STORIA - NICOLA BOMBACCI: LA DESTRA E LA SINISTRA

  • Tommaso Villa

C’è un nome che la storia italiana tiene in un angolo, quasi con imbarazzo. Troppo comunista per essere ricordato dalla destra. Troppo vicino al fascismo per essere accolto dalla sinistra. Eppure Nicola Bombacci è stato uno dei personaggi più incredibili, contraddittori e simbolici del Novecento italiano.

Romagnolo, maestro elementare, socialista rivoluzionario, fu tra i protagonisti della stagione più turbolenta del primo dopoguerra. Diventò segretario del Partito Socialista Italiano e poi tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia. Parlava di operai, rivoluzione, giustizia sociale. Guardava alla Russia bolscevica come a un modello possibile. In quegli anni sembrava destinato a diventare uno dei grandi dirigenti della sinistra italiana.

Poi la storia cambiò direzione. O forse fu lui a cambiarla. Bombacci si allontanò progressivamente dal comunismo ufficiale, deluso da un partito sempre più rigido, burocratico e dipendente da Mosca. Nel frattempo, dall’altra parte, cresceva la figura di Benito Mussolini, che lui conosceva già dai tempi del socialismo rivoluzionario. Due uomini diversissimi, ma con una matrice comune: l’idea che la politica dovesse trasformare radicalmente la società, non semplicemente amministrarla.

Ed è qui che Nicola Bombacci entra definitivamente nella zona grigia della storia italiana. Negli anni della Repubblica Sociale Italiana, mentre il Paese è spezzato dalla guerra civile, Bombacci tenta un’ultima scommessa politica: portare dentro il fascismo un progetto sociale radicale, fondato sulla partecipazione dei lavoratori e sulla cosiddetta “socializzazione delle imprese”. Per alcuni fu un’illusione. Per altri un tentativo disperato di dare una direzione sociale a un regime ormai al tramonto.

Resta però una domanda scomoda: Bombacci cambiò davvero idea? Oppure inseguì fino alla fine lo stesso obiettivo, cambiando soltanto il mezzo con cui pensava di raggiungerlo?

La risposta divide ancora oggi storici e studiosi. Di certo c’è che Nicola Bombacci non fu un opportunista nel senso classico del termine. Non scelse la strada più semplice, né quella più conveniente. Quando tutto crollò, non fuggì. Restò accanto a Mussolini fino alla fine, venendo catturato e ucciso con lui nel 1945.

La sua figura continua ancora oggi a disturbare le semplificazioni ideologiche. Perché Bombacci dimostra che la storia reale è quasi sempre più complicata degli slogan. E che il Novecento italiano non fu fatto soltanto di blocchi contrapposti e identità perfette, ma anche di uomini che attraversarono confini politici che oggi sembrano inconcepibili.

Ricordarlo non significa assolverlo. Né celebrarlo. Significa, più semplicemente, avere il coraggio di guardare la storia senza paraocchi, accettando anche le sue contraddizioni più difficili.