CIOCIARIA - LE OCCASIONI PERSE E IL MACIGNO DELLA ZES

  • Tommaso Villa

Certe notizie non hanno bisogno di essere spiegate. Basta leggerle. Nei giorni scorsi, su quotidiano, Giovanni Tria (economista, docente universitario ed ex Ministro dell’Economia) ha raccontato un fatto che dovrebbe farci fermare un attimo.

Negli anni della pandemia, la multinazionale Moderna aveva individuato la Ciociaria come possibile sede di un hub produttivo per tutta Europa. Non un’idea, non una suggestione, ma un progetto vero. Eppure non si è fatto nulla. Non perché mancasse il territorio, non perché fossimo fuori posizione, non perché non ci fossero collegamenti, ma per la complessità delle norme italiane e dei contratti. In una parola: burocrazia.

A quel punto la domanda non è più cosa è successo, ma perché succede sempre così. Perché questa non è un’eccezione, è uno schema. L’Ente Fiera, l’aeroporto civile, la Stazione Tav, il polo logistico finito altrove, le multinazionali che arrivano, guardano e poi se ne vanno: anche il caso Catalent non è lontano nella memoria. Sempre lo stesso finale.

È inutile girarci intorno: questo non è un problema degli imprenditori, non è un problema di chi vuole investire, non è un problema di chi prova a costruire qualcosa. È un problema di rappresentanza, è un problema politico. Perché quando un territorio viene scelto da una multinazionale e poi perde l’investimento davanti alle regole, significa che manca la capacità di accompagnare, di semplificare, di rendere possibile. In altre parole: manca peso.

Tria, nell’intervista, lo dice con eleganza parlando di qualità della vita, di servizi, di scuola, sanità, università, impianti sportivi. Ha ragione: senza questi elementi un territorio non è attrattivo. Ma oggi il problema è ancora più concreto. La competizione è cambiata, non è più solo tra territori simili, è diventata geografica.

E qui entra un tema che pesa come un macigno: la ZES, la Zona Economica Speciale. Mentre territori vicini possono contare su fiscalità agevolata, procedure semplificate e corsie preferenziali per gli investimenti, la provincia di Frosinone resta fuori, circondata da aree più veloci, più convenienti, più attrattive. Tradotto senza troppi giri di parole: oggi, a parità di condizioni, conviene investire altrove. E allora non basta più dire che perdiamo occasioni, bisogna iniziare a dire che partiamo svantaggiati, che giochiamo una partita con regole diverse.

E questo non è un dettaglio tecnico, è una scelta politica, e non averla è una responsabilità. Possiamo continuare a raccontarci che va tutto bene, che qualcosa si muove, che basta avere pazienza, ma la realtà è un’altra e ogni tanto torna a bussare con nomi, fatti, occasioni vere.

Da anni noi di Penna e Spada raccontiamo queste cose non per sfascismo ma per costruire una coscienza, perché i cittadini abbiano chiaro cosa accade davvero e sappiano distinguere tra parole e risultati, perché vedano chi si riempie la bocca mentre le nostre, piano piano, si svuotano. Servirebbe un territorio unito che superi appartenenze e colori e sappia chiedere non con il cappello in mano ma con forza le stesse opportunità degli altri.

Non privilegi, non favori, ma le stesse condizioni. Perché noi ciociari siamo abituati a lavorare, a rialzarci, a costruire, ma non si può combattere ogni giorno contro un sistema che ti penalizza. E allora il punto resta sempre lo stesso: il problema non è chi investe, non è chi fa impresa, il problema è chi dovrebbe creare le condizioni e non lo fa.

Il resto sono favolette, e le favolette possono andare bene per i bambini, non per un territorio che vuole avere un futuro.

E, come se tutto ciò non bastasse, in questo deprimente scenario, invade i nostri territori, si muove come un elefante in una cristalleria e poi pensa di tenerci a bada con una manciata di bruscolini.