AMBIENTE - VALLE DEL SACCO: SIN, RITARDI E BONIFICHE

  • Tommaso Villa

L’iniziativa, dal titolo “Valle del Sacco fine SIN mai”, nasce con l’obiettivo di denunciare i ritardi nelle bonifiche e di accusare Governo e Regione di non aver dato la necessaria accelerazione agli interventi programmati.

E pur qualcosa si muove. Lo scriviamo da un’infinità di tempo: il problema della Valle del Sacco non può essere ridotto a una guerra di slogan. Non si può negare l’inquinamento, perché sarebbe irresponsabile. Ma non si può nemmeno trasformare un intero territorio in una zona sospesa, bloccata per sempre da vincoli, procedure, paure e scaricabarile istituzionali.

Il SIN doveva essere uno strumento per bonificare. Non una condanna permanente. Da anni denunciamo questo stato di cose. Un perimetro così ampio ha finito per pesare sull’economia agricola e industriale, frenando investimenti, scoraggiando imprese, complicando la vita agli agricoltori e lasciando nell’incertezza cittadini e amministratori. Nel frattempo, però, nessuno ha davvero chiuso la partita.

Lo Stato ha le sue competenze. La Regione ha le sue responsabilità. I Ministeri approvano, gli enti tecnici valutano, gli enti locali attendono, le aziende chiedono risposte. E così, tra una conferenza di servizi, una relazione, una perimetrazione, una nuova verifica e una nuova promessa, il territorio resta fermo.

Questo è stato il grande scaricabarile della Valle del Sacco. Nel 2019 Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente firmarono un Accordo di Programma per la messa in sicurezza e la bonifica del SIN. Risorse importanti, oltre cinquanta milioni di euro, obiettivi ambiziosi, tempi indicati. Eppure siamo nel 2026 e siamo ancora qui a discutere di cosa sia realmente contaminato, cosa sia da bonificare e cosa possa invece essere restituito allo sviluppo.

Il punto più delicato oggi arriva proprio dai dati tecnici. ARPA Lazio ha pubblicato uno studio sui metalli e metalloidi nei suoli interni ed esterni al SIN. Lo studio non cancella il problema ambientale, ma introduce un elemento decisivo: alcune eccedenze riscontrate nei terreni potrebbero essere riconducibili alle caratteristiche mineralogiche naturali dei suoli, e non necessariamente all’impatto delle attività produttive.

Ed è qui che la vicenda diventa ancora più complessa. Perché se certi valori possono avere origine naturale, allora non basta più dire genericamente “Valle del Sacco inquinata”. Bisogna distinguere. Bisogna separare il rischio reale dalla paura, l’area contaminata dall’area solo sospettata, il terreno da bonificare dal terreno che può tornare a vivere.

Il problema è che questi dati si prestano a una difficile interpretazione. Per alcuni confermano la necessità di mantenere alta la guardia. Per altri dimostrano che il perimetro del SIN va finalmente rivisto. Ed è proprio questa doppia lettura a dimostrare che la questione non è più solo tecnica: è politica, amministrativa ed economica.

La nostra strategia è sempre stata chiara. Dove c’è contaminazione, si bonifica. Dove la contaminazione non c’è, o dove i dati dimostrano che certi valori sono naturali e non prodotti dall’uomo, il territorio deve essere liberato. Non è una posizione contro l’ambiente. È l’unica posizione seria per difendere insieme salute, lavoro e sviluppo. Perché un territorio non può vivere per sempre dentro un’etichetta. La Valle del Sacco non può restare ostaggio di un racconto immobile, dove tutto è pericoloso, tutto è sospetto, tutto è bloccato.

Le bonifiche vanno fatte. I responsabili dell’inquinamento vanno individuati. Le aree compromesse vanno messe in sicurezza. Ma allo stesso tempo bisogna avere il coraggio di dire che non tutto può restare fermo in nome di una prudenza trasformata in paralisi. L’incontro di Anagni può essere utile se servirà a chiedere più bonifiche, più trasparenza e più rapidità. Sarà invece inutile se diventerà l’ennesima occasione per tenere il territorio dentro una gabbia ideologica.

Dopo tanti anni, la domanda è semplice. Vogliamo davvero bonificare la Valle del Sacco o vogliamo soltanto continuare a usarla come bandiera politica? La provincia di Frosinone ha bisogno di risposte, non di riti. Ha bisogno di mappe chiare, dati leggibili, tempi certi, responsabilità definite. Ha bisogno di sapere quali aree sono contaminate, quali sono libere, quali possono tornare produttive e quali devono essere sottoposte a interventi seri.

Ambiente e sviluppo non sono nemici. Lo diventano solo quando la politica non decide. Per questo oggi, davanti ai nuovi dati, alle sentenze, alle verifiche tecniche e al dibattito che torna ad accendersi, possiamo dirlo senza enfasi ma con fermezza: e pur qualcosa si muove. Ora bisogna evitare che si muova soltanto la propaganda.