ISOLA LIRI - C'ERA UNA VOLTA IL SALOTTO DELLA CIOCIARIA
- Tommaso Villa
"Questa sera andiamo a fare un giro a Isola Liri”. Era una frase che si sentiva dire ovunque, in tutta la provincia. Una frase semplice, quasi automatica. Ma dietro quelle parole c’era molto più di una consuetudine: c’era un’abitudine collettiva, un riconoscimento implicito. Perché a Isola Liri si andava davvero. E non per caso.
Il motivo c’era eccome. Solo che non era uno solo. Era una somma di scelte, di dettagli, di attenzioni che, messe insieme, trasformarono una città-fabbrica in una città del passeggio. È così che Isola Liri diventò, per una stagione precisa, il Salotto della Ciociaria.
La Città fu prima di tutto abbellita. Arredi urbani, piante, fioriere, cura dello spazio pubblico: il centro cominciò ad assomigliare a un luogo in cui valesse la pena fermarsi, non soltanto passare. Le strade e le piazze smisero di essere superfici e diventarono scenari.
A questo si aggiunse una scelta allora tutt’altro che scontata: la filodiffusione. La musica accompagnava il passeggio, dava ritmo alla sera, rendeva riconoscibile l’atmosfera. Non era rumore, era sottofondo. Un segnale chiaro che quella città stava parlando un altro linguaggio. Intanto i negozi restavano aperti fino a tarda sera, completando il quadro.
I locali fecero la loro parte, coordinandosi. La musica non era affidata al caso: orchestrine dal vivo, a turno, creavano un circuito continuo, evitando sovrapposizioni e concorrenze distruttive. Si passava da un punto all’altro del centro seguendo i suoni, gli incontri, le luci. Non c’era un unico palco, ma una città intera che funzionava come palcoscenico diffuso.
Da giugno ad agosto, poi, Isola Liri diventava un calendario aperto. Festival, rassegne musicali, iniziative culturali si susseguivano senza soluzione di continuità. Suoni dal mondo, la Rassegna delle Bande, il Liri Festival. E poi c’era lui. Il re. Prima della provincia, poi della regione, fino a superare i confini del Paese: il Liri Blues. Arrivò fino in America e Isola Liri fu gemellata con New Orleans.
Attorno a quel palco circolava anche una storia, raccontata e ripetuta tra mito e realtà. Telefonate di persone che dicevano di essere “in viaggio verso Isola Liri”, ma che non riuscivano a trovare un traghetto per arrivarci. Non è una battuta poetica: era proprio l’equivoco. C’era chi pensava davvero che Isola del Liri fosse un’isola vera, circondata dall’acqua di un mare. Un fraintendimento ingenuo, certo. Ma rivelatore. Perché significa che quel nome era arrivato lontano, molto più lontano della provincia, e che la città era diventata un posto di cui si parlava, che si cercava, che si voleva raggiungere.
Eventi attesi, appuntamenti riconoscibili, capaci di fidelizzare anno dopo anno. Chi veniva una volta, tornava. Chi tornava, portava altri. E soprattutto, nulla era lasciato all’improvvisazione. C’era una campagna di comunicazione vera, cosa rarissima per l’epoca in un centro di provincia. Flyer inseriti nei quotidiani, programmi settimanali degli eventi, una promozione costante che raccontava cosa sarebbe successo e quando. Isola del Liri non aspettava che qualcuno capitasse per caso: si faceva trovare.
Questa visione non nasceva nel vuoto. In filigrana si avvertiva l’eco di una stagione culturale più ampia, quella che a Roma aveva visto Renato Nicolini (Quello vero - ndr) trasformare la città con l’Estate Romana. Piazze restituite alle persone, cultura diffusa, serate vissute come tempo sociale. Isola Liri ne fece una traduzione possibile, in scala ciociara, senza imitazioni forzate ma con una sorprendente coerenza.
A dare gambe a tutto questo furono due imprenditori, Savoriti e Mancini, veri registi privati di quella stagione. Intuirono che una Città vive se qualcuno ha il coraggio di investire non solo in attività, ma in contesto. In questo senso furono loro dei veri novelli Nicolini: non per ruolo istituzionale, ma per funzione urbana. Attivarono relazioni, crearono abitudini, costruirono un sistema.
Accanto a loro agì una figura politica tutt’altro che marginale: il sindaco di allora. Oggi ama definirsi il convitato di pietra, ma la sua non fu affatto una presenza silenziosa. Fu una presenza ingombrante, con una visione chiara e dichiarata: rompere l’idea di Isola Liri come città esclusivamente industriale e spingerla verso una vocazione turistica, culturale, attrattiva. Una visione condivisa da alcuni, osteggiata da altri, ma che segnò quella stagione.
Il Salotto della Ciociaria non fu un accidente né una suggestione. Fu il risultato di scelte precise, coordinate, riconoscibili. E forse è per questo che, anche dopo aver provato a dimenticarlo, se ne torna ancora a parlare.
Questa storia, va detto, potrebbe essere raccontata con ancora più autorevolezza da molti altri che l’hanno vissuta e conosciuta meglio di chi scrive. Noi siamo qui anche per questo. Se qualcuno vorrà puntualizzare, aggiungere, correggere, questa pagina resta aperta. Perché le città, come le storie vere, non si chiudono mai.