IL PARERE - LA REMIGRAZIONE NON E' UNA PANACEA

  • Tommaso Villa

La remigrazione non è la panacea di tutti i mali ed è un’operazione che non ha un risultato scontato.

In questi giorni è stata resa pubblica la predisposizione in città di una postazione per la raccolta delle firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione.

In linea generale, con tale termine si intende il ritorno di persone immigrate nel loro paese d'origine, ma nasce come fenomeno volontario storicamente, quindi è una scelta operata dallo straniero quella di rientrare nel proprio paese. Oggi questo concetto ha assunto connotazioni politiche più specifiche, andando a indicare politiche di allontanamento su vasta scala di cittadini stranieri, come piani di rimpatrio, spesso forzati o incentivati, rivolti non solo agli irregolari, ma talvolta anche agli immigrati regolari o di seconda generazione.

Questa tematica diviene calda se associata alla questione della sicurezza o allo spauracchio della "sostituzione etnica", ossia una presunta sostituzione della popolazione nativa europea con immigrati. Mentre il significato letterale è "migrare di nuovo" verso casa, nel contesto politico attuale, la remigrazione rappresenta un progetto di radicale modifica delle politiche migratorie volto a espellere ampie quote di popolazione straniera o non etnicamente autoctona.

La proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” vorrebbe portare all'istituzione di un Programma Nazionale di Remigrazione per favorire il rientro volontario e assistito di cittadini stranieri regolarmente presenti, mediante incentivi economici, percorsi formativi pre-partenza e supporto al reinserimento nei Paesi d’origine, regolato da un Patto di Remigrazione con obblighi e controlli successivi al rientro, con istituzione di un Fondo per la Remigrazione e il rafforzamento delle misure per il rientro degli italo-discendenti e l’istituzione di un Fondo per la Natalità Italiana.

L'articolo 2 della proposta, nella parte in cui si indicano i principi generali in materia migratoria, afferma che «non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra», con conseguente potere pieno dello Stato di controllo sugli ingressi e sulla permanenza degli stranieri. Da quanto emerge dalla proposta, vengono abolite la programmazione annuale dei flussi per lavoro e la protezione speciale e irrigiditi i criteri per il ricongiungimento familiare. Il nucleo centrale è rappresentato dal sistema dei rimpatri, con distinzione tra espulsioni obbligatorie e remigrazione volontaria. La remigrazione, sempre nella proposta, sarebbe ad adesione formalmente volontaria e accompagnata da incentivi economici e programmi di reinserimento nei Paesi di origine, previa sottoscrizione di un patto che vieta il rientro in Italia.

Il sospetto che non vi sia solo la questione sicurezza dietro questa proposta, ma anche una ragione etnica, per evitare la sostituzione della popolazione ad opera degli immigrati, viene alimentato dalla previsione per favorire il rientro degli italo-discendenti, con un ripristino della "cittadinanza iure sanguinis", quella trasmessa per discendenza da un antenato italiano, senza limiti generazionali, con previsione anche di agevolazioni fiscali e programmi di inserimento lavorativo dedicati.

Dubitiamo che possa essere davvero questa la soluzione. Il costo medio di un rimpatrio è di 3.700 €, moltiplicarlo per 600.000 persone porta a una cifra astronomica: 2,22 miliardi di euro. Si potrebbe dire, si ma è una spesa che permette di investire comunque nella sicurezza dei cittadini e nella legalità. Il rischio, però, è che tale operazione non costituisca solo una spesa immediata per il rimpatrio, ma anche un costo al lungo termine in termini di costo sociale e welfare per la popolazione, che nel lungo periodo rischia di risultare superiore al costo del rimpatrio. Inoltre, dove collochiamo queste persone intanto che si attende il rimpatrio? Ci sono validi accordi bilaterali con i Paesi di origine, per non lasciare che tutto si riduca ad uno slogan per i like, ma privo di una portata concreta e reale?

Molti di questi lavoratori che restano nell'irregolarità, ma anche molti di quelli regolari, che si vorrebbe rimandare a casa loro, sono sfruttati in diversi settori produttivi del nostro Paese, soprattutto nel settore primario, e l'irregolarità è diventata funzionale ad un sistema. Mantenere le persone senza documenti permette di sottopagarle, garantendo prezzi bassi al consumo e profitti alle imprese. Qui la contraddizione, perchè magari chi invoca a gran voce più ordine e più legalità poi senza quella manodopera a basso costo non porterebbe avanti la propria attività.

La remigrazione, allora, è solo uno specchietto per le allodole, ma concretamente non potrà trovare mai attuazione non solo perché costa troppo, ma perché non conviene a chi comanda. L'irregolarità è, paradossalmente, la soluzione più economica, perchè si sfrutta il loro lavoro per mantenere competitivi settori in crisi. La politica urla ai confini, ma l'economia sussurra nei campi. La "remigrazione" resta uno slogan da campagna elettorale, perché la verità è che l'Italia, oggi, non può permettersi né di rimpatriarli, né di smettere di sfruttarli.

Una soluzione possibile passa allora da una scelta che può sembrare impopolare, ma la sola concretamente sostenibile, ossia investire non sulle espulsioni ma sulla legalizzazione. Se quei lavoratori da rimpatriare pagassero i contributi, le casse dello Stato ne trarrebbero giovamento, ma questo, ovviamente, comporterebbe per le imprese di pagare il giusto per la manodopera di cui si avvalgono.

Riflettiamo sugli aspetti più profondi delle cose e sulle possibili ripercussioni, per evitare discorsi qualunquisti per slogan, che raccolgono consensi immediati ma destinati ad avere un impatto zero o comunque molto superficiale sui problemi dei territori e del Paese in generale.

Maria Palumbo, referente PRC Frosinone