IL CASO - L'ELEFANTE NELLA CRISTALLERIA E LA FINE DELLA POLITICA CIOCIARA

  • Tommaso Villa

C'è un'immagine che da tempo utilizziamo per descrivere l'azione politica dell'assessore regionale Giancarlo Righini (nella foto): quella di un elefante che entra in una cristalleria. Un'immagine forte che, con il passare dei mesi, sembra trovare continue conferme. Perché ovunque passi lascia fratture, tensioni ed equilibri da ricostruire.

Alla base di questa strategia sembra esserci un principio semplice: chi governa detta le regole. È una teoria che può funzionare quando si dispone di un consenso schiacciante, quasi plebiscitario. Ma la politica, soprattutto quella dei territori, insegna altro. Nessuno oggi possiede una forza elettorale tale da poter fare a meno degli alleati. Ed è per questo che riteniamo questo teorema destinato a essere smentito dalla prossima tornata elettorale. Le coalizioni continueranno a essere decisive e nessuno potrà governare da solo.

Esiste poi un principio molto più antico che dovrebbe ispirare chi ricopre responsabilità pubbliche. San Paolo, nella Lettera a Tito, scrive: "Tutto è puro ai puri". Un richiamo alla buona fede, alla capacità di guardare gli altri senza sospetti permanenti e senza vedere ovunque strategie occulte. Una politica forte dovrebbe costruire fiducia, non alimentare contrapposizioni.

Il principio che invece molti osservatori leggono nelle dinamiche degli ultimi mesi sembra essere un altro, quello che la storia attribuisce all'antica Roma: divide et impera. Dividere per rafforzare il proprio peso politico.

Gli effetti sono ormai evidenti. Nella Lega le tensioni interne sono sotto gli occhi di tutti. Ma le onde d'urto non si fermano al Carroccio. Anche nel centrodestra gli equilibri si fanno sempre più precari; nel centrosinistra si registrano fratture significative, come dimostra l'uscita dal Partito Democratico di Antonella Di Pucchio, figura storica della politica provinciale. Il risultato è una politica sempre più concentrata sui rapporti di forza, sulle appartenenze e sui riposizionamenti, mentre passano in secondo piano i problemi reali della provincia.

Si ha quasi l'impressione che si possa concedere qualcosa a Latina pur di ottenere un risultato in Ciociaria, o stringere accordi persino con l'avversario storico pur di indebolire il fronte interno. È una logica che può produrre vantaggi tattici nell'immediato, ma rischia di impoverire la rappresentanza politica dell'intero territorio.

E il prezzo lo paga la Ciociaria. Perché una provincia politicamente debole è destinata a diventare sempre più subalterna ai grandi centri decisionali. In un Lazio dove Roma esercita già un peso enorme, una Ciociaria divisa rischia di contare sempre meno nelle scelte strategiche che riguardano infrastrutture, sanità, sviluppo economico e servizi. La vera preoccupazione, dunque, non riguarda il destino di questo o quel partito. Riguarda il futuro della politica ciociara.

Il presidente della Provincia dovrebbe rappresentare il punto di equilibrio di tutto il territorio, il luogo istituzionale nel quale maggioranza e opposizione, sindaci e amministratori possano ritrovarsi quando sono in gioco gli interessi comuni. Dovrebbe essere il riferimento trasversale della Ciociaria, il presidio capace di unire, non di dividere.

Perché la forza della nostra provincia non nascerà mai dalla frammentazione, ma dalla capacità di fare squadra. Se continuerà a prevalere la logica dell'elefante nella cristalleria, rischiamo di assistere non soltanto a una stagione di conflitti politici, ma al tramonto di quella politica ciociara che, pur nelle differenze ideologiche, ha sempre saputo ritrovarsi quando era necessario difendere il territorio. E senza una politica territoriale forte, la Ciociaria finirà inevitabilmente per diventare una semplice periferia amministrativa di Roma.