CIOCIARIA - NUMERI E RAGIONI DI UN DISATRO ANNUNCIATO E VOLUTO

  • Tommaso Villa

La Ciociaria non è arretrata per caso. È stata accompagnata lentamente fuori dallo sviluppo. C’è stato un tempo in cui la Ciociaria cresceva senza bisogno di raccontarsi. Non faceva slogan, non cercava visibilità, ma produceva. L’industria pesava, il lavoro c’era, la popolazione aumentava. Non era una terra ricca, ma era una terra che funzionava. Poi qualcosa si è incrinato. Non con un crollo improvviso, ma con una trasformazione lenta, quasi invisibile, che i numeri raccontano meglio di qualsiasi nostalgia.

Tra il 1991 e il 2011 la provincia di Frosinone migliora nella qualità della vita: i servizi nelle abitazioni salgono da 92 a 98,5, i metri quadrati per abitante passano da 32,8 a 41,9, la popolazione cresce da 479.559 a 492.661 residenti. Anche l’istruzione compie un salto importante: la quota di adulti con diploma o laurea passa dal 23,7% al 55,3%. Ma nello stesso periodo accade qualcosa di più profondo.

L’occupazione industriale scende dal 29,5% al 21,6%. Il terziario cresce fino al 58,2%, ma senza diventare davvero produttivo. E soprattutto l’indice di vecchiaia supera quota 150. Il territorio migliorava nella superficie, ma perdeva struttura. Quando è arrivata la crisi industriale, il sistema era già indebolito. E i numeri della deindustrializzazione sono chiari. Non è stato un riassetto fisiologico. È stato un arretramento della grande industria.

Nel 2016 arriva il riconoscimento di area di crisi industriale complessa, cioè un territorio che necessita di interventi straordinari dello Stato. Nel 2018 viene attivato il PRRI (Progetto di Riconversione e Riqualificazione Industriale), uno strumento gestito dal MIMIT con il supporto di Invitalia. Ma il problema è il tempo.

Tra il 2013 e il 2022 la provincia perde oltre l’11% delle unità industriali e quasi l’8% degli addetti. La grande industria arretra ancora di più. E nel frattempo il territorio cambia natura, senza costruire un’alternativa.

I dati più recenti lo confermano. Secondo Istat:

  • il tasso di occupazione è al 62,8% contro il 67,1% nazionale;
  • l’occupazione giovanile è ferma al 25,1%;
  • la retribuzione media annua è circa 20.333 euro contro oltre 23.000;
  • il reddito disponibile mediano è circa 16.200 euro, il più basso nel Lazio.

Nel 2024 la Ciociaria perde altri 2.128 residenti. E tutto questo avviene dentro una regione che già fatica. La Banca d'Italia evidenzia come il Lazio non abbia ancora recuperato i livelli economici del 2007. Ma oggi il punto più grave non è solo quello che è successo. È quello che sta succedendo adesso.

Nel 2024 nasce la ZES Unica del Mezzogiorno, la Zona Economica Speciale che offre alle imprese incentivi fiscali fino al 30-40% e procedure accelerate. Dentro ci sono regioni confinanti come Abruzzo e Campania. Fuori c’è il Lazio. Fuori c’è la Ciociaria. Questo significa che a pochi chilometri di distanza esistono condizioni completamente diverse. Da una parte incentivi forti, tempi rapidi, maggiore certezza.

Dall’altra strumenti ordinari e meno competitivi. Non è più una competizione equilibrata. È una disparità strutturale. La successiva introduzione della ZLS (Zona Logistica Semplificata) da parte della Regione Lazio tra il 2025 e il 2026 prova a ridurre il divario. Ma è meno incisiva e arriva dopo. Il confine amministrativo diventa un confine economico. E qui si apre il nodo centrale: l’attrattività.

Perché un territorio non cresce se non viene scelto. E oggi la Ciociaria fatica a essere scelta. Fatica a esserlo dalle imprese, che trovano condizioni migliori altrove. Fatica a esserlo dai giovani, che vedono meno opportunità. Fatica a esserlo dalle famiglie, che si confrontano con servizi inferiori.

I numeri lo spiegano chiaramente:

  • trasporto pubblico locale sotto la media;
  • copertura della banda ultraveloce ferma intorno al 49%;
  • mobilità sanitaria fuori regione oltre l’11%.

Non è un problema di posizione geografica. È un problema di ecosistema. E questo si vede in modo evidente nel turismo. La provincia di Frosinone possiede circa il 9,6% dei musei del Lazio, ma intercetta appena il 2,5% dei visitatori regionali. La densità e rilevanza del patrimonio museale è pari a 0,80 contro una media nazionale di 1,46. Le aziende agrituristiche sono circa 4,6 ogni 100 km², contro le 8,6 della media italiana. Non manca il patrimonio. Manca il sistema.

Abbiamo borghi, storia, natura. Ma non abbiamo una macchina capace di trasformarli in economia:

  • manca un prodotto turistico integrato;
  • manca una regia unica;
  • manca una promozione coordinata.

Abbiamo i luoghi, ma non il mercato. Lo stesso schema si ripete nell’università e nell’agricoltura. L’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale forma laureati e produce ricerca, ma il territorio non riesce a trattenerli. I brevetti restano bassi, i giovani qualificati spesso vanno via. Nel 1982 le aziende agricole erano oltre 66.000. Nel 2010 diventano poco più di 26.000. Non è solo una riduzione: è la perdita di presidio economico. Eppure la qualità resta alta. Ma senza trasformazione, senza marchio, senza logistica, il valore si disperde.

E tutto questo si misura anche dove un territorio non può permettersi di sbagliare: la sanità. In provincia di Frosinone oltre l’11% dei cittadini si cura fuori regione. Il numero di medici specialisti è inferiore alla media nazionale. Le strutture sono sotto pressione. Non è solo un problema sanitario. È un problema economico. Perché un territorio dove è più difficile curarsi è meno attrattivo per chi deve investire, vivere, restare.

E allora il quadro si chiude. L’Industria che arretra. Turismo che non diventa economia. Università che forma ma non trattiene. Agricoltura che produce ma non valorizza. Incentivi inferiori rispetto ai territori confinanti. Servizi sotto la media. Non è un problema di singoli settori. È un problema di sistema.

La Ciociaria non è rimasta indietro perché mancava qualcosa. È rimasta indietro perché quello che aveva non è stato messo insieme. E senza sistema, non c’è attrattività. Senza attrattività, non arrivano investimenti. Senza investimenti, non cresce il lavoro. Senza lavoro, i giovani vanno via. È un meccanismo semplice. La verità, alla fine, è questa. La Ciociaria non è ferma perché non può correre. È ferma perché troppo spesso ha iniziato a correre quando gli altri erano già arrivati. E continuare così non è più un errore. È una scelta.

Purtroppo siamo costretti a ripeterlo. In questo deprimente scenario, con una classe politica incapace di tutelare il territorio, arrivano gli invasori, si muovono come elefanti nelle cristallerie e poi pensano di elargire bruscolini.