STELLANTIS - RIVENDICARE IL DIRITTO AL FUTURO

  • Tommaso Villa

A Cassino non siamo più davanti a una crisi congiunturale, ma davanti ad una frattura profonda che rischia di segnare un prima e un dopo nella storia industriale di questo nostro territorio. La mobilitazione di venerdì prossimo, 20 marzo, indetta dai sindacati, presenti anche i segretari nazionali dei metalmeccanici, non nasce da un eccesso di allarmismo. Nasce invece dalla consapevolezza ormai diffusa che l’automotive, così come lo abbiamo conosciuto, non garantisce più certezze né futuro. Invero non garantisce più neppure il presente occupazionale in attività produttive dell’indotto con lettere di licenziamento partite e non ritirate.

I numeri, da troppo tempo, ormai, parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti davanti all’amara realtà dello stabilimento Stellantis, uno dei principali poli industriali del Lazio e del Mezzogiorno. Qui, da tempo, da troppo tempo, si lavora a singhiozzo: poche giornate produttive in mesi interi, licenziamenti incentivati, un ricorso strutturale alla cassa integrazione. Quello che doveva essere uno strumento temporaneo di tutela è diventato una condizione ordinaria. E, come ben sappiamo, quando l’emergenza si prolunga così tanto da trasformarsi in normalità, significa che il sistema ha smesso di funzionare.

Di contro, occorre dire anche che, di fronte a tale prolungata quanto profonda crisi produttiva, abbiamo pure sentito qualche isolata ma autorevole voce dall’interno della fabbrica manifestare comunque un timido, velato ottimismo: “Prima o poi si ripartirà”, “Cassino non è destinato a chiudere”, “Il fallimento dell’elettrico ci ha assestato un duro colpo ma si sta pensando a nuovi modelli”. Vogliamo sinceramente pensare non esser vero che la speranza sia sempre l’ultima a morire.

Dobbiamo comunque stare, ora, al punto centrale della questione, quello che va oltre i cancelli della fabbrica. La crisi di Stellantis e del suo indotto non riguarda solo i lavoratori, ma un intero ecosistema economico e sociale, quali il commercio, i servizi, le famiglie. Ogni giornata di fermo produttivo è un colpo che si propaga lungo tutta la filiera, svuotando prospettive e fiducia. Il territorio paga un prezzo altissimo, spesso in silenzio.

La chiamata a raccolta dei sindacati assume quindi un significato che va oltre la protesta. E’ un atto politico nel senso più autentico del termine. Richiama tutti, anzitutto il governo nazionale, alle proprie responsabilità e chiede una visione che finora non è arrivata. Perché non basta gestire il declino, né limitarsi a tamponare le conseguenze sociali. Serve, così come si reclama, una strategia industriale vera, capace di indicare cosa diventerà Cassino nei prossimi dieci, vent’anni.

Il rischio, altrimenti, è quello di continuare ad assistere a una lenta desertificazione produttiva, dove ogni crisi viene assorbita senza essere mai risolta, fino a quando non resterà più nulla da difendere. Ed è proprio questo che i lavoratori stanno cercando di evitare: non difendere il passato, ma rivendicare il diritto a un futuro.

Il corteo di venerdì 20 marzo, partendo dalla piazza antistante il Comune, attraverserà il centro della città, ma il messaggio è diretto ben oltre i confini locali. Cassino è oggi il simbolo di una crisi nazionale dell’automotive e, più in generale, di un modello industriale che fatica ad accompagnare le transizioni senza lasciare indietro intere comunità. Ignorare questo segnale sarebbe un errore grave. Perché quando il lavoro si spegne, non si spegne solo una fabbrica: si spegne un territorio.

Mario Costa