L'INTERVISTA - CERTOSA DI TRISULTI, A VOLTE RITORNANO

  • Tommaso Villa

Il vecchio leone ruggisce ancora, forse è un po' ferito ma sicuramente pronto a vendere cara la pelle. È Benjamin Winston Harnwell (nella foto), noto in Italia per essere stato il concessionario della Certosa di Trisulti, con cui nel 2018 stipulò un regolare contratto per la gestione del complesso monastico, rimasto per anni privo di comunità religiosa.

"Il Mibact avrebbe potuto evitare tutto il danno alla giurisprudenza italiana che sta causando se solo mi avesse denunciato regolarmente per tutti i "reati" che ssotenevano avessi commesso all'epoca - spiega Harnwell. Come vuole chiaramente lo strumento legale che hanno impiegato per annullare la mia concessione, il famoso Articolo 21 nonies del Procedimento amministrativo. Si presume che il motivo che non mi avevano denunciato è che non volevano sottomettere le loro "accuse" al controesame del Tribunale penale - che si può dire sia stata una scelta molto sapiente sulla loro parte - visto che dopo il lungo processo il Tribunale penale mi ha infatti assolto totalmente delle stesse accuse, ma adesso lo Stato di diritto italiano deve pagare il prezzo".

La vicenda di Trisulti è ormai ampiamente conosciuta, oggetto di inchieste giornalistiche e approfondimenti televisivi in Italia e all’estero. Dopo una serie di passaggi giudiziari e amministrativi, nel 2021 la Dignitatis Humanae Institute (Dhi), fondata da Harnwell e sostenuta anche da personalità internazionali come Steve Bannon, fu costretta a lasciare la Certosa.

L’idea originaria era quella di dar vita, all’interno del monastero, a un centro di formazione culturale e politica ispirato alla difesa delle radici giudaico- cristiane dell’Occidente, della vita e delle libertà fondamentali — un progetto che la stampa ribattezzò “La scuola dei gladiatori”.

A distanza di quasi cinque anni dall’uscita forzata da Trisulti, si apre oggi uno spiraglio inatteso. L’11 febbraio, infatti, il Tar tornerà a pronunciarsi sulla vicenda, alla luce di un elemento nuovo e decisivo: l’esito definitivo del procedimento penale che aveva preso le mosse dalle accuse formulate dall’amministrazione.

Harnwell spiega: «Dopo le revoca della concessione, fui sottoposto a procedimento penale sulla base delle stesse contestazioni amministrative. Quel processo si è concluso, dopo anni, con una assoluzione piena e definitiva, su richiesta della stessa Procura, perché il fatto non sussiste. Questo dato, oggi, non può essere ignorato».

Il fondatore della DHI ricorda come, nel frattempo, la sua posizione fosse stata già riconosciuta in sede amministrativa e contabile: «Il Tar del Lazio mi aveva dato ragione, così come la Corte dei Conti. Eppure, nonostante questi esiti e l’assoluzione a formula piena dal Tribunale Penale, l’amministrazione continua a sostenere che nulla possa essere rivisto, richiamando la sentenza del Consiglio di Stato che aveva ritenuto legittimo l’annullamento sulla base delle contestazioni allora esistenti. Proprio per questo oggi si pone una questione giuridica centrale: quella decisione si fondava su presupposti che successivamente sono venuti meno, alla luce di un giudicato penale definitivo. Sarà dunque il Tar a valutare se e in che misura tale mutamento fattuale debba incidere sulla tenuta dell’annullamento amministrativo.»

È qui che si concentra la sua perplessità giuridica: «Fatico a comprendere come, in uno Stato di diritto e in un paese membro dell’Unione europea, una concessione possa essere revocata attribuendo rilevanza penale a presunte dichiarazioni mendaci rese sotto autocertificazione, senza che vi sia mai stata — all’epoca — una imputazione formale, né un processo penale che accertasse tali fatti».

Harnwell sottolinea che la questione non riguarda solo il suo caso personale, ma un principio più ampio: «Se la presunzione di innocenza non viene tutelata in modo rigoroso, ne risentono anche la stabilità dei rapporti giuridici e l’affidabilità delle concessioni pubbliche. Questo non riguarda solo investitori stranieri, ma anche operatori italiani». Il prossimo 11 febbraio, dunque, non sarà solo una data cruciale per la Dhi, ma un passaggio che potrebbe chiarire se e come un giudicato penale sopravvenuto debba incidere sull’azione amministrativa.

Nel frattempo, l’idea di rilanciare il progetto culturale resta viva: «L’obiettivo è sempre stato quello di creare in Europa un centro di formazione internazionale. Auspico che possa avvenire in Italia. Ma è evidente che, in un contesto globale competitivo, altri paesi guardano a iniziative di questo tipo con grande interesse».

La vicenda Trisulti continua così a intrecciare diritto, politica e credibilità istituzionale. Sarà ora il Tar a dire se questo intreccio potrà finalmente trovare una composizione coerente con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Stando a quanto dichiarato da Benjamin Harnwell nell'incontro dei giorni scorsi a Frosinone, è ancora viva l'idea di aprire finalmente un polo mondiale di nazionalismo qui in Europa, ma se non in Italia lo faranno altrove.

“La realtà è che negli ultimi dieci anni il centro di importanza per il mondo Maga è passato dall’Italia all'Ungheria — tanti mi hanno detto che il primo ministro magiaro Victor Orbán ci accoglierebbe a braccia aperte. È stata una grande delusione per tanti vedere come Giorgia Meloni e il ministro Giuli stanno proseguendo esattamente la linea dettata da Dario Franceschini — è strano dire ma per la Dhi non c’è una singola differenza nella politica di Mibact fra Fratelli d’Italia e il Pd. Avrei pensato che alla Meloni e FdI sarebbe molto gradito ospitare un progetto come questo per massimizzare l’importanza e l’influenza dell’Italia sul palcoscenico internazionale ma la loro perdita sarà un guadagno enorme per altri.”

Bruno Gatta