnerabili le piccole aziende.

La conseguenza più preoccupante non è soltanto il possibile calo della produzione, ma il progressivo abbandono della coltivazione. Nelle campagne della provincia non è difficile osservare terreni un tempo curati che oggi presentano segni di manutenzione discontinua, piante non potate da anni e uliveti nei quali la raccolta non viene più effettuata regolarmente. Un fenomeno che richiede un censimento aggiornato per essere quantificato con precisione. Non è infatti sufficiente conoscere quanti ettari siano classificati come superficie olivetata. Occorre sapere quanti di questi vengano effettivamente coltivati, quanti siano raccolti ogni anno e quanti risultino ormai improduttivi per mancanza di manutenzione. Il mancato ricambio generazionale contribuisce a rendere il problema ancora più complesso. Molti uliveti appartengono a persone anziane che hanno continuato a coltivarli per tutta la vita. Quando non sono più in grado di farlo, non sempre i figli o i nipoti sono disponibili a proseguire. I motivi possono essere diversi: mancanza di tempo, trasferimento in altre città, difficoltà organizzative e, soprattutto, scarsa convenienza economica. Così un patrimonio agricolo costruito nel corso di generazioni rischia di essere progressivamente abbandonato.

L'olivicoltura non riguarda soltanto chi possiede e coltiva gli alberi. Attorno alla produzione dell'olio ruota una filiera fatta di frantoi, operatori agricoli, tecnici, trasportatori, fornitori di attrezzature e attività commerciali. I 69 frantoi censiti nella provincia nella campagna 2024/2025 rappresentano una rete di trasformazione importante, diffusa sul territorio e strettamente legata alle produzioni locali. Ma anche per queste imprese la sostenibilità economica dipende dai quantitativi lavorati.

Un frantoio deve sostenere costi di personale, energia, manutenzione, ammortamento degli impianti e adeguamento alle normative. Se diminuiscono le olive conferite, i costi fissi devono essere distribuiti su quantitativi inferiori. Una campagna abbondante può quindi rappresentare un'opportunità, ma soltanto se le olive arrivano effettivamente agli impianti. È qui che la domanda iniziale assume un significato ancora più ampio. Quest'anno gli ulivi possono anche essere carichi, ma se una parte dei proprietari rinuncia alla raccolta, la disponibilità di olive nei campi non si tradurrà necessariamente in un aumento proporzionale dell'attività dei frantoi. E un eventuale ridimensionamento della rete di trasformazione avrebbe conseguenze anche per gli agricoltori, costretti a percorrere distanze maggiori per conferire il prodotto.

Negli ultimi anni la valorizzazione dell'extravergine ciociaro ha assunto un ruolo crescente nelle iniziative dedicate all'agricoltura e all'enogastronomia locale. Manifestazioni, degustazioni, percorsi di conoscenza, attività formative e iniziative istituzionali hanno contribuito a promuovere la qualità delle produzioni territoriali. Un lavoro importante, perché l'olio non è soltanto un alimento, ma anche espressione della storia agricola e dell'identità culturale della Ciociaria. Il territorio dispone di cultivar di pregio e di una tradizione olivicola che merita di essere tutelata.

Ma la promozione, da sola, non può risolvere i problemi economici della produzione. Si può organizzare una manifestazione di successo, raccontare le qualità dell'extravergine locale, ottenere riconoscimenti e attirare visitatori, senza che tutto questo si traduca automaticamente in un aumento del reddito degli agricoltori.