CALCIO AMARCORD - QUANDO GIOCAVAMO CON IL SUPER TELE

  • Tommaso Villa

C’era un tempo in cui per essere felici bastava poco. Molto poco. Bastava un gruppo di amici che si affacciava sotto casa dopo pranzo, una strada semideserta, un cortile di periferia, una piazzetta di paese o un semplicemente un prato. Bastava trovare due pietre o due ciabatte per fare le porte. E soprattutto bastava lui: il Super Tele.

Non era il pallone dei campioni. Non era quello lucido e perfetto che vedevamo nelle vetrine dei negozi sportivi. Non era il Tango dei Mondiali, né il pallone di cuoio che appariva nelle figurine Panini. Era il pallone dei figli degli operai, dei contadini, degli impiegati, dei ragazzi delle periferie e dei piccoli paesi. Era il pallone di chi non aveva molto, ma non sentiva di avere meno degli altri.

Costava poco, pesava niente e durava quel che durava. Bastava una pietra appuntita, un rovo o una recinzione malmessa per bucarlo. A volte prendeva traiettorie imprevedibili, "se abbendava". Altre sembrava avere vita propria. Ma forse era proprio questa la sua magia.

Perché il Super Tele non era soltanto un oggetto. Era una chiave che apriva mondi. Appena iniziava la partita, il cortile diventava San Siro. La strada si trasformava nello Stadio Olimpico. Le urla degli amici diventavano il boato di ottantamila spettatori. Il bambino più bravo era Maradona. Quello che teneva il gioco diventava Bruno Conti. Il portiere si sentiva Zoff. E per qualche ora nessuno era semplicemente un ragazzino di provincia. Eravamo tutti campioni.

Non importava se le ginocchia erano sbucciate, se le scarpe erano consumate o se il sole di luglio picchiava forte sulla testa. Non importava nemmeno vincere o perdere. Importava giocare.

Oggi sembra quasi impossibile spiegare a chi è nato nell’era degli smartphone cosa significasse quella libertà. Non c'erano gruppi WhatsApp per organizzarsi. Non c'erano notifiche. Non c'erano videogiochi online, algoritmi o social network. Ci si cercava urlando da un balcone all'altro. Si bussava senza problemi "c'è Giorgio" e no Kevin, Dylan ...... Si usciva di casa la mattina e spesso si rientrava solo quando il sole tramontava, non c'erano mille chiamate, "dove sei ? con chi sei?", c'era un patto di fiducia che nessuno aveva mai detto o scritto. Le giornate sembravano infinite, non c'erano mille impegni. Le amicizie nascevano guardandosi negli occhi e non attraverso uno schermo. Le discussioni duravano cinque minuti e poi si tornava a giocare.

Il Super Tele, in fondo, rappresentava tutto questo. Era il simbolo di un'epoca in cui i bambini costruivano il divertimento con quello che avevano a disposizione. Un'epoca in cui la fantasia compensava qualsiasi mancanza. Forse per questo oggi suscita una nostalgia così forte.

Non perché fosse un grande pallone. A dirla tutta, era probabilmente uno dei peggiori palloni mai costruiti. Leggero, instabile, fragile. Ma il punto non era il pallone. Il punto era il mondo che c'era intorno. Quel mondo fatto di vicinati che si conoscevano tutti, di cortili sempre aperti, di estati interminabili, di ginocchia sporche di polvere e di tramonti che arrivavano troppo in fretta.

Un mondo che non era perfetto. C'erano meno comodità, meno tecnologia, meno possibilità. Ma c'era qualcosa che oggi sembra sempre più raro: il tempo. Tempo per annoiarsi. Tempo per inventare. Tempo per stare insieme e siglare amicizie interminabili. Tempo per crescere.

E forse è proprio questo che ci manca davvero quando ripensiamo al Super Tele. Non il pallone. Non la plastica colorata. Non le partite improvvisate. Ci manca quella sensazione di libertà assoluta che provavamo correndo dietro a una sfera leggera sotto il sole dell'estate, convinti che il mondo fosse enorme e che il futuro era tutto da scrivere, nulla poteva fermare i sogni, la fantasia.

Dentro quel pallone economico, storto e imperfetto c'era molto più di quanto immaginiamo oggi. C'era una generazione intera. E forse, senza accorgercene, c'era una delle ultime infanzie davvero libere da condizionamenti, da regole scritte prima che si nascesse, dal dovere di fare, da non poter perdere tempo ...... si il tempo. SI IL TEMPO ...... in una società che puoi comprare tutto ma l'unica cosa che è gratis non è più tua.