CIOCIARIA - QUANDO NELLE NOSTRE CAMPAGNE SI COLTIVAVA CANAPA
- Tommaso Villa
C’è stato un tempo in cui nelle campagne della Ciociaria la canapa faceva parte del paesaggio. Non era una coltura esotica né una curiosità: era materia prima. Si seminava, si raccoglieva, si lasciava macerare nell’acqua, si rompevano gli steli per liberarne la fibra, la si pettinava e infine la si filava. Da quel lungo lavoro nascevano corde, tele, tessuti e manufatti destinati alla vita quotidiana e alle attività agricole.
A Ceprano Cesare Pascarella descrisse lungo il Liri file di contadine impegnate a battere, lavare e maciullare la canapa: quasi una fotografia di un’economia che viveva attorno al fiume. A Pontecorvo la presenza della canapa emerge persino dalle relazioni sanitarie del 1880, che segnalavano la macerazione della pianta nel Rio della Torre, nel Cosa e negli stagni della campagna. A Ferentino, invece, è possibile ricostruire una parte ancora più ampia del ciclo produttivo: canapa e lino venivano coltivati nelle campagne e lavorati nelle abitazioni; la “macinia” serviva a rompere la parte legnosa dello stelo, mentre la “cramia” separava e ordinava le fibre, prima dell’arrivo di rocca e fuso. La pianta coltivata nei campi diventava filo. Altre testimonianze emergono a Castro dei Volsci e nella Valle dell’Amaseno, mentre il Catasto agrario del 1929 della Provincia di Frosinone distingue perfino tra produzione di seme e produzione di “tiglio”, cioè la fibra ottenuta dallo stelo. Non era quindi soltanto una pratica domestica: era parte di una vera economia rurale.
Quella realtà locale si inseriva in un quadro nazionale molto più grande. L’Italia fu per lungo tempo uno dei principali produttori mondiali di canapa e la qualità della fibra italiana era particolarmente apprezzata. Alla fine degli anni Trenta le superfici coltivate erano nell’ordine delle decine di migliaia di ettari e la canapa alimentava produzioni diverse: corde, tele, filati e tessuti.
Durante il periodo autarchico si cercò anche di ampliarne gli impieghi industriali. Nacque il cosiddetto “canapafiocco”: attraverso lavorazioni specifiche la fibra veniva accorciata e preparata per poter essere utilizzata anche negli impianti dell’industria cotoniera. Non diventava cotone e, allo stesso modo, con la canapa non si produceva juta. Il principio era un altro: adattare una fibra nazionale a impianti e produzioni già esistenti e sostituire, dove possibile, materie prime importate. Ma già allora emersero i limiti della trasformazione: non sempre i processi necessari risultavano semplici o economicamente convenienti.
Nel secondo dopoguerra il sistema produttivo cambiò rapidamente. La coltivazione e soprattutto la lavorazione della canapa richiedevano moltissima manodopera, mentre altre fibre diventavano più competitive e l’industria chimica portava sul mercato rayon, nylon e successivamente una quantità crescente di materiali sintetici. Quello che per generazioni aveva rappresentato un vantaggio — disporre localmente di una fibra resistente e versatile — cominciò a perdere valore economico. Le superfici coltivate diminuirono rapidamente e solo successivamente arrivò anche la legislazione sugli stupefacenti degli anni Settanta, che rese ancora più difficile la sopravvivenza di una coltura industriale ormai già fortemente ridimensionata. Progressivamente scomparvero i campi, i maceri, le lavorazioni domestiche e soprattutto la filiera. Rimasero gli strumenti conservati nei musei, qualche toponimo, fotografie e racconti.
La storia della canapa ciociara dimostra che questo territorio ha saputo trasformare una pianta in una piccola economia diffusa. Non significa che quella stessa economia possa essere riproposta un secolo dopo. Significa però che vale la pena capire se, con tecnologie nuove, processi più sostenibili e prodotti diversi, da quella vecchia fibra possa nascere una nuova opportunità. Non sarebbe un ritorno al passato. Sarebbe capire se dal passato è rimasta ancora un’idea capace di avere futuro