ECONOMIA - ECCO LA ZONA FRANCA DOGANALE
- Tommaso Villa
Per anni, quando qui da noi si è parlato di sviluppo, la parola chiave è stata quasi sempre la stessa: incentivi. Bandi, fondi, contributi. Strumenti utili, certo, ma per definizione a tempo. Prima o poi finiscono. E quando finiscono, spesso finisce anche l’entusiasmo.
Stavolta invece il ragionamento è diverso. Si parla di Zona Franca Doganale nel Lazio Sud, e già il nome può far pensare a qualcosa di tecnico o lontano dalla vita quotidiana. In realtà il concetto è più semplice di quanto sembri e tocca da vicino il modo in cui un territorio può diventare davvero attrattivo per chi produce.
Proviamo a tradurlo in un esempio concreto. Immaginiamo che un’azienda faccia arrivare dall’estero, fuori dall’Unione Europea, delle stoffe. Quelle stoffe entrano in un’area doganale speciale, vengono lavorate, diventano vestiti e poi ripartono verso mercati extra-UE. In questo percorso, se il prodotto non entra nel mercato europeo, non si pagano né dazi né IVA. Non è un regalo: è il principio per cui quella merce, di fatto, non è mai entrata nel mercato comunitario, ma è solo passata per una fase di trasformazione.
Questo meccanismo esiste già nel diritto doganale e si chiama “perfezionamento attivo”. La differenza è che una Zona Franca Doganale rende tutto più organico, più stabile, più riconoscibile agli occhi di chi investe. Non è il singolo regime autorizzato caso per caso, ma un contesto strutturato dove stoccaggio, lavorazione, assemblaggio e trasformazione di merci extra-UE avvengono in sospensione di diritti doganali.
Il punto chiave è un altro: non parliamo di fondi che arrivano e poi si esauriscono. Parliamo di regole che cambiano il campo di gioco. Un’impresa che ragiona su dove localizzare una produzione guarda molto a questi aspetti: tempi, costi, flussi di cassa, burocrazia. Sapere che in un territorio può lavorare merci internazionali senza anticipare dazi e IVA fino all’eventuale ingresso nel mercato UE può fare la differenza tra scegliere quel territorio o un altro.
Naturalmente, se il prodotto finito viene venduto in Italia o in Europa, allora i diritti si pagano. Non c’è scorciatoia. Ma per chi lavora sull’export o sulle filiere internazionali, il vantaggio competitivo è reale.
Qui sta la novità che merita attenzione. Non è assistenzialismo, non è sussidio. È leva di sistema. Può interessare logistica, manifattura, automotive, tessile, trasformazione alimentare, tutte filiere che già esistono o potrebbero crescere nel nostro territorio.
La vera partita però non è solo normativa. È culturale e strategica. Una Zona Franca Doganale non crea sviluppo da sola: crea condizioni. Poi servono imprese che investono, infrastrutture che funzionano, amministrazioni che capiscono la posta in gioco e un territorio che fa squadra invece di dividersi in mille campanili.
Forse per una volta la domanda giusta non è “quanti soldi arrivano”, ma “che ruolo vogliamo giocare nelle catene produttive internazionali”. Se il Lazio Sud saprà usare bene questa carta, potrebbe smettere di inseguire lo sviluppo e iniziare a trattenerlo. E non sarebbe poco.