ISOLA LIRI - STEFANO VITALE E L'IDENTITA' DELLA DESTRA

  • Tommaso Villa

«L’obiettivo è rafforzare l’identità di Isola Liri, destagionalizzare i flussi turistici e offrire nuove opportunità di crescita al territorio, nel pieno rispetto della tutela e dell’interesse pubblico. Un investimento sul passato per costruire il futuro di Isola del Liri».

Se ci fermassimo qui, senza indicare il nome di chi ha pronunciato questa frase, molti penserebbero a un esponente dell’area conservatrice. A qualcuno che fa dell’identità, delle radici e della continuità storica il fulcro della propria visione politica. Del resto, non è un mistero che il lessico dell’identità sia da anni patrimonio culturale della destra. Non a caso Fratelli d’Italia ha chiamato il proprio giornale Cultura e Identità. Le parole, in politica, non sono mai scelte a caso.

E invece no. Quella frase non arriva da destra. Arriva da un assessore che si colloca nell’area progressista. Arriva da Stefano Vitale (Pd). Ed è proprio qui che il passaggio diventa interessante.

Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel parlare di identità. Ma perché, per anni, quel concetto è stato guardato con sospetto proprio da quell’area politica. L’identità è stata spesso considerata rigida, divisiva, superata. Al suo posto si è preferito parlare di inclusione, trasformazione, contaminazione.

Oggi, però, il vocabolario qui a Isola Liri cambia. Attenzione: non siamo di fronte a una conversione ideologica. Nessuno sta “passando a destra”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più tipico della politica locale: l’adattamento del linguaggio.

Un modo per mandare un segnale, per dimostrare di aver compreso che il clima è cambiato, che una certa sensibilità cresce, che una parte dell’elettorato e dell''amministrazione guarda con favore a parole come identità, passato, radici.

In questo senso, quella frase va letta come un messaggio più che come una dichiarazione di principio. Non dice “siamo diventati altro”, ma suggerisce: siamo pronti a parlare anche in un altro modo. È il tentativo di non restare spiazzati, di non apparire fuori tempo rispetto a una città che, politicamente e culturalmente, sembra muoversi.

L’identità, così, smette di essere un valore forte e diventa una parola-ponte. Utile, flessibile, adattabile. Non un pilastro ideologico, ma uno strumento di comunicazione. Serve a rassicurare, ad allargare il campo, a non chiudere porte. È una dinamica nota: quando il vento cambia, la politica non lo sfida frontalmente. Cambia tono di voce. E spesso è proprio dal linguaggio che si capisce dove si sta cercando di andare, prima ancora che lo dicano gli atti o le alleanze.

Per questo quella frase pesa più di quanto sembri. Non per ciò che promette, ma per ciò che segnala. Non racconta tanto un progetto, quanto una fase. Una fase in cui il lessico si adegua, si sposta, si ricalibra. E non possiamo certamente pensare ad una svista di Stefano Vitale (Pd).

E come sempre, in politica, le parole arrivano prima dei fatti. Chi le sa ascoltare, spesso, capisce in anticipo la direzione.