SORA/ISOLA - MODELLI CULTURALI E COLTELLI

  • Tommaso Villa

Mi ha molto colpito l’amplificazione mediatica di quello che ogni tanto succede tra i nostri giovani: prima Leonardo, prima ancora altri avvenimenti, recentemente i coltelli in tasca e nelle mani. Anche l’attenzione mediatica fa parte di un modello culturale: il mondo è sempre più pericoloso e non basta lo Stato a garantire per la mia sicurezza, mi difendo da solo.

Stiamo piangendo un’adolescenza problematica, impaurita e che si sente inadatta al compito futuro, e che, forse per questo, sente di doversi difendere da sola e sente la violenza del mondo adulto.

Ricordo sempre un episodio di tanti anni fa, mi occupavo dello sportello di ascolto in un Istituto Professionale, quasi interamente maschile, uno di quegli Istituti dove si concentrano tutti quegli adolescenti che sembrano non aver voglia di studiare, o, detto in altro modo, sembrano non essere adatti allo studio, e il cui futuro si configura come semplice manovalanza, sia nei lavori ufficiali, sia nell’ambito dei lavori sommersi, leciti e illeciti. Si presenta da me un giovane palestrato, non molto alto ma con una massa di muscoli non indifferente, tanto da muoversi con le braccia che accompagnavano i passi tanto sembrava che i muscoli pesassero.

Questo ragazzo mi parla dell’assoluta necessità di attrezzarsi per difendersi: una vita a confronto diretto con coetanei con una cultura “macho”, impone di incutere rispetto e timore, impone di avere un corpo potente che sconsiglia di averci a che fare. Eppure questo ragazzo mi confida, guardandosi attorno, di vedere spesso e volentieri film come Ghost e di piangere ogni volta, di essere inguaribilmente romantico, ma di non potersi permettere di rivelare quella che sente come una fragilità: la sua sensibilità ed emotività.

Un corpo palestrato per nascondere la dolcezza, come se quest’ultima fosse una qualità da negare e velare, altrimenti si verrebbe sbeffeggiati e allontanati, come froci. E’ passato così tanto tempo da allora che sembra essere passato invano. Tutto sembra essere rimasto uguale, lo stesso modello culturale “macho“ sembra ancora dominare in alcuni ambienti e situazioni. Eppure per molti anni come servizio pubblico abbiamo cercato di promuovere una sensibilità ed una cultura sull’affettività e sull’identità di genere, e per un lungo periodo ci siamo illusi che dei buoni risultati fossero stati raggiunti.

Ma poi il Covid ha dato un contraccolpo all’illusione di uno sviluppo di una idea di maschio fatta di sensibilità, dolcezza e virilità insieme. Sembra essere tornati indietro. La logica della competizione e della paura dell’altro, della paura del futuro porta ad armarsi, ad attrezzarci come meglio si può. Non è una condizione di tutti i ragazzi, ma è spesso la condizione di alcuni giovani cresciuti in ambiti deviati e devianti, giovani che frequentano e sono parti attive culturalmente orientati verso la violenza e la sopraffazione dell’altro, vissuto come diverso e quindi pericoloso e da intimorire.

Il pippone iniziale non serve a procurare un alibi sociale ad una concezione violenta della vita, serve ad aumentare la responsabilità che noi adulti abbiamo verso questi ragazzi.

Nell’ultimo piano di Prevenzione in vigore nella Regione Lazio, per le scuole materne, elementari e medie c’è un modello di intervento basato sulla formazione dei docenti con modelli educativi partecipativi e cooperativi. Si cerca cioè di aiutare gli insegnanti ad intervenire anche nella didattica con modelli basati sulle life skills (abilità di vita) e cooperative learnig (modalità di collaborazione tra gli alunni delle stessa classe, per limitare i conflitti e promuovere una conoscenza basata sulla partecipazione e conoscenza emotiva dell’altro, nel rispetto). Questo modello si ferma di fronte alle superiori, dove uno dei pochi progetti riguarda la formazione del gruppo dei pari, vale a dire un percorso formativo di alcuni giovani di ciascuna classe che apprendono a muoversi e a gestire momenti assembleari, a dare disponibilità all’ascolto, ad essere propositivi e attenti ad un ascolto attivo.

Abbiamo cercato, nel tempo, di coinvolgere sempre più i docenti, consapevoli del fatto che una classe docente che si coordina e partecipa degli stessi strumenti didattici, che si promuova come adulto competente e affidale, che utilizza metodologie didattiche partecipative, sia uno strumento potentissimo per cambiare il clima all’interno delle classi e per agire positivamente per promuovere il rispetto reciproco e, nei fatti, un diverso e più solidale modo di sentirsi maschi e femmine. Non stiamo parlando della “divisiva” educazione sessuale, stiamo parlando di una educazione all’affettività e all’emozionalità che entra direttamente a far parte dei metodi educativi di ciascun docente.

Se la società esterna si manifesta e si basa su paura e violenza, la scuola può essere un baluardo positivo per una crescita sana e partecipata degli alunni; se, invece, il dato disciplinare, vale a dire, i risultati raggiunti attraverso il voto in ciascuna materia, prevale, allora la performance e la competitività aiutano nello sviluppare solitudini, debolezze, bullismo, abbandoni.

La scuola è una delle pochissime agenzie pubbliche rimaste in Italia che possa produrre cambiamenti positivi in ragazzi provenienti da ambienti difficili e/o violenti, se la scuola deroga da questa funzione nessun altro potrà farlo. La famiglia è già compromessa ed ha, in qualche modo, già fallito nella sua funzione educativa, il quartiere ed il paese sono già “strada” in cui il confronto è intriso di violenza e sopraffazione, il gruppo dei pari funzione come amplificatore del disagio e promuove una appartenenza basata sulla connivenza e su regole indipendenti dal sociale, ma tutte interne alle logiche di sopraffazione e di dimostrazione della forza e del potere.

Nell’ambito della psicoterapia, spesso indichiamo come primo obiettivo quello di riuscire ad inserire in una sequenza automatica di azione qualcosa che abbia a che fare con il pensiero. Vale a dire che, spesso, nella sequenza di azioni paura-rabbia- attacco – fuga, tutto dura pochi attimi, la risposta e/o l’attacco è immediato. E’ la stessa sequenza da cui dipende la vita o la morte di un soldato in combattimento. Se non siamo in una guerra è essenziale inserire in questa sequenza di azione una pausa, un pensiero, vale a dire chiedersi che senso ha, se la sequenza ha senso, se possiamo scegliere un’altra strada. In fin dei conti la psicoterapia è una metodologia per inserire la consapevolezza di quello che si sta per fare, o per considerare cosa è stato fatto e rendersi conto di quanto è stato fatto. Tutta la sequenza educativa di uno scolaro tende a questo, vale a dire che non è tanto importante la velocità e l’esattezza dei termini con la quale rispondo alla domanda del docente, è di vitale importanza comprendere e inserire un proprio pensiero nella risposta, apprendere un metodo che possa permettermi di utilizzare il pensiero criticamente prima di passare all’azione.

Spesso la funzione educativa delle famiglie fallisce semplicemente perché l’esperienza e l’apprendimento dei genitori rispetto alla loro funzione educativa è basata su esperienze dolorose e basate sull’acting out (è questo il termine tecnico per una azione immediata e non mediata dal pensiero).

Prima ho fatto l’esempio di un soldato in guerra: questo è quello che mi sgomenta profondamente quando mi rendo conto che l’orizzonte della guerra è tornato ad affacciarsi nelle nostre vite. In guerra si combatte per rimanere vivi, se si esita, come nella canzone di De Andrè – Piero, si viene uccisi da un altro che è come te, solo con un diverso colore della divisa. Non c’è il tempo per riconoscere l’altro come un altro da se, come un altro me, uguale e diverso al tempo stesso, unico e irripetibile. Nella guerra moderna, le competenze acquisite in questi ultimi tempi dalla generazione cresciuta con i videogiochi, permettono azioni a distanza impensabili ed è come se si fosse in un gioco: ammazzo e distruggo da lontano, contro corpi che si individuano per movimenti e calore. Terribile e disumanizzante, al tempo stesso tutto questo rappresenta l’apoteosi della tecnica di guerra, sempre più impersonale e tecnologica.

Cosa possiamo fare noi adulti per aiutare questi ragazzi che girano armati? Possiamo contribuire a pacificare gli animi, a riconoscere l’altro, a costruire contesti di convivenza, a favorire la partecipazione, a promuovere divertimenti comuni, a promuovere fiducia in contesti in cui predomina la diffidenza, ad occupare spazi che altrimenti sarebbero spazi violenti, ad educare noi stessi per promuovere cambiamenti di atteggiamenti e modalità di pensiero pacificati.

Alzare il livello della punibilità delle azioni e rimettere tutto nelle mani dell’ordine pubblico non è assolutamente sufficiente, salvo che non si voglia creare una situazione come quella che si sta creando negli Stati Uniti, dove soggetti mascherati, armati e violenti aumentano il livello di pericolosità di città e quartieri invocando la necessità di controllo e di ordine. A volte uno Stato può diventare uno Stato Sovrano, uno Stato che piega le Leggi al proprio volere e scopo e che trascina un popolo alla guerra.

E’ doveroso praticare la pace e costruire un futuro sostenibile per i nostri giovani, abbiamo bisogno di recuperare prospettive e progettualità, abbiamo bisogno di promuovere salute e rispetto, abbiamo necessità di considerare la Terra in prestito per le generazioni future.

Questo vale anche per i nostri piccoli paesi, visto che stanno, neanche troppo lentamente, invecchiando e morendo, visto che un bene prezioso come le cascate sono state barattate e appaltate al profitto, senza che si dica chiaramente che il rispetto dell’ambiente è vitale per il rispetto della vita. Senza che ci sia una visione e una condivisione di un futuro possibile. Scusate, se potete, il pippone.

LUCIO MACIOCIA