VICO NEL LAZIO - RIAPRE LA CHIESA BENEDETTINA DI SAN BIAGIO

  • Tommaso Villa

La comunità di Vico nel Lazio è tornata a festeggiare S. Biagio, grazie alla riapertura dell’omonima chiesa benedettina, eretta nel secolo XI°.

Si deve al nuovo proprietario Umberto Protani il ripristino dell’antica struttura, lasciata in completo abbandono per decenni. Numerosi fedeli sono accorsi per partecipare alla Santa Messa, celebrata dal Parroco Don Luigi Battisti ed animata dal coro parrocchiale, diretto dal Maestro Luigi Tarquini.

Al termine della celebrazione, si è svolto il tradizionale rito dell’olio alla gola e della distribuzione del pane ( o dolci) ai fedeli presenti. La locale banda musicale, diretta dal maestro Gianpaolo Ascani ha, infine, allietato l’evento.

Con l’occasione, è opportuno fornire alcune notizie storiche sull’intero complesso S. Biagio, un tempo di proprietà dei Benedettini.

Quest’ordine religioso, fondato da S. Benedetto da Norcia, ha una particolare devozione alla Madonna, quale Madre e Regina dei loro monasteri.

Tuttavia, anche S. Biagio, vescovo martire del III° secolo dopo Cristo, e S. Bartolomeo apostolo sono Santi onorati dai Benedettini. Infatti, nella chiesa in questione, troviamo raffigurati nella pala d’altare (riproduzione della tela originale del XVI° secolo) sia la Madonna con il Bambino, sia S. Biagio, S. Bartolomeo, S. Brunone e S. Lucia.

Non solo, in apposite nicchie laterali della chiesa sono presenti anche statue di terracotta del 1500

di S. Biagio, S. Bartolomeo e della Madonna con il Bambino. Risulta, purtroppo, asportata la statua di S. Lucia, nonché la tela originale della pala d’altare, oltre a numerose reliquie e candelieri.

La presenza a Vico nel Lazio dei monaci Benedettini risale all’anno mille, con S. Domenico da Foligno (o di Sora), che vi soggiornò, predicando e celebrando Messa nella chiesa S. Angelo (attuale Collegiata S. Michele Arcangelo), prima di recarsi nell’eremo di Trisulti, presso cui rimase diversi anni. Successivamente, su invito del nobile Rainerio Gastaldo, si recò a Sora dove fondò un’Abbazia sui resti di una villa, appartenuta a Marco Tullio Cicerone, messa a disposizione da detto nobile.

Il monaco Domenico, ancora in vita, era già una figura carismatica, capace di coinvolgere migliaia di fedeli, tanto che le comunità di Vico e Collepardo gli donarono il bosco d’Ecio, negli anni 1004/1005. Fu proprio in questo luogo che i benedettini, seguaci di S.Domenico, costruirono l’abbazia dedicata al Santo (poco più avanti dell’attuale certosa), mentre nel 1204 papa Innocenzo III fece costruire la Certosa di Trisulti, affidandola ai Certosini, che subentrarono ai Benedettini, venendo in possesso di tutti i loro beni.

Anche le proprietà benedettine site a Vico nel Lazio, come la chiesa S.Biagio, il Palazzo S. Bartolomeo, la grangia e i vari terreni passarono nella disponibilità dei Certosini.

Furono proprio questi ultimi ad iniziare nel nostro paese la consegna ai fedeli del pane di S.Biagio,

nonché a dare un notevole impulso alla grangia, facendola diventare un fiorente centro di attività commerciale , artigianale, oltre ad essere anche luogo di deposito e custodia dei prodotti dell’agricoltura.

Alcune recenti ricerche dello storico locale Salvatore Iacobelli, condotte presso l’archivio di Trisulti, hanno infatti evidenziato che presso la grangia di Vico erano presenti ben 30 salariati, addetti alle varie mansioni, da quelle artigianali a quelle della pastorizia e dell’agricoltura.

Anche l’attività caritatevole dei Certosini verso la popolazione era notevole, tanto che in una lettera d’archivio si fa riferimento alla presenza di circa tremila persone, accorse anche dai paesi vicini, per ricevere il pane di S. Biagio, nel giorno 3 febbraio, festa del Santo. L’afflusso di fedeli era tale che, per evitare molestie alle donne, il pane veniva consegnato alle stesse presso la vicina chiesa (non benedettina) di S.Giorgio, mentre gli uomini lo ricevevano presso la chiesa di S. Biagio.

Il rito dell’olio alla gola viene invece praticato per ricordare il miracolo di S.Biagio, che salvò un bambino da sicuro soffocamento, per aver ingoiato una lisca d pesce. Per questo motivo S. Biagio viene considerato protettore del mal di gola e delle vie respiratorie in genere.

Fu Napoleone a interrompere questa presenza dei Certosini, con la confisca di tutti i beni monastici, venduti ai privati. Nel 1810 la famiglia Sterbini comprò tali beni siti nel nostro Comune, per poi rivendere il tutto alla famiglia Cerquozzi nel 1870/’75. Da ultimo, il citato Umberto Protani ha acquistato il complesso S.Biagio, compresa la grangia e la chiesa.

Per evitare un po’ di confusione, creatasi tra i fedeli, a seguito della distribuzione del pane di S. Biagio, a fronte anche della distribuzione del pane di S. Antonio, occorre fare qualche precisazione.

Il pane (o dolce) di S. Biagio ha origini in tempi e modi diversi. Nel milanese, ad esempio, risale ad medioevo e consiste nella consumazione degli ultimi dolci natalizi, rimasti in casa, proprio in occasione della festa di S. Biagio.

In Abruzzo, invece, la tradizione risale al terremoto dell’Aquila, avvenuto il 2 febbraio 1703. Il giorno successivo, gli abitanti rimasti illesi prepararono dei dolci, per farli benedire durante la festa di S.Biagio, ringraziando il Santo per lo scampato pericolo.

Da noi, a Vico nel Lazio, probabilmente la tradizione inizia come atto caritatevole dei Certosini verso la popolazione, proprio nel giorno di S.Biagio, a cui era dedicata la loro chiesa.

Non è fuor di luogo ricordare l’abbondanza (“grascia”, diremmo noi) in cui vivevano i Certosini,

grazie alle numerose proprietà donate loro dai cittadini “pro animae defunctorum”, ossia per le anime dei loro defunti. Di contro, la gente comune versava spesso nella miseria e nel bisogno, tanto che anche il semplice pane non sempre era un alimento quotidiano.

Cosa diversa è invece la tradizione della “pagnottella” di S. Antonio, che ha origine dal miracolo operato dal Santo, il quale salvò un bambino dall’annegamento nel fiume Tago a Lisbona (Portogallo), città natale di S. Antonio. La madre del bambino invocò la grazia di S.Antonio, con la promessa di donare ai poveri tanto pane quanto il peso del proprio figlio.

Ma questi era S. Antonio di Padova, francescano di origine portoghese, vissuto nel XIII° secolo e rappresentato con il giglio in mano. Il nostro è invece S.Antonio Abate, monaco eremita vissuto in Egitto nel III° secolo dopo Cristo. Il Santo è infatti raffigurato con saio marrone, barba bianca, bastone del viandante e maialino ai piedi, a ricordo della vittoria di S. Antonio verso le tentazioni del diavolo, che gli appariva con le sembianze di porco.

In seguito, S.Antonio è diventato protettore degli animali e del “fuoco di S.Antonio” (Herpes Zoster), curato un tempo con il grasso di maiale.

Nel corso dei secoli, la pratica della benedizione delle “pagnottelle” di S. Antonio si è estesa anche a S. Antonio Abate, che si festeggia il 17 gennaio, mentre S. Antonio di Padova si festeggia il 13 di giugno.

Oggi, comunque, a nessuno viene in mente di fare dei distinguo, ma la chiarezza è sempre opportuna !