CONSOZIO INDUSTRIALE - UNA RIFORMA CHE POTREBBE PENALIZZARCI
- Tommaso Villa
Ci sono riforme che sembrano materia per addetti ai lavori. Statuti, quote, consigli di gestione, fondi di dotazione. Parole fredde, quasi notarili. Eppure dietro quella grammatica burocratica può nascondersi una scelta politica destinata a pesare sulla vita reale dei territori: lavoro, investimenti, capannoni abbandonati, autorizzazioni ferme, imprese che arrivano o che scappano.
La riforma del Consorzio Industriale del Lazio appartiene a questa categoria. Non è un semplice riordino amministrativo. È un cambio di natura.
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La prima novità è la più rilevante: la Regione Lazio entra nel Consorzio con il 51% del capitale. Significa che il Consorzio non sarà più soltanto una struttura consortile composta da Comuni, Province ed enti locali, ma diventerà di fatto un soggetto operativo regionale. Chi vorrà investire nelle aree industriali del Lazio non si troverà più davanti un ente territoriale debole, frammentato e spesso appesantito dai debiti, ma un interlocutore con alle spalle direttamente la Regione.
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Secondo cambiamento: i debiti vengono quasi azzerati. Il Consorzio era nato dalla fusione di cinque enti diversi, portandosi dietro circa 18 milioni di euro di esposizione bancaria. Con l’ingresso della Regione e un apporto di circa 13 milioni, la struttura viene rimessa in piedi dal punto di vista finanziario. Non è un dettaglio contabile: un ente indebitato amministra l’emergenza, un ente risanato può programmare sviluppo.
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Terzo punto: cambia la governance. Oggi il sistema passa attraverso un’assemblea ampia, con circa 150 soggetti coinvolti. La riforma introduce un modello più snello: un Consiglio di Sorveglianza di 11 membri e un Consiglio di Gestione di 5. Tradotto: meno assemblearismo, meno palude decisionale, più velocità operativa. Il rischio, però, è evidente: più efficienza può voler dire anche meno peso diretto per i territori.
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Quarto cambiamento: il Consorzio diventa autorità espropriante. È una novità pesante. Se un investimento industriale resta bloccato per problemi legati ai terreni, alla proprietà o a vecchie aree ferme, il Consorzio potrà intervenire direttamente. Questo può accelerare nuovi insediamenti, ma richiede una gestione seria, trasparente e blindata. Perché il potere di espropriare è uno strumento forte: può sbloccare lo sviluppo, ma va usato con equilibrio.
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Quinto punto: nasce un fondo di rotazione triennale per acquistare siti abbandonati o dismessi. Qui la Ciociaria deve drizzare le antenne. Capannoni vuoti, aree industriali ferme, immobili produttivi lasciati marcire non sono solo un problema estetico: sono capitale immobilizzato, lavoro perduto, occasioni bruciate. Se il fondo funzionerà, quelle aree potranno tornare sul mercato produttivo.
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Sesto elemento: energia. Il Consorzio potrà gestire infrastrutture energetiche, realizzare impianti da fonti rinnovabili e offrire servizi energetici alle imprese. In una fase in cui il costo dell’energia può decidere la vita o la morte di un investimento, questo può diventare un vantaggio competitivo enorme. Non più solo strade, fogne e lotti industriali, ma servizi veri: energia, autorizzazioni, infrastrutture, assistenza all’insediamento.
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Settimo cambiamento: lo sportello unico. La riforma punta a concentrare le procedure per nuovi insediamenti o ampliamenti produttivi in un solo punto di riferimento. Per un imprenditore significa non dover rimbalzare tra Comune, Provincia, Regione, ASL, Consorzio di Bonifica e altri uffici. Se sarà attuato davvero, sarà la parte più concreta della riforma. La burocrazia non si combatte con gli slogan: si combatte accorciando la catena delle responsabilità.
E allora cosa cambia per la Ciociaria? Cambia che la provincia di Frosinone potrebbe finalmente avere uno strumento più forte per attrarre investimenti. Cambia che aree come Anagni, Cassino, Frosinone, il distretto del Liri e gli spazi produttivi oggi sottoutilizzati potrebbero rientrare in una strategia regionale vera. Cambia che il territorio non dovrà più ragionare solo in chiave difensiva, cercando di salvare quello che resta, ma potrà provare a giocare una partita offensiva: nuovi insediamenti, recupero dei siti dismessi, servizi alle imprese, energia competitiva.
Ma cambia anche il rischio politico. Perché quando la Regione prende il 51%, la domanda diventa inevitabile: chi decide davvero? Roma userà il nuovo Consorzio per valorizzare tutti i territori o finirà per accentrare scelte, risorse e priorità? La Ciociaria sarà protagonista o semplice area disponibile?
La riforma, quindi, non va né applaudita a scatola chiusa né bocciata per partito preso. Va presidiata. Con lucidità. Con ambizione. Con quella sana diffidenza operativa che ogni territorio dovrebbe avere quando qualcuno promette sviluppo dall’alto. Perché sulla carta questa riforma può essere una svolta. Può trasformare il Consorzio da carrozzone indebitato a piattaforma industriale regionale. Può ridurre i tempi, recuperare aree abbandonate, attrarre imprese e creare lavoro. Ma la carta non assume operai. Non apre stabilimenti. Non riempie capannoni. La differenza la farà l’attuazione. E la farà la capacità della Ciociaria di stare dentro questa partita non con il cappello in mano, ma con una propria agenda industriale.
Se il nuovo Consorzio servirà a portare sviluppo reale nei territori, sarà una riforma storica. Se invece servirà solo a spostare il potere decisionale più vicino a Roma, sarà l’ennesima occasione confezionata bene e consumata male. E la Ciociaria, questa volta, non può permettersi di guardare dalla finestra.