COSTUME - QUANDO OGNI PAESE AVEVA IL SUO FERRAGOSTO
- Tommaso Villa
Un tempo i verolani salivano a Prato di Campoli, gli isolani si ritrovavano sui prati di San Sebastiano. Altri raggiungevano il lago di Canterno, le faggete di Trisulti, Prati di Mezzo, la valle di Canneto o uno dei tanti pianori nascosti tra gli Ernici, i Lepini e le Mainarde.
Ogni comunità aveva il proprio luogo, ogni famiglia la propria tavolata, ogni comitiva il proprio albero sotto il quale sistemare sedie, coperte e damigiane.
A Sora, però, il 15 agosto non è mai stato soltanto Ferragosto. È anche, e per molti soprattutto, la festa dell’Assunta. La città conserva una devozione profonda verso Maria Santissima Assunta, celebrata tra funzioni religiose, luminarie e partecipazione popolare. La sera della vigilia, la Macchina dell’Assunta attraversa le strade cittadine accompagnata dai portatori, dalle confraternite, dalla banda e da una lunga processione di fedeli. Prima della gita, del pranzo e della festa estiva c’era dunque un’identità religiosa che ancora oggi sopravvive. A Sora Ferragosto e Assunta non sono due ricorrenze separate, ma le due anime della stessa giornata: quella popolare e quella della fede. Una tradizione confermata ancora oggi dai solenni festeggiamenti organizzati dalla città e dalla diocesi.
Il Ferragosto ciociaro non aveva bisogno di essere organizzato. Non servivano programmi, prenotazioni o grandi eventi. Bastavano un prato, un po’ d’ombra e la certezza di incontrare qualcuno conosciuto. Si partiva al mattino presto, quando l’aria era ancora fresca e le automobili venivano caricate fino all’inverosimile. Nel portabagagli entrava mezza casa: tavoli pieghevoli, sedie, pentole, tovaglie, bottiglioni di vino, cocomeri e borse piene di cibo preparato durante la notte.
Le donne cominciavano a cucinare dalla sera precedente. C’erano il timballo, la frittata con le zucchine, le fettine panate, le polpette, il pollo con i peperoni, le salsicce da arrostire e il pane casareccio. Il pranzo non era un semplice pasto consumato all’aperto: era una prova generale di abbondanza. Ognuno portava qualcosa, ma nessuno portava poco. E quando finalmente si aprivano i contenitori, compariva sempre abbastanza cibo per sfamare anche la famiglia sistemata sotto l’albero vicino.
Quello era il Ferragosto di una Ciociaria che non andava ancora in vacanza. Le ferie, per molte famiglie, non significavano alberghi, villaggi turistici o aeroporti. Significavano una giornata fuori casa, spesso a pochi chilometri di distanza, vissuta però come una vera partenza. Per chi lavorava nei campi, nelle cartiere, negli opifici o nelle fabbriche, il 15 agosto rappresentava una rara sospensione del tempo. Per un giorno si lasciavano il lavoro, le preoccupazioni e perfino le differenze sociali a valle.
Ma quella giornata non nasceva soltanto dal calendario delle ferie. Il 15 agosto la Chiesa celebra l’Assunzione di Maria al cielo e, in una terra profondamente legata alle feste mariane, la ricorrenza religiosa precedeva e accompagnava quella popolare. La Messa, la processione, gli abiti della festa e il pranzo familiare appartenevano allo stesso rito collettivo. Soltanto dopo sarebbero arrivati il prato, la griglia e il cocomero lasciato a raffreddare nell’acqua.
Anche i luoghi assumevano un’identità particolare. Prato di Campoli non era soltanto un pianoro dei Monti Ernici: a Ferragosto diventava quasi un quartiere di Veroli trasferito a oltre mille metri di altitudine. San Sebastiano non era soltanto la collina degli isolani: era uno spazio familiare nel quale generazioni diverse tornavano a incontrarsi. Il lago di Canterno, le campagne intorno a Frosinone, i boschi di Collepardo, i prati dell’alta Valle di Comino e le sorgenti di montagna componevano una geografia popolare che non aveva bisogno di cartelli turistici.
Poi arrivò il mare. Le automobili diventarono più numerose, le strade più veloci e le distanze più brevi. ntere famiglie cominciarono a scendere verso Terracina, Sabaudia, San Felice Circeo, Sperlonga e il litorale pontino. Cambiava il paesaggio, ma non cambiava il metodo: ombrelloni pesanti, tavolini verdi, sedie pieghevoli e pentole portate direttamente da casa. Anche sulla spiaggia il ciociaro ricostruiva la propria tavolata.
Altro che pranzo leggero: sotto il sole comparivano timballi, parmigiane, pollo con i peperoni e cocomeri grandi come palloni da spiaggia. Una piccola invasione pacifica, armata di forchette.
Oggi il Ferragosto è diventato più frammentato. C’è chi parte, chi prenota al ristorante, chi cerca un agriturismo, chi resta davanti al condizionatore e chi evita qualsiasi spostamento per paura del traffico. I prati non sono più occupati nello stesso modo e molte delle grandi comitive di un tempo si sono ristrette. Le famiglie sono meno numerose, i paesi si sono svuotati e perfino organizzare una tavolata richiede messaggi, conferme e calendari condivisi.
Anche il significato religioso rischia talvolta di rimanere sullo sfondo. Ferragosto è diventato sinonimo di ferie, mare, grigliate e locali pieni, mentre si ricorda sempre meno che il 15 agosto è la festa dell’Assunta. Sora rappresenta una delle eccezioni più riconoscibili: qui il nome di Maria continua ad accompagnare quello del Ferragosto e la celebrazione religiosa rimane parte dell’identità cittadina.
Eppure qualcosa resiste. Prato di Campoli continua a riempirsi, i boschi e i pianori restano mete ricercate e sulle montagne ciociare si sente ancora il profumo delle salsicce arrostite. A Sora la festa dell’Assunta continua a richiamare fedeli e famiglie. Cambiano le automobili, cambiano i contenitori, cambiano perfino i menù, ma rimane il bisogno di stare insieme e di tornare, almeno per un giorno, in un luogo riconosciuto come proprio.
Il Ferragosto ciociaro, in fondo, non è mai stato soltanto una festa. Era il giorno in cui un paese usciva dalla propria piazza e si trasferiva su un prato. Era una comunità che si apparecchiava all’ombra degli alberi, dividendo il vino, il cibo e il tempo. Ma era anche la festa dell’Assunta, il momento in cui la devozione religiosa e la convivialità popolare riuscivano a convivere nella stessa giornata senza contraddirsi. Oggi possiamo scegliere mete più lontane e vacanze più sofisticate, ma dovremmo conservare almeno una parte di quello spirito. Perché una comunità continua a esistere finché conserva un luogo nel quale ritrovarsi, una tradizione nella quale riconoscersi e una festa della quale ricordare il significato.
E forse il vero Ferragosto non era soltanto il prato, il timballo o la damigiana. Era sapere che, arrivando lassù, avremmo trovato tutti gli altri. E che, prima di chiamarlo Ferragosto, qualcuno continuava ancora a chiamarlo con il suo nome più antico: la festa dell’Assunta.