LA POESIA - IL RE DEL CASTELLO DI CARTA
- Tommaso Villa
Scorrendo i social, senza cercare nulla di preciso, mi imbatto in una poesia. Una di quelle che non chiedono attenzione ma, se gliela concedi, non te la restituiscono più. Parla di ordine, non di libertà. Di dovere, non di diritti. Di un ragazzo che non chiede protezione, ma una chiamata. La leggo e mi fermo. Perché dentro quelle parole riconosco una storia reale, concreta, che conosco bene.
La poesia è questa.
Il Re del Castello di Carta
Ho trent’anni sulla carta d’identità,
ma il mio specchio racconta un’altra età.
Sono il primo della fila, il capitano,
con il mondo intero stretto nel mio palmo di mano.
Sempre in testa, sempre il più veloce,
grido forte con la mia piccola voce.
Ma questo tempo sospeso, questo tempo di festa,
è un ronzìo di mosche che mi scuote la testa.
Troppi nastri, troppi dolci, troppa libertà,
io cerco un recinto alla mia volontà.
Voglio che le luci si spengano d’un colpo,
che il silenzio del gioco diventi un compito.
Basta regali, basta giorni uguali,
voglio rimettere le scarpe e gli occhiali.
Voglio l’obbligo del mattino, la sveglia che batte,
che mi porti lontano da queste ore matte.
Tornare a scorrere, come un fiume nel letto,
col grembiule o la borsa, stretto nel petto.
Datemi un lavoro, un muretto, una scuola,
qualcosa che mi prenda per la parola.
Perché solo se devo, se il mondo mi chiama,
riesco a sentirmi il Re della trama.
Finita la festa, ritorni il rigore:
voglio essere un bimbo che suda onore.
Chiudo il telefono con quella sensazione addosso che non è commozione, ma riconoscimento. Perché questa non è una poesia “bella”. È una poesia giusta. Dice una cosa che il nostro tempo fa finta di non sentire: non tutti chiedono più libertà, alcuni chiedono una regola che dia senso. Non tutti vogliono essere lasciati andare. Alcuni vogliono essere necessari.
Poi, quasi per caso, incontro il proprietario del post. Ci parlo. Ed è lì che arriva la frase che sposta tutto, che apre un varco: quella poesia è stata scritta con l’intelligenza artificiale.
E il paradosso, a quel punto, diventa enorme.
Un uomo costruisce una macchina. Le insegna a riconoscere linguaggi, emozioni, fragilità. E quella macchina riesce a mettere in fila parole che raccontano con lucidità il bisogno profondo di un ragazzo reale. Poi lo stesso uomo, quando quel ragazzo lo incontra davvero – nelle scuole, nei servizi, negli uffici, nei tavoli istituzionali – non riesce a dargli un ruolo. O non vuole farlo.
La macchina non prova empatia. Eppure la restituisce.
Il sistema umano parla di inclusione, ma spesso produce solo sospensione. Attività senza responsabilità. Percorsi senza approdo. Protezione senza riconoscimento. Tutto corretto, tutto regolato, tutto sterile. Nessuno che dica: “Se tu non ci sei, questa cosa non funziona”.
Questo testo non racconta il fallimento di un ragazzo “speciale”. Racconta il fallimento di un sistema che può fare, ma non fa. Che potrebbe costruire ruoli veri, anche piccoli, anche faticosi, ma necessari. Che potrebbe assumersi il rischio di affidare, ma preferisce gestire. Che potrebbe dare senso, ma si accontenta di contenere.
Quel dolore non è patologico. È sociale. È il risultato di un mondo che ha paura di chiamare qualcuno alla responsabilità, perché la responsabilità espone, vincola, obbliga anche chi la assegna.
Da questa poesia, intanto, è nata anche una canzone. Voce, musica, atmosfera. Anche questa realizzata con l’intelligenza artificiale. Si può ascoltare qui: https://suno.com/s/wKeHo9JCnyVmneYL
Un altro strumento artificiale capace di trasformare un bisogno umano in qualcosa di condivisibile, ascoltabile, riconoscibile. Mentre il mondo reale, quello fatto di competenze, ruoli e istituzioni, continua spesso a voltarsi dall’altra parte.
La tecnologia dà forma. L’uomo dovrebbe dare risposte.
E per restare fino in fondo dentro questo paradosso, vale la pena dirlo senza ipocrisie: anche questo articolo è stato scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Non per nascondersi. Ma per ricordare che, se una macchina riesce a riconoscere l’umanità meglio delle nostre istituzioni, allora il problema non è la tecnologia.
Siamo noi.