SORA - SI RINNOVA LA TRADIZIONE DELLA FIERA DI SAN DOMENICO
- Tommaso Villa
Oggi Sora rinnova una tradizione antica: la fiera di San Domenico. Non è una data scelta a caso, né una consuetudine commerciale sganciata dal senso del tempo: oggi ricorre l’anniversario della morte di San Domenico di Sora, avvenuta il 22 gennaio 1031 proprio nella città che da allora ne custodisce il corpo e la memoria.
Nei giorni dedicati al santo, quando il popolo si radunava per la preghiera e per il ricordo, arrivavano anche mercanti, allevatori, artigiani. Il pellegrinaggio diventava incontro, lo spazio sacro si allargava alla piazza, e la memoria religiosa si traduceva in scambio, relazione, economia. È questo il senso originario della fiera.
San Domenico nacque a Foligno nel 951. Ancora bambino fu affidato ai monaci di San Silvestro per la formazione, segno di una vocazione precoce che lo portò poi alla vita benedettina e all’ordinazione sacerdotale. In lui, tuttavia, la dimensione monastica non fu mai statica: al centro della sua esperienza c’era una tensione continua tra vita cenobitica e desiderio eremitico. Cercava il silenzio e la solitudine, ma ovunque si fermasse la sua fama attirava discepoli e fedeli.
Fu così che, quasi suo malgrado, Domenico divenne fondatore di monasteri e riformatore della vita monastica tra X e XI secolo. A Scandriglia, nel Reatino, fondò il monastero di San Salvatore, diventandone abate. In Abruzzo sorsero San Pietro del Lago e San Pietro di Avellana. Nel cuore dei monti Ernici, a Trisulti, presso Collepardo, fondò il cenobio di San Bartolomeo, destinato a una grande notorietà spirituale e culturale. Qui la tradizione racconta di guarigioni, soprattutto dai morsi dei serpenti, elemento che accompagnerà la sua venerazione per secoli.
Domenico si mosse in un’Italia frammentata, dove il rinnovamento della Chiesa passava anche attraverso figure carismatiche come la sua. Chiese e ottenne la protezione di papa Giovanni XVIII per le sue fondazioni. Grazie alla donazione del conte Pietro Rainerio, signore di Sora, poté fondare il monastero che porta il suo nome e stabilirvisi definitivamente. Qui morì il 22 gennaio 1031 e qui fu sepolto, nel luogo che ancora oggi è fulcro della devozione cittadina.
Il Martirologio Romano lo ricorda come abate che fondò monasteri in varie regioni d’Italia e ricondusse altri alla disciplina regolare con autentico spirito riformatore. Il suo compagno di viaggio, il monaco Giovanni, ne scrisse la Vita, rendendo la testimonianza particolarmente attendibile. Domenico di Sora resta così una figura chiave del monachesimo medievale, precursore di quella grande stagione di Ordini religiosi che nei secoli successivi avrebbe ridisegnato il volto della Chiesa.
A Sora e in tutta la Valle del Liri è invocato come protettore contro i morsi dei serpenti, la rabbia, le tempeste, la grandine, ma anche contro febbri e malanni quotidiani. La sua venerazione supera i confini locali e trova una delle espressioni più note a Cocullo, dove la sua statua viene portata in processione ricoperta di serpenti, in un rito che fonde antichi culti pagani e cristianesimo medievale. Un sincretismo che la Chiesa, nel tempo, ha saputo assorbire e riorientare, trasformandolo in devozione popolare.
La fiera di oggi si colloca dentro questa lunga storia. Non è solo commercio, non è solo consuetudine: è il segno concreto di come una città continui a riconoscersi nel proprio passato. Ricordare la morte di San Domenico significa ricordare il momento in cui Sora divenne centro spirituale, luogo di passaggio, punto di riferimento. La fiera è la forma laica di quella memoria, il modo con cui la città, ancora oggi, rende vivo un legame che dura da quasi mille anni.