STELLANTIS - ASPETTARE, ASPETTARE, ASPETTARE

  • Tommaso Villa

Per Cassino il vertice romano tra Stellantis e sindacati si è concluso con una parola che in Ciociaria si sente ormai da troppo tempo: aspettare. Aspettare dicembre. Aspettare il piano Maserati. Aspettare nuovi modelli. Aspettare una missione industriale chiara. Ma un territorio che per anni ha rappresentato uno dei cuori manifatturieri del Lazio non può vivere in un’attesa permanente.

L’incontro di ieri a Roma tra i vertici di Stellantis e le organizzazioni sindacali era atteso con particolare attenzione in Ciociaria. Dallo stabilimento di Cassino dipendono non soltanto centinaia di lavoratori diretti, ma un intero ecosistema economico fatto di aziende dell’indotto, trasporti, servizi e commercio. Eppure, al termine del tavolo, la sensazione prevalente è che per Cassino le risposte siano state ancora una volta rinviate.

Nessuno parla di chiusura dello stabilimento. Anzi, Stellantis ha ribadito il proprio impegno in Italia e ha escluso la chiusura dei siti produttivi nazionali. Una notizia certamente positiva. Ma un conto è restare aperti, un altro è avere una prospettiva industriale solida. Ed è proprio qui che si concentra la preoccupazione.

Cassino continua a scontare un problema strutturale: bassi volumi produttivi, ricorso agli ammortizzatori sociali e l’assenza di nuovi modelli in grado di garantire stabilità nel lungo periodo. Il futuro del sito resta legato alle strategie di Alfa Romeo e soprattutto di Maserati, ma le decisioni più attese sono state rinviate alla fine dell’anno. Per uno stabilimento che vive una fase delicata da tempo, sei mesi non sono un dettaglio. Sono un’eternità.

Le reazioni dei sindacati, pur con sensibilità diverse, convergono su un punto: per Cassino servono risposte concrete.

La FIM-CISL, attraverso il segretario generale Ferdinando Uliano, ha accolto positivamente l’impegno di Stellantis sull’Italia, ma ha evidenziato come per Cassino manchino ancora indicazioni precise sui futuri modelli e sui volumi produttivi. Più critica la FIOM-CGIL. Samuele Lodi ha dichiarato che dall’incontro non sono emerse novità sostanziali e che proprio Cassino rappresenta oggi uno degli stabilimenti maggiormente in difficoltà del gruppo.

Anche le altre sigle sindacali, dalla UILM alla Fismic fino all’UGL Metalmeccanici, hanno ribadito la necessità di assegnare nuove produzioni al sito laziale e di ridurre il ricorso alla cassa integrazione.

In realtà, il rischio che grava su Cassino non è tanto quello di una chiusura improvvisa. È qualcosa di più sottile e, forse, persino più insidioso: la marginalizzazione progressiva. Una fabbrica può restare aperta e allo stesso tempo perdere centralità. Può continuare a produrre, ma a ritmi insufficienti. Può mantenere i cancelli aperti, mentre il territorio attorno si impoverisce lentamente.

È questo lo scenario che la Ciociaria non può permettersi. Perché Cassino non è soltanto uno stabilimento industriale. È uno dei pilastri economici dell’intera provincia di Frosinone e, più in generale, del Lazio meridionale. Il suo futuro riguarda lavoratori, famiglie, imprese e giovani che cercano ancora di costruire il proprio avvenire in questa terra.

L’incontro di Roma ha evitato le cattive notizie. Ma non ha ancora portato quelle buone. E quando un territorio attende risposte da troppo tempo, anche l’attesa rischia di trasformarsi in un problema.

(Foto di archivio della manifestazione a Cassino)