IL RICORDO - LA STRAGE DI CASTRO DEI VOLSCI
- Tommaso Villa
Una tremenda esplosione sconvolse l’intero Paese. Era il 1º novembre del 1968 e durante le celebrazioni di Ognissanti, a Castro dei Volsci, l’esplosione di una bomba, residuato bellico collocato all’interno del monumento ai Caduti nel cimitero comunale, provocò la morte di cinque persone e il ferimento di trenta.
L’evento è caduto nell’oblio, ma viene ora ricordato con una singolare manifestazione che unirà centinaia di cittadini, l’uno accanto all’altro.
Si chiama “A mano a mano” : una gigantesca catena umano che collegherà il Cimitero (luogo della tragica esplosione) al Monumento della Mamma Ciociara (che ricorda le donne violentate dai marocchini, in Ciociaria, durante la seconda guerra mondiale).
L’appuntamento è per sabato 25 aprile quando, dalle 10, ad iniziare dal cimitero, si formerà questa enorme catena umana, lunga due chilometri e che unirà almeno 2mila persone.
“Uniremo il ricordo della tragedia del 1° novembre 1968 ai valori di libertà e rinascita di questa giornata, per testimoniare che la pace si costruisce ogni giorno stringendosi la mano – spiega l’organizzatore, Mario Pisa -. E’ una manifestazione nata spontaneamente tra i cittadini, senza alcun colore politico, ma da questa memoria nasce una riflessione più ampia sul significato dei conflitti e sul confine tra guerra e pace. L’obiettivo è quello di unire, simbolicamente, i due luoghi in un unico tricolore, trasformando il gesto collettivo in un forte messaggio di Pace”.
Un messaggio che parte dalla fine della Seconda Guerra, quando a Castro dei Volsci fu costruita una tomba-monumento all’interno del cimitero, contenente vari residuati bellici – come granate e bossoli – creduti disinnescati. Tali ordigni non furono mai sottoposti a verifica o bonifica da parte delle autorità, e rimasero esposti per anni in un luogo frequentato regolarmente dalla popolazione.
Il 1º novembre del 1968, durante la commemorazione dei defunti, un lumino acceso venne appoggiato sulla tomba contenente i residui bellici; innescò un'esplosione violenta che uccise cinque persone – Maria Melidi, Anna Polidori, Elvira Mirabella, Santa Penna e Natalizio Perfili – e ne ferì trenta, tra cui diversi bambini. La deflagrazione causò gravi danni anche alla struttura del cimitero e fu percepita in tutto il paese. La Procura aprì un’indagine, ma fu chiusa nel 1970 con l’archiviazione del caso, definendolo una "fatalità". Nessuno fu mai ritenuto responsabile per la presenza di materiale esplosivo in un luogo pubblico.