CASSINO - IN CONSIGLIO FISCHI E FIASCHI

  • Tommaso Villa

Incuranti del caldo, a mente fredda torniamo sul consiglio comunale di lunedì sera per ribadire anzitutto che fino ad un certo punto, vale a dire sino al decimo dei primi punti del nutrito ordine del giorno, la seduta consiliare era filata liscia. Ci viene da dire, quasi come il pregiato olio Licinius dell’amico Ernesto Di Muccio da Venafro.

Da quel momento a seguire rimanevano però la bellezza di otto mozioni, tutte a firma dei consiglieri Sebastianelli, Incagnoli, Evangelista. Tra di esse, una in particolare, avente ad oggetto “richiesta attuazione piano vigilanza per rispetto divieto di accesso alla villa comunale”, era tutto un programma. Si pensi!: un piano di vigilanza (non è specificato se di vigilanza armata o non) per impedire che qualche “sconsiderato” votato, secondo loro, al suicido acceda nella parte attualmente interdetta della villa, quasi si trattasse di un’area di Cernobyl all’indomani dell’esplosione del reattore 4, il più grave incidente nucleare della storia.

Lunedì sera, quindi, al giochetto di scambiare fischi (le interrogazioni) con fiaschi (le mozioni), la maggioranza ha deciso di dire basta. C’è stata, per quieto vivere, finché c’è voluta stare a questa furbata, geniale nella sua inutilità, ma ormai sdoganata e sotto gli occhi di tutti. Questa volta ha detto no, e a quel punto, dopo averne spiegato le ragioni per bocca di Edilio Terranova, la truppa saleriana se n’è uscita facendo mancare il numero legale. Non una fuga, come allegramente qualcuno l’ha chiamata, ma un preciso atto politico il cui fine, per chi l’ha capito, è stato il richiamo alla serietà comportamentale.

A nessuno sfuggiva, né sfugge, perché nessuno in quell’assise è tonto, che la trasformazione surrettizia di interrogazioni in mozioni (peraltro su argomenti per lo più già posti e discussi in precedenza) rappresenta una tecnica di guerriglia istituzionale finalizzata unicamente a creare il caos in consiglio comunale. Ribaltare infatti questi due atti (l’interrogazione in mozione) significa stravolgerne la funzione originaria. Un rovesciamento che produce effetti negativi ben precisi, perché sacrifica la qualità dell’azione amministrativa sull’altare della propaganda e dello scontro permanente.

Insomma, per esser chiari sino in fondo, confondere deliberatamente un’interrogazione con una mozione non per sbloccare un nodo politico o per amministrare meglio, ma unicamente con l’intento di utilizzare una istituzione, qual è il consiglio comunale, a mo’ di palco di campagna elettorale permanente, anche grazie alla diretta streaming, non è cosa da “istituzionalizzare”. No, non può continuare un approccio che trasforma un’aula istituzionale in un palcoscenico per la rissa, riducendo le regole democratiche a meri strumenti di guerriglia e calpestando la serietà che il confronto pubblico richiede.

Si tratta, insomma, di un danno profondo al principio di buona amministrazione. Quando il consiglio comunale diventa uno spazio di tensione fine a se stessa ( così com’è stato troppo spesso sinora), si paralizza la funzione di indirizzo e controllo, degradando la politica locale a sterile contesa di tifoserie. E ciò non è dignitoso. Per nessuno: né per chi pensa di occuparne la scena da protagonista, né per chi vi assiste con rassegnata pazienza. Né, soprattutto, per la storia e il ruolo che riveste nel panorama provinciale, e non solo, la nostra città.

Mario Costa