LIBERAZIONE - UNA STORIA, NON UNO SCONTRO

  • Tommaso Villa

C’è una festa nazionale che ogni anno riesce in un’impresa singolare: invece di unire, finisce per dividere. È il 25 aprile. E il problema, a ben vedere, non è la data. È tutto ciò che negli anni le è stato costruito attorno.

La Festa della Liberazione nasce per segnare una chiusura e, insieme, un inizio. Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclama l’insurrezione nelle città del Nord. In quel momento non c’è spazio per ambiguità: finisce un’epoca, ne comincia un’altra. Doveva essere una festa lineare, quasi essenziale. La fine della guerra, della dittatura, dell’occupazione. Una linea tracciata con decisione tra ciò che era e ciò che non si voleva più essere. Una presa di posizione netta, senza sfumature.

E invece quella linea, col tempo, si è fatta meno nitida. Perché il 25 aprile non è rimasto soltanto memoria. È diventato racconto. E il racconto, negli anni, è stato spesso custodito e guidato più da una parte che dall’intero Paese. Non è una provocazione, è una constatazione: quando una festa nazionale viene percepita come patrimonio politico, smette di essere condivisa e inizia a essere interpretata.

A questo si aggiunge un nodo mai sciolto fino in fondo. Tra il 1943 e il 1945 l’Italia non ha combattuto solo contro un nemico esterno. Ha vissuto anche uno scontro interno, una frattura che ha attraversato famiglie, territori, coscienze. Una pagina complessa che non è mai stata completamente ricomposta sul piano della memoria collettiva. Così oggi il 25 aprile si porta dietro due piani distinti. Quello storico, che resta chiaro nei suoi contorni. E quello simbolico, che nel tempo è diventato terreno di confronto, quando non di scontro.

Ed è qui che si gioca la partita. Perché nel momento in cui una festa nazionale diventa occasione di posizionamento politico, perde inevitabilmente la sua funzione originaria. Non è più un punto di memoria condivisa, ma uno spazio in cui ognuno ribadisce la propria lettura. E allora la domanda torna, puntuale, ogni anno: cosa dovrebbe essere oggi il 25 aprile?

Dovrebbe essere il giorno in cui si riconosce che l’Italia ha scelto una direzione diversa. Che ha deciso di uscire da un sistema e di costruirne un altro. Che ha posto le basi per una nuova stagione, senza bisogno di etichette o appartenenze. Ma perché questo accada serve uno scarto. Serve uscire dalla logica del “nostro” e del “vostro”. Serve riportare quella data dentro una dimensione nazionale autentica, non rivendicata ma condivisa.

Perché una festa dello Stato o è di tutti, oppure perde la sua ragion d’essere. E finché il 25 aprile continuerà ad essere vissuto come una ricorrenza da interpretare, anziché da condividere, resterà sospeso. Non nel passato, ma nel presente. E un Paese che non riesce a riconoscersi nemmeno nelle proprie date fondative è un Paese che, inevitabilmente, fa più fatica a costruire il proprio futuro.