INCHIESTA SPOLIAZIONE CIOCIARIA 5 - LA SANITA' ARRETRA

  • Tommaso Villa

Sette giorni d’inchiesta per ricostruire quarant’anni di industrie scomparse, enti perduti, servizi ridimensionati, promesse mancate e popolazione in fuga. Nelle puntate precedenti abbiamo attraversato le fabbriche chiuse, gli enti accorpati, le amministrazioni commissariate e il deposito delle grandi opere rimaste sulla carta. Oggi entriamo nel capitolo più delicato. Perché quando si parla di sanità non si discute soltanto di bilanci, strutture e organizzazione amministrativa. Si parla del momento nel quale una persona è più fragile, ha bisogno di una diagnosi, attende un intervento oppure cerca una risposta urgente per sé o per un familiare.

Sulla sanità è facile scivolare nella propaganda. Chi governa mostra cantieri, assunzioni e apparecchiature appena inaugurate. Chi si oppone racconta esclusivamente carenze, liste d’attesa e disservizi. Questa inchiesta proverà a fare qualcosa di diverso: riconoscere ciò che sta migliorando senza cancellare quello che la provincia ha perso.

Perché la sanità ciociara del 2026 non è immobile. Negli ultimi mesi sono stati aperti nuovi servizi territoriali, acquistate tecnologie, avviate assunzioni e riqualificati diversi reparti. Ma non è neppure possibile dimenticare che, negli ultimi quindici anni, la rete pubblica provinciale ha subito una forte contrazione. Non lo sostiene soltanto chi protesta. Lo ha scritto la stessa ASL di Frosinone, ricordando la chiusura o la riconversione di numerosi ospedali di prossimità e la riduzione dei posti letto per acuti.

Anche il quadro istituzionale deve essere ricostruito con precisione. La Regione Lazio è uscita dal commissariamento della sanità nel luglio 2020, durante la presidenza di Nicola Zingaretti, ma non è ancora formalmente uscita dal Piano di rientro avviato nel 2007. La differenza è sostanziale: il commissariamento straordinario è terminato, mentre restano i vincoli finanziari, i controlli ministeriali e una parte delle limitazioni che condizionano la programmazione e la spesa sanitaria regionale.

La Giunta guidata da Francesco Rocca rivendica di avere riportato in equilibrio i conti del Servizio sanitario regionale. Dopo il disavanzo registrato nel 2022, i risultati di gestione del 2023, del 2024 e del 2025 si sono chiusi in positivo. L’avanzo del 2025 è stato pari a 7,4 milioni di euro e, secondo la Regione, ha consolidato le condizioni economiche necessarie per ottenere l’uscita dal Piano di rientro.

Il 26 febbraio 2025 la Regione aveva trasmesso ai Ministeri competenti la richiesta di avvio dell’iter per la conclusione del Piano. Il rapporto della Ragioneria generale dello Stato pubblicato nel novembre successivo precisava, tuttavia, che la procedura doveva ancora essere attivata. Al 4 agosto 2026 non risultava pubblicato il provvedimento ministeriale conclusivo e anche gli atti regionali continuavano a richiamare il Programma operativo di prosecuzione del Piano di rientro.

Parlare di uscita già avvenuta sarebbe quindi inesatto. È più corretto descriverla come un obiettivo che la Giunta Rocca considera oggi più vicino. La ricostruzione del risanamento deve tenere conto anche di un rilevante intervento dello Stato sui conti regionali. Nell’ottobre 2025 la Conferenza Stato-Regioni ha raggiunto un’intesa, successivamente recepita dalla legge di bilancio nazionale per il 2026, per il superamento del Fondo anticipazioni di liquidità. Dal rendiconto 2025 il Fondo, quantificato per il Lazio in circa 13 miliardi di euro, non deve più essere accantonato nel risultato di amministrazione.

La nuova disciplina ha così alleggerito lo stock di debito contabilizzato dalla Regione e ha consentito di programmare un piano straordinario di investimenti stimato in circa 486 milioni di euro fino al 2030. Non si è trattato, però, di un trasferimento di 13 miliardi nelle casse regionali. Le somme derivavano dalle anticipazioni concesse in passato anche per fronteggiare i disavanzi sanitari e il pagamento dei debiti commerciali. In base al nuovo meccanismo, la Regione dovrà effettuare versamenti annuali allo Stato fino al 2051, secondo gli importi stabiliti a livello nazionale.

L’intervento ha dunque alleggerito in modo sostanziale il bilancio regionale e rafforzato la capacità di investimento, ma non coincide formalmente con l’uscita dal Piano di rientro sanitario. A questo si aggiungono oltre due miliardi di finanziamenti INAIL annunciati per la costruzione di nuovi ospedali. Anche queste risorse rappresentano un sostegno nazionale decisivo, ma riguardano gli investimenti strutturali e non sostituiscono la verifica ministeriale necessaria per concludere il Piano di rientro.

Anche la guida della ASL di Frosinone ha attraversato due fasi distinte. Dal 1° novembre 2023 l’azienda è stata amministrata dalla commissaria straordinaria Sabrina Pulvirenti. Dal 1° aprile 2025 la direzione generale è stata affidata ad Arturo Cavaliere. Gli interventi più recenti devono dunque essere valutati considerando sia la programmazione e le procedure avviate durante il commissariamento, sia la successiva gestione ordinaria guidata da Cavaliere.

Attribuire correttamente tempi e responsabilità non significa distribuire preventivamente medaglie o colpe. Significa verificare quali risultati siano stati realmente prodotti, quali progetti siano stati ereditati, quali siano stati accelerati dalla nuova direzione e quali criticità continuino a rimanere irrisolte. Perché l’equilibrio dei conti è una condizione indispensabile, ma non coincide automaticamente con il miglioramento dell’assistenza. Il cittadino non misura la sanità attraverso il bilancio regionale: la misura nella disponibilità di un medico, nei tempi di una visita, nell’apertura effettiva di un reparto e nella possibilità di essere curato senza dover lasciare la provincia.

Il punto dal quale partire è la struttura attuale della rete. La ASL di Frosinone copre 91 Comuni, distribuiti su oltre 3.200 chilometri quadrati, e al 1° gennaio 2025 assisteva 462.661 abitanti. L’offerta ospedaliera pubblica è oggi concentrata in tre presìdi: il polo unificato Frosinone-Alatri, l’ospedale Santissima Trinità di Sora e il Santa Scolastica di Cassino. Anagni, Atina, Ceccano, Ceprano, Ferentino, Isola Liri e Pontecorvo hanno perso nel tempo le tradizionali funzioni di ospedali.

Non significa che in quelle città non esista più alcun servizio sanitario. Significa che è cambiata la natura dell’assistenza offerta. Nel vecchio ospedale di Anagni sono stati inaugurati nel giugno 2026 la Casa della Comunità, un Ospedale di Comunità con venti posti letto e un punto per la somministrazione dei farmaci oncologici. A Pontecorvo sono entrati in funzione una nuova Casa della Comunità e un Ospedale di Comunità, anch’esso dotato di venti posti. Ad Alatri è stato aperto un Ospedale di Comunità con quindici posti, ricavato all’interno del San Benedetto. Ceccano dispone già di una Casa della Salute e il cantiere per il nuovo Ospedale di Comunità è stato avviato nell’aprile 2026. Dal 3 agosto è inoltre attivo un servizio di presenza medica e continuità assistenziale operativo sette giorni su sette, dalle 8 alle 20 (Non entriamo volutamente nelle vicende degli ultimi giorni).

Sono servizi importanti. Ma non sono ospedali per acuti. Un Ospedale di Comunità non è il vecchio ospedale. La distinzione non è una sottigliezza terminologica. Un Ospedale di Comunità è una struttura territoriale intermedia, destinata principalmente a pazienti fragili, cronici o dimessi da un ospedale tradizionale che necessitano ancora di assistenza infermieristica e di cure a bassa intensità. Serve a evitare ricoveri impropri, favorire le dimissioni protette e accompagnare il paziente verso il ritorno a casa. Non dispone però della complessità clinica di un ospedale per acuti. Non sostituisce un pronto soccorso, una rianimazione, una chirurgia d’urgenza, una terapia intensiva o un insieme completo di reparti specialistici.

La responsabilità clinica è organizzata intorno all’assistenza territoriale e alla medicina generale, mentre la componente infermieristica riveste un ruolo centrale. Le Case e gli Ospedali di Comunità non devono quindi essere sminuiti. In una provincia che invecchia e nella quale aumentano cronicità e non autosufficienza possono diventare fondamentali. Ma non possono essere utilizzati per sostenere che ad Anagni, Ceccano o Pontecorvo sia stato restituito il vecchio ospedale. È stata costruita una nuova rete territoriale dopo che quella ospedaliera era stata ridotta. Sono due verità che possono convivere.

La programmazione regionale 2024-2026 assegna alla provincia di Frosinone 1.479 posti letto complessivi: 1.109 per acuti e 370 per post-acuti. Nella tabella regionale, calcolata sul bacino demografico utilizzato al momento dell’approvazione del piano, il rapporto è indicato in 3,07 posti ogni mille abitanti. Applicando invece il numero dei posti programmati ai 462.661 residenti rilevati al 1° gennaio 2025, il rapporto teorico salirebbe a circa 3,20 posti ogni mille abitanti. Letto isolatamente, è un numero positivo. Ma la stessa documentazione regionale mostra la distanza storica tra i posti programmati e quelli concretamente disponibili.

La precedente programmazione prevedeva 1.433 posti letto. Nel sistema informativo sanitario, a gennaio 2023, ne risultavano censiti 1.270. Rapportando invece l’attività realmente prodotta nel 2022 alla capacità teorica dei reparti, i cosiddetti posti letto equivalenti scendevano a 1.021. Per le sole strutture pubbliche il dato equivalente era di 614. Questo significa che il problema non consiste esclusivamente nell’approvare un numero sulla carta. Un posto letto programmato diventa reale soltanto quando esistono la stanza, le attrezzature, gli infermieri, i medici, gli operatori sociosanitari, i servizi diagnostici e la possibilità concreta di ricoverare un paziente. La Regione ha previsto un aumento consistente dell’offerta. Ora occorre verificare quanti di quei 1.479 posti siano stati effettivamente attivati, con quale personale e con quale tasso di utilizzo. Fino ad allora continueremo ad avere due reti: quella programmata nei documenti e quella che il cittadino incontra quando arriva in ospedale.

La provincia dispone di tre Dipartimenti di emergenza e accettazione di primo livello: lo Spaziani di Frosinone, il Santissima Trinità di Sora e il Santa Scolastica di Cassino. Alatri mantiene un pronto soccorso ed è inserita nel polo unificato con Frosinone. Nessuno degli ospedali ciociari è però classificato come DEA di secondo livello. Un DEA di primo livello deve garantire le principali specialità e affrontare una vasta parte delle emergenze. Il secondo livello concentra invece discipline e tecnologie necessarie per i casi di maggiore complessità: neurochirurgia, cardiochirurgia, terapia intensiva specialistica, grandi traumi e reti avanzate per le patologie tempo-dipendenti.

La programmazione regionale ha scelto di elevare il Santa Maria Goretti di Latina a DEA di secondo livello, prevedendo nello stesso ospedale una Stroke Unit di secondo livello, la cardiochirurgia, la chirurgia maxillo-facciale e la chirurgia plastica. Per la provincia di Frosinone sono invece programmati il rafforzamento dello Spaziani, nuove specialità ad Alatri e Cassino e attività oncologiche e di lungodegenza nell’area Sora-Anagni.

Non è una congiura pontina. La sanità moderna concentra le alte specialità in pochi centri, perché esperienza, volumi e tecnologie possono incidere sulla sicurezza e sugli esiti delle cure. Ma la scelta produce una conseguenza territoriale evidente: la provincia di Frosinone continua a dipendere da Roma e da Latina per una parte delle emergenze e degli interventi più complessi. E una provincia che non ha autonomia sanitaria perde attrattività professionale, capacità di trattenere medici altamente specializzati e forza nei rapporti con la programmazione regionale.

La mobilità sanitaria è il termometro di questa dipendenza. Non tutta la mobilità è negativa. Un paziente può scegliere legittimamente un grande policlinico universitario o un centro specializzato per una patologia rara. Nessun sistema provinciale può offrire qualsiasi trattamento esistente. Il problema nasce quando si è costretti a partire anche per prestazioni che potrebbero essere garantite più vicino a casa.

Nel proprio Piano integrato 2026-2028, la ASL di Frosinone riconosce una significativa mobilità passiva sia all’interno del Lazio sia verso altre regioni. La componente principale è diretta verso i grandi ospedali e i policlinici romani, con un tasso indicato in circa 13,8 ricoveri ogni mille abitanti. Tra le cause viene citata esplicitamente la ricerca di alte specialità non presenti nei DEA di primo livello di Frosinone, Sora e Cassino. Per il sud della provincia pesa anche la vicinanza con la Campania.

Per molti cittadini dell’area cassinate raggiungere una struttura campana può risultare più semplice che recarsi a Frosinone o a Roma. La stessa ASL indica tra i fattori della mobilità la carenza di risorse umane, la saturazione delle strutture per acuti, l’invecchiamento della popolazione e una copertura non ancora sufficiente delle prestazioni specialistiche complesse. Il cosiddetto “viaggio della speranza” non è quindi soltanto quello verso Milano per un intervento rarissimo. È anche il viaggio quotidiano di chi deve andare a Roma per una visita, accompagnare un parente a Latina oppure cercare disponibilità fuori provincia. Ha un costo economico per il servizio sanitario. Ma ha soprattutto un costo privato: benzina, autostrada, parcheggi, giornate di lavoro perdute, familiari costretti ad accompagnare anziani e persone fragili. La distanza diventa parte della malattia.

Il punto nel quale tutte le debolezze del sistema finiscono per incontrarsi è il pronto soccorso. Quando il medico di famiglia non è disponibile, quando manca una risposta territoriale, quando una visita non si riesce a prenotare oppure una patologia cronica si aggrava, il cittadino si dirige verso l’ospedale.

  • Nel 2025 i pronto soccorso della ASL di Frosinone hanno registrato 121.572 accessi, sostanzialmente gli stessi del 2024, quando erano stati 121.434, ma oltre settemila in più rispetto ai 114.299 del 2023. Significa una media superiore ai 330 accessi ogni giorno negli ospedali di Frosinone, Alatri, Sora e Cassino. Nel dettaglio, gli accessi del 2025 comprendono 4.841 codici rossi, 22.801 arancioni, 47.829 azzurri, 44.429 verdi e 1.672 bianchi.

  • Più di tre accessi su quattro appartengono quindi ai codici azzurro, verde o bianco. Questo non significa che siano tutti accessi inutili o impropri, ma mostra quanto sul pronto soccorso finisca per scaricarsi una domanda sanitaria che dovrebbe trovare risposte anche nella medicina territoriale, nella continuità assistenziale e nella gestione delle patologie croniche.

  • Rimane più difficile aggiornare il dato relativo all’attesa per il ricovero. Nel Piano integrato di attività e organizzazione 2026-2028 la stessa ASL continua a indicare un tempo medio di 1.530 minuti, pari a oltre venticinque ore, tra le criticità capaci di spingere i pazienti verso altre strutture. Il documento, però, non pubblica un nuovo consuntivo riferito al 2025 e lo stesso valore era già presente nella programmazione regionale come media laziale riferita al 2022. È dunque un indicatore grave, richiamato ancora oggi dalla ASL, ma non può essere presentato come una misurazione provinciale aggiornata al 2025 senza la pubblicazione dei dati di dettaglio.

Un primo intervento concreto è arrivato nel giugno 2026, con l’apertura allo Spaziani di Frosinone di una nuova Holding Area di circa cinquecento metri quadrati e quindici posti letto, destinata ai pazienti che hanno già ricevuto l’indicazione al ricovero ma sono ancora in attesa di essere trasferiti in reparto. La struttura può contribuire a ridurre il sovraffollamento e la presenza di pazienti assistiti nei corridoi, ma sarà necessario verificare attraverso i dati se produrrà anche una reale riduzione dei tempi di attesa.

Questo non significa che ogni paziente attenda venticinque ore prima di essere visitato. Il dato riguarda il percorso fino al ricovero, spesso rallentato dalla mancanza di letti disponibili nei reparti. È il fenomeno del boarding: il paziente viene assistito in pronto soccorso, ma resta lì perché non esiste ancora un letto libero nell’unità alla quale dovrebbe essere trasferito. La Holding Area è una risposta concreta. Ma anche la soluzione racconta la dimensione del problema: è stato necessario costruire un reparto dedicato a chi ha già superato la prima valutazione d’urgenza e aspetta che si liberi un posto in ospedale.

La criticità più importante resta il personale. Alla fine del 2025 la ASL di Frosinone contava 4.256 dipendenti tra tempo indeterminato e determinato, in aumento rispetto ai 4.174 dell’anno precedente. Nel corso del 2025 sono state stabilizzate 84 persone, tra le quali 57 infermieri e 24 operatori sociosanitari. Il dato dimostra che le assunzioni ci sono state. Ma il Piano 2026-2028 utilizza parole molto nette: le difficoltà nel reclutamento dei medici non hanno consentito di potenziare in modo stabile aree storicamente carenti come medicina d’emergenza, anestesia e rianimazione, radiodiagnostica, ginecologia, ostetricia, pediatria, neonatologia e psichiatria.

La stessa ASL definisce la carenza diffusa di personale sanitario e sociosanitario e le difficoltà di reclutamento come problemi che hanno raggiunto «livelli preoccupanti». Nel solo 2026 sono previste 188 cessazioni, tra dirigenza e comparto, se non compensate da nuove entrate. L’azienda avverte che il mancato ricambio potrebbe produrre discontinuità nei servizi per acuti, difficoltà nei percorsi tempo-dipendenti, aumento delle liste d’attesa e ulteriore stress organizzativo. Il fabbisogno programmato per il 2026 comprende, tra gli altri, 27 anestesisti e rianimatori, 13 chirurghi generali, 153 infermieri, 39 tecnici di radiologia e 75 operatori sociosanitari. Non sono assunzioni già concluse: sono le unità che la programmazione aziendale ritiene necessarie.

Qui si gioca la vera partita. Aprire dodici Case della Comunità e sei Ospedali di Comunità senza nuove risorse umane rischierebbe di produrre una redistribuzione della scarsità: si spostano infermieri e operatori da una struttura all’altra, si scoprono reparti già in difficoltà e si inaugurano edifici che non possono funzionare a pieno regime. Una nuova struttura sanitaria è un investimento soltanto quando dispone stabilmente del personale necessario. Altrimenti è un contenitore molto elegante con il cartello “prossima apertura” appeso alla porta.

Anche sulle liste d’attesa occorre evitare le rappresentazioni assolute. La relazione sulla gestione 2025 della ASL indica un netto miglioramento dell’indice aziendale relativo al rispetto dei tempi: dall’84,8 per cento del 2024 al 96,7 per cento nel 2025, secondo il dato aggiornato al 15 dicembre. L’azienda afferma inoltre di avere quasi completato il recupero delle prestazioni arretrate. È un risultato che va riconosciuto. Ma il cittadino valuta il sistema in maniera molto semplice: prova a prenotare una visita con la priorità indicata dal medico e verifica se trova un appuntamento nei tempi previsti, a una distanza ragionevole e all’interno del servizio pubblico. Una percentuale generale può migliorare mentre alcune prestazioni continuano a essere difficili da ottenere. Per questo la trasparenza dovrebbe diventare più granulare. Non basta pubblicare un unico indice aziendale. Servirebbero dati facilmente consultabili, suddivisi per prestazione, priorità, distretto, struttura e mese. Solo così si potrebbe capire dove il problema sia stato realmente risolto e dove il cittadino continui a essere spinto verso il privato. Il vero successo non è ridurre la lista amministrativa. È impedire che una persona rinunci alla cura oppure paghi una visita perché il sistema pubblico non le offre un’alternativa nei tempi necessari.

Un’inchiesta credibile non può ignorare gli interventi recenti. Nel 2025 la ASL ha attivato la radiologia interventistica e la chirurgia vascolare, servizi destinati anche a ridurre la mobilità passiva. Nel 2026 sono state inaugurate la prima risonanza magnetica nella storia dell’ospedale di Alatri, la Holding Area dello Spaziani, le strutture territoriali di Anagni e Pontecorvo e nuovi servizi oncologici ad Anagni. Sono inoltre in corso investimenti sui pronto soccorso di Cassino e Sora. Sono segnali di una fase nuova. Sarebbe sbagliato liquidarli come propaganda o sostenere che la sanità provinciale sia ferma al 2010. Ma sarebbe ugualmente sbagliato utilizzare le inaugurazioni del 2026 per cancellare quindici anni di contrazione.

La nuova Casa della Comunità non restituisce automaticamente l’ospedale perduto. La risonanza magnetica non compensa da sola un reparto sottodimensionato. Il posto letto programmato non sostituisce quello non ancora attivo. La procedura concorsuale non equivale all’arrivo del medico in corsia. Il vero bilancio dovrà essere effettuato tra qualche anno, verificando quante strutture siano pienamente operative, quante assunzioni siano state concluse e quanta mobilità sanitaria sia stata effettivamente recuperata.

Anche sulla sanità la provincia continua a dividersi. Frosinone chiede il rafforzamento dello Spaziani. Cassino difende il Santa Scolastica. Sora rivendica il ruolo del Santissima Trinità. Alatri protegge il San Benedetto. Anagni, Ceccano e Pontecorvo chiedono il recupero delle funzioni perdute. Ogni richiesta è comprensibile. Ma nessuna provincia può costruire cinque ospedali completi, tutti dotati delle stesse alte specialità, nello spazio di pochi chilometri. Il campanilismo rischia di produrre due risultati opposti e ugualmente negativi. Da un lato, la dispersione di reparti troppo piccoli e privi di personale sufficiente. Dall’altro, la concentrazione totale fuori provincia, perché il territorio non riesce a concordare dove collocare le funzioni più complesse.

La Ciociaria dovrebbe costruire una propria gerarchia sanitaria condivisa. Un ospedale provinciale realmente forte, capace di avvicinarsi al secondo livello per alcune funzioni strategiche. Due poli di area vasta solidi a Sora e Cassino. Un presidio pienamente operativo ad Alatri. Una rete territoriale diffusa negli ex ospedali e nei distretti. Non tutti possono fare tutto. Ma tutti devono sapere quale ruolo svolgere, con quali risorse e per quale bacino di popolazione. Una simile organizzazione può migliorare l’efficienza complessiva della rete, ma deve prevedere correttivi adeguati per le aree interne. Per un residente di Filettino, ad esempio, le distanze e i tempi di percorrenza rimangono parte essenziale del diritto alla cura.

Per anni il dibattito sanitario è stato dominato dal numero dei progetti, dei posti programmati, delle delibere e dei cantieri. Dovremmo cambiare unità di misura. Quanti reparti funzionano ventiquattr’ore su ventiquattro? Quanti turni sono coperti senza ricorrere a soluzioni precarie? Quanti pazienti vengono curati in provincia invece di partire? Quanto tempo trascorre tra la richiesta e la visita? Quanti posti letto sono realmente disponibili ogni giorno? Quanti professionisti arrivano e quanti se ne vanno? Quante Case della Comunità garantiscono effettivamente gli orari e i servizi previsti?

La sanità non arretra soltanto quando si chiude un ospedale. Arretra quando un reparto resta formalmente aperto ma non dispone dei professionisti necessari. Arretra quando una diagnosi arriva troppo tardi. Arretra quando il cittadino paga privatamente una prestazione che dovrebbe ricevere dal servizio pubblico. Arretra quando un giovane medico considera Frosinone una sede provvisoria e cerca altrove il proprio futuro.

Ed è proprio da qui che partirà la prossima puntata. Perché la perdita di servizi, industria e opportunità produce una conseguenza ancora più profonda: la provincia si svuota, invecchia e perde le generazioni che dovrebbero sostenerla nei prossimi decenni. Domani, sesta puntata: “La fuga dei giovani e la provincia che si svuota”. Il calo degli abitanti, le nascite che diminuiscono, i paesi che invecchiano e il capitale umano che la Ciociaria forma per regalarlo ad altri territori.

  • Nota di aggiornamento – Quando pensavamo di aver finito la nostra inchiesta è spuntata la relazione regionale del 29 luglio 2026. Nel corso di una seduta straordinaria del Consiglio regionale dedicata alla sanità territoriale, il presidente Francesco Rocca ha presentato una serie di risultati riferiti complessivamente al Servizio sanitario del Lazio. Un elemento politico merita di essere evidenziato. Rocca non ha affidato la Sanità a un assessore distinto, ma ha mantenuto personalmente la delega, assumendo direttamente la responsabilità delle scelte compiute nel settore. In questo senso ha scelto di metterci la faccia: i risultati rivendicati dalla Regione possono essergli attribuiti direttamente, così come le criticità ancora irrisolte.

La seduta era stata richiesta dai gruppi di minoranza per verificare lo stato delle Case e degli Ospedali di Comunità. Nel corso del confronto sono state sollevate criticità riguardanti soprattutto il personale, l’effettiva operatività delle nuove strutture, l’avanzamento degli interventi finanziati dal PNRR e le differenze esistenti tra i territori. Rocca ha replicato sostenendo che il sistema sanitario regionale ha registrato miglioramenti significativi, pur riconoscendo che la strada da percorrere non è ancora conclusa.

Tra i dati rivendicati dalla Regione figura il passaggio da circa 53.000 a 57.400 dipendenti del sistema sanitario regionale, oltre a 3.650 stabilizzazioni. La differenza aritmetica tra i due valori è di circa 4.400 unità, anche se nel suo intervento Rocca ha parlato di 4.700 lavoratori in più. Il presidente ha inoltre indicato una riduzione del 48 per cento delle liste d’attesa chirurgiche, 37.000 interventi chirurgici aggiuntivi nell’ultimo anno e il recupero di oltre 1.700 posti letto equivalenti attraverso la diminuzione della durata media delle degenze e un maggiore utilizzo della capacità ospedaliera. La definizione di “posti letto equivalenti” è importante: non si tratta necessariamente di 1.700 nuovi letti fisicamente installati, ma di una maggiore capacità assistenziale ottenuta attraverso la riduzione delle giornate di degenza e un più elevato tasso di occupazione dei posti disponibili.

La Regione ha inoltre indicato una riduzione del 30 per cento del tempo trascorso tra la visita in pronto soccorso e il ricovero e del 26 per cento del tempo complessivo tra ingresso e dimissione. Per il servizio 118 sono stati riferiti il passaggio del tempo medio di intervento da 24 a 18 minuti, l’aumento delle postazioni territoriali da 172 a 195 e una riduzione di circa il 70 per cento del fenomeno del blocco delle ambulanze. Secondo quanto dichiarato da Rocca, i pazienti oncologici in attesa di trattamento sarebbero passati da oltre 5.000, registrati al momento del suo insediamento, a 269. Lo stesso presidente ha definito i casi ancora in attesa una ferita aperta, riconoscendo che il sistema non riesce ancora a garantire a tutti una risposta nei tempi appropriati.

Rocca ha inoltre riferito che 105 Case della Comunità già operative rispettano i nove requisiti obbligatori considerati nel monitoraggio, sui tredici complessivamente previsti. Ha tuttavia riconosciuto la necessità di aumentare il personale presente nelle strutture. Il rispetto dei requisiti formali non equivale quindi necessariamente alla completa disponibilità di tutti i professionisti, degli orari e dei servizi previsti dal modello definitivo. Nello stesso intervento è stata annunciata una nuova apparecchiatura PET destinata all’ospedale Santissima Trinità di Sora. Mentre per la PET di Viterbo è stata indicata l’apertura nel mese di dicembre, per quella di Sora non è stata comunicata una data precisa di entrata in funzione.

I risultati presentati da Rocca sono stati successivamente rilanciati anche da Alessia Savo, consigliera regionale eletta nel collegio di Frosinone e presidente della VII Commissione “Sanità, politiche sociali, integrazione sociosanitaria e welfare”. Savo ha sostenuto che i numeri confermano il lavoro svolto dalla Regione e ha richiamato in particolare i dati AGENAS sulle liste d’attesa. La sua è una valutazione politica autorevole per il ruolo istituzionale ricoperto, che deve però essere distinta dalla certificazione tecnica dei singoli indicatori.

Il primo Bollettino AGENAS relativo al primo semestre 2026 indica che nel Lazio il 91,6 per cento delle prime visite specialistiche e l’89,7 per cento degli esami diagnostici prenotati sono stati erogati entro i tempi massimi previsti. Sono percentuali superiori alle medie nazionali, pari rispettivamente al 78,5 e all’84,6 per cento. Gli stessi dati mostrano però un leggero arretramento rispetto al primo semestre del 2025: il rispetto dei tempi per le prime visite è passato dal 94,6 al 91,6 per cento, mentre per gli esami diagnostici è sceso dal 90,5 all’89,7 per cento. Il Lazio conserva quindi una posizione superiore alla media nazionale, ma non registra un miglioramento rispetto all’anno precedente. Questi risultati rappresentano un elemento rilevante e devono essere riconosciuti.

Si tratta tuttavia di indicatori regionali complessivi, che non possono essere automaticamente attribuiti in eguale misura a ogni singola ASL o ospedale. Per valutare l’effetto reale sulla provincia di Frosinone saranno necessari dati territoriali disaggregati relativi ai posti letto effettivamente attivi, al personale presente nei reparti, ai tempi registrati nei singoli pronto soccorso, alle prestazioni concretamente disponibili e alla mobilità sanitaria dei residenti.