MUSICA - GLI STRUMENTI DELLA TRADIZIONE CIOCIARA

  • Tommaso Villa

C'è stato un tempo in cui, per capire che stava arrivando una festa, non servivano amplificatori o palchi. Bastava ascoltare il vento. Da lontano si sentiva il suono della zampogna, poi la voce squillante della ciaramella e infine il ritmo del tamburello. Era la musica della Ciociaria, quella autentica, nata tra montagne, pascoli e piccoli borghi, quando la vita era scandita dal lavoro dei campi e dalla transumanza.

Per secoli il protagonista assoluto fu la zampogna. Non era soltanto uno strumento musicale: era la voce dei pastori. Accompagnava il cammino lungo i tratturi, rompeva il silenzio delle montagne e annunciava il Natale quando gli zampognari, di casa in casa, portavano melodie che ancora oggi appartengono alla memoria collettiva.

Accanto alla zampogna c'era sempre la ciaramella. Se la prima sosteneva l'armonia con il suo suono continuo, la seconda aveva il compito di "cantare", eseguendo la melodia. Era un dialogo musicale perfetto, tramandato per generazioni e ancora oggi custodito dal Museo-Laboratorio della Zampogna di Villa Latina, uno dei luoghi simbolo della tradizione musicale della nostra provincia.

Ma una festa non può vivere soltanto di melodia. A scandire il tempo arrivava il tamburello, strumento antico quanto la civiltà contadina. Bastavano pochi colpi ben assestati perché nelle piazze iniziasse il saltarello, il ballo popolare che per secoli ha unito giovani e anziani durante matrimoni, feste patronali e ricorrenze religiose. E quando la festa prendeva vigore entrava in scena anche il cutufù, strumento semplice nella costruzione ma sorprendente nella sonorità. Costruito con materiali poveri e frutto dell'ingegno popolare, aggiungeva un ritmo inconfondibile che rendeva ancora più coinvolgenti i canti e le danze.

Questa era la musica della Ciociaria fino alla metà dell'Ottocento. Poi qualcosa cambiò. Nelle campagne cominciò a comparire uno strumento nuovo, arrivato dal Nord Italia: l'organetto diatonico. Più leggero della zampogna, più pratico da trasportare e capace di accompagnare il ballo con grande vivacità, conquistò rapidamente le piazze e le feste popolari. Per molti anni i due mondi convivevano. Lo stesso suonatore che a Natale impugnava la zampogna, durante l'estate accompagnava i balli con l'organetto. La tradizione non scomparve, semplicemente si trasformò.

Con il Novecento arrivò un'altra rivoluzione: la fisarmonica. Più completa dal punto di vista musicale, con una maggiore estensione e nuove possibilità armoniche, sostituì progressivamente l'organetto nei complessi popolari e nelle orchestre da ballo. Le serenate cambiarono suono, le feste di paese si fecero più moderne e la musica popolare iniziò a dialogare con nuovi generi, senza però dimenticare le proprie radici.

Oggi molti di quegli strumenti sopravvivono grazie alla passione di musicisti, costruttori e gruppi folkloristici che continuano a tramandarne il repertorio. Ascoltare una zampogna, una ciaramella, un tamburello o un cutufù non significa soltanto ascoltare della musica. Significa sentire il respiro di una civiltà che ha costruito la propria identità tra pascoli, campagne e montagne. Così come le cioce raccontano il cammino dei nostri antenati, questi strumenti raccontano la loro voce.

Perché ogni popolo lascia una traccia nella storia. La nostra, prima ancora di essere scritta nei libri, è stata suonata.