ISOLA LIRI - LORIS D'AMBROSIO, UN CITTADINO ILLUSTRE

  • Tommaso Villa

Prima che l’infarto del cuore, l’infarto dell’anima lo aveva consumato lentamente... Era stato vittima di una gogna spietata e finito in un tritacarne mediatico, tra ingiuriosi e velenosi sospetti

LORIS D'AMBROSIO, ILLUSTRE CITTADINO DI ISOLA DEL LIRI

Quel giovedì del 26 luglio 2012, da Roma, la telefonata di una solerte e gentile signora mi comunicava che il magistrato Loris D'Ambrosio era stato stroncato da un malore improvviso e di restare in contato con l'Ufficio del Cerimoniale di Stato del Quirinale per accogliere la salma che, dopo una riservata cerimonia presso la chiesa di Santa Susanna, sarebbe giunta il sabato 28 ad Isola del Liri per essere tumulata nella cappella gentilizia di famiglia.

Una Sensazione improvvisa di freddo percorse tutto il mio corpo, sebbene fosse una calda serata estiva. Conoscevo Loris, eravamo coetanei, qualche volta veniva da noi a Trito, con la sua bellissima biciclettina che curava meticolosamente, se si giocava a pallone, con quattro pietre a delineare le due porte, lui preferiva essere il portiere. Era un bambino buffo dai movimenti disarticolati delle braccia e delle gambe, con un grande cuore e già allora con uno spiccato senso del dovere e del giusto. Se si è piccoli le categorie sociali non sono selettive, i bambini intrattengano rapporti tra loro, la caratteristica che li accomuna è lo stare insieme attraverso il gioco. Loris apparteneva ad una famiglia di industriali che produceva coperte dalla tessitura artistica, completate dalle donne del paese che le prelevavano per creare arrtigianalmente, a casa, le frange.

La crisi degli anni '60 e '70 che logorò il tessuto industrale della “Media Valle del Liri” decretò la chiusura del Lanificio D'Ambrosio che gli isolani avevano nel cuore, perchè aveva dato lavoro a tanti, fuori e dentro la fabbrica.

Loris dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1970 presso “La Sapienza”, aveva superato l'esame di abilitazione all'esercizio della professione forense nel 1972 e aveva vinto il concorso in magistratura nel 1976. La famiglia, alienato ogni bene, si era trasferita a Roma. Non lo vidi per molti anni, anche se veniva a Isola del Liri presso il cimitero in incognito per pregare nella cappella di famiglia, nessuno sapeva chi fosse quel signore il cui viso era nascosto da grandi occhiali scuri e da un un ampio cappello cacciato in testa.

Venne per ricevere un premio in piazza San Lorenzo come cittadino benemerito, ma stette solo per poco, poi si congedò senza salutare gli amici di un tempo, era impaziente. Il suo agire con soverchia fretta aveva delle serie ragioni: come sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Roma si era occupato della lotta al terrorismo al fianco di Mario Amato, il magistrato assassinato per mano dell'organizzazione eversiva di estrema destra Nuclei Armati Rivoluzionari e aveva condotto inchieste delicatissime che intrecciavano terrorismo nero e Banda della Magliana. Con Giovanni Falcone, D’Ambrosio aveva fornito un prezioso contributo che consentirà di piegare Cosa nostra.

Questa attività instancabile, di assiduo servitore dello stato e della giustizia, svolta con coraggio e abnegazione, lo costringeva a muoversi con cautela, accortezza e prudenza, in considerazione delle minaccie ricevute per sé e per la sua famiglia.

Nel 2004 fu consulente dall'allora Presidente della Repubblica Ciampi. Nel maggio 2006 Giorgio Napolitano lo aveva nominato suo “Consigliere per gli Affari dell'Amministrazione della Giustizia”. A sera la notizia venne diffusa da tutte le televisioni: “Loris D'Ambrosio sarebbe stato stroncato da un infarto, stando a quanto si apprende in ambienti parlamentari. Ha accusato un malore intorno alle 15,30 ...”

Il giorno successivo ricevetti un'ulteriore telefonata dal cerimoniale mi confermava che la salma sarebbe giunta in città nella tarda sera del sabato, per essere tumulata nella cappella, alla presenza dei soli familiari. Una Signora, amica di famifglia, avrebbe provveduto ad avvisare il custode del cimitero e a predisporre la tumulazione.

Ma perchè tanta riservatezza? In quell'estate rovente in cui lo stato dimostrava tutta la sua debolezza nel processo della trattativa stato- mafia, l’insigne giurista D'ambrosio era stato vittima di una gogna spietata. Il lavoratore meticoloso e infaticabile, che viveva lontano dai riflettori, con una specchiata carriera quarantennale, era finito in un tritacarne mediatico, tra ingiuriosi e velenosi sospetti per alcune intercettazione telefoniche, come al solito finite in pasto alla stampa, con Nicola Mancino già Ministro dell'interno e Presidente del Senato.

Una vicenda montata sul nulla, niente di importante, ma in una italietta che si alimenta di sospetti e propensa a processi sommari a mezzo stampa, ogni cosa viene ingigantita. In un paese fondato sulla cultura del diritto e non del sospetto la vicenda si sarebbe sgonfiata in un istante.

La mattina di Sabato 28 mentre mi recai al cimitero per assicurare che ogni disposizione fosse rispettata ma ricevetti da Roma una nuova telefonata: Il protocollo era stato cambiato, D'Ambrosio non sarebbe più stato sepolto nella sua città natale ma dopo il rito funebre, celebrato in forma privata, presso la chiesa di Santa Susanna, la salma sarebbe stata cremata e le ceneri consegnate alla famiglia.

“Il protocollo è molto rigido, solo la famiglia, il Presidente della Repubblica alcuni rappresentanti delle istituzioni e gli amici più intimi parteciperanno, lei quale sindaco della città potrà partecipare con la fascia, accompagnato da due vigili in alta uniforme con il gonfalone, troverà un rappresentante del cerimoniale ad attenderla”. Così feci e partii presto per Roma con la macchina di servizio e i vigili. Il Presidente Napolitano doveva ancora arrivare, aveva fatto visita agli atleti azzurri al villaggio olimpico, alla vigilia della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Londra ma era tornato in anticipo per poter partecipare alla cerimonia funebre di quel magistrato che negli anni era anche diventato un amico leale e sincero.

Il mio posto era stato stabilito in terza fila a sinistra, mentre i vigli ed il gonfalone erano all'interno nei pressi dell'antico portale, il Presidente seduto in prima fila con la sua signora e i familiari erano a destra, la bare al centro. C'era un'aria pesante, plumbea di un'opprimente cupezza, in quella piccola chiesa, stipata fino all'inverosimile, la percepivo negli sguardi dei presenti che si incrociavano, taluni avevano occhi umidi che mostravano dolore e tristezza altri occhi minacciosi che lasciano intravedere un regolamento di conti.

In una situazione davvero particolare che mi intimidiva, si dipanava il rito funebre. Padre Domenico Pacchierini, cappellano della chiesa di Santa Susanna, aprì con una lettura tratta dal libro della Sapienza.

Esaurita la cerimonia funebre intervennero il ministro della Giustizia Paola Severino e le sue parole erano strali di fuoco : ‘E’ difficile parlare di un uomo che ha sempre adempiuto alle proprie elevatissime funzioni cercando soluzioni costruttive, intelligenti ed equilibrate, in un momento in cui la polemica rischia di travolgere la ragione e di trasformarsi in sterile scontro, anziché volgere verso una seria meditazione sulla giustizia in Italia, sui danni che ad essa e ai cittadini reca la cultura del sospetto, sul ruolo di una magistratura che sempre di più deve riaffermare le proprie garanzie di autonomia e indipendenza non solo su ciò che fa, ma anche su ciò che appare... accusato, con tanta veemenza, di aver voluto interferire su indagini in tema di mafia, proprio la materia che aveva costituito il centro di un suo impegno così intenso”

Ancora il procuratore generale della Cassazione Ernesto Lupo, che era seduto vicino a me, ed aveva chiesto notizie sulla nostra città, si levò dai banchi per raggiungere il pulpito: “La mancata considerazione della storia personale ha avuto l'effetto di esasperare il clima e non far più distinguere tra chi compie un reato e chi lo combatte... lealissimo servitore dello Stato, paziente e tenace uomo della tessitura.”

Quando penso alla morte di Loris e a quel pomeriggio del 28 luglio 2012, mi rendo conto che ero nel mezzo di una vicenda troppo grande per un modesto sindaco di una piccola città, mi resterà la commozione di Giorgio Napolitano che accarezzava la bara e il momento in cui mi intravedeva tra i presenti, intuito che ero il sindaco venuto a testimoniare il cordoglio di Isola del Liri, si fermò per un attimo mi strinse la mano e poggiò l'altra sulla spalla mentre si asciugava le lacrime con un bianco fazzoletto.

Luciano Duro

Ex sindaco di Isola Liri