IL PARERE - LIBERAZIONE: RACCONTI COMODI E SCOMODI
- Tommaso Villa
Ci sono giorni che tutti conoscono, ma pochi si prendono la briga di capire davvero. Il 25 Aprile è uno di questi. Lo celebriamo, lo difendiamo, lo discutiamo. Ma spesso lo raccontiamo come se fosse una linea retta, pulita. La realtà, invece, è più ruvida.
Negli ultimi giorni dell’aprile 1945, mentre il Paese crolla e rinasce nello stesso momento, sulle montagne della Valle d’Aosta succede qualcosa che non entra facilmente nei manuali. I tedeschi si ritirano, la Repubblica Sociale è finita, i partigiani stanno prendendo il controllo. Sembra tutto scritto. E invece no.
Dalla frontiera arrivano le truppe francesi, spinte dalla strategia di Charles de Gaulle. È una mossa che rompe gli equilibri, anche tra gli stessi Alleati. In quei giorni nessuno ha davvero il controllo pieno della situazione. È terra di mezzo, nel senso più concreto del termine.
E lì succede il cortocircuito. In alcune zone, partigiani e uomini della RSI smettono di combattersi. Non fanno la pace, non si abbracciano. Semplicemente smettono di spararsi addosso e si girano nella stessa direzione. Davanti a loro c’è un esercito straniero che avanza. E la priorità cambia.
Dura poco. Giorni. Poi arrivano gli americani, ristabiliscono gli equilibri tra gli Alleati, i francesi si fermano e la partita si chiude. La Valle d’Aosta resta italiana. La guerra finisce davvero.
Ma quel passaggio resta lì, sospeso. Scomodo. Difficile da raccontare. E proprio per questo spesso lasciato ai margini. E allora, quando torniamo al 25 Aprile, forse è il caso di smettere di far finta che sia tutto semplice.
Perché le domande, quelle vere, arrivano alla fine.
- Chi rappresenta davvero quella memoria nei territori dove accaddero episodi come questo?
- Chi dovrebbe sfilare?
- Solo chi ha vinto?
- Solo chi ha scelto da che parte stare?
- O anche chi, in un momento limite, ha difeso quel pezzo di terra a prescindere dalla divisa?
E poi ce n’è un’altra, ancora più scomoda. Perché il 25 Aprile vediamo tante bandiere — giuste, legittime, identitarie — e quasi mai quella degli Stati Uniti?
Perché tendiamo a dimenticare che senza l’intervento degli Alleati, e in particolare degli americani, quella guerra non si sarebbe chiusa nello stesso modo? Perché quella presenza, decisiva sul piano militare e geopolitico, resta spesso sullo sfondo della memoria pubblica?
Non sono provocazioni. Sono domande. Perché la Resistenza è stata il cuore della Liberazione, ed è giusto che resti tale. Ma la Liberazione è stata anche il risultato di un contesto più ampio, di equilibri internazionali, di eserciti che hanno combattuto e deciso le sorti del conflitto. Ignorarlo non rafforza la memoria. La indebolisce.
Forse il punto non è riscrivere la storia, né allargarla a dismisura per farci entrare tutto. Il punto è avere il coraggio di guardarla per intero. Perché una memoria selettiva divide. Una memoria completa, invece, costruisce.
E il 25 Aprile, se vuole restare una data viva e non solo celebrativa, deve diventare proprio questo: non un racconto comodo, ma un momento di verità. Anche quando la verità è più complessa di come vorremmo.
L'Ambidestro
(Nella foto il Presidente del Senato, La Russa)