STORIA - DOGANE, CIPPI E POSTI DI GUARDIA
- Tommaso Villa
Nella puntata precedente abbiamo ricostruito dove correva l'antica frontiera che attraversava anche l'attuale provincia di Frosinone. Ma una linea sulla carta dice poco di quello che significava viverci accanto. Prendiamo Arce e Ceprano. Oggi basta percorrere pochi chilometri. Nell'Ottocento significava passare dallo Stato Pontificio al Regno delle Due Sicilie. Arce apparteneva alla Terra di Lavoro borbonica. Ceprano era pontificia.
E nel mezzo c'era la dogana. Nel territorio di Arce, con il riordino del 1824, furono istituite due dogane di seconda classe: Isoletta e Collenoci. Nel 1831 quella di Collenoci venne trasferita a Borgo Murata, trasformata in dogana di prima classe, mentre a Collenoci rimase un ufficio nel quale si effettuavano i primi controlli e venivano presentate le dichiarazioni sulle merci.
Non si poteva quindi scegliere liberamente una mulattiera e attraversare il confine dove faceva più comodo. Le merci introdotte via terra dovevano seguire itinerari stabiliti verso i posti di frontiera. Un carico trovato fuori da quelle strade e privo della documentazione prescritta poteva essere considerato merce di contrabbando. La frontiera non era una linea immaginaria. Condizionava il modo stesso di viaggiare.
La dogana aveva innanzitutto una funzione economica. Il Regno delle Due Sicilie applicava dazi alle merci importate, esportate o semplicemente in transito. Alcuni avevano finalità fiscali, altri servivano a proteggere le produzioni interne dalla concorrenza straniera. Le dogane erano classificate anche in base alle operazioni che potevano svolgere. Finché ad Arce non venne istituita la dogana di prima classe di Borgo Murata, dalla frontiera pontificia potevano essere introdotte attraverso le dogane di seconda classe soltanto determinate categorie di merci entro determinati limiti. Cereali, legumi, farine, olio, vino e altri generi alimentari seguivano invece regimi differenti. Ma ogni differenza di prezzo o di tassazione fra due Stati produce inevitabilmente anche un'altra economia. Quella clandestina.
Il contrabbando accompagnò per lungo tempo la vita delle popolazioni di frontiera. Il tabacco, in particolare, fu uno dei prodotti interessati dai traffici illeciti lungo il confine meridionale dello Stato Pontificio. Studi sulla legislazione e sull'economia pontificia documentano come proprio le differenze fiscali fra i due Stati alimentassero questi traffici. E per il contrabbandiere una montagna, un bosco o un sentiero secondario valevano più di una strada. La stessa geografia che per gli Stati rappresentava un problema diventava un'opportunità per chi voleva evitare la dogana.
Naturalmente i doganieri non lavoravano da soli. Nel sistema borbonico il servizio doganale veniva svolto da personale civile affiancato da corpi armati incaricati di sorvegliare la frontiera e contrastare il contrabbando. La necessità di utilizzare reparti con caratteristiche militari per la difesa fiscale era comune agli Stati italiani dell'epoca. Ad Arce la documentazione locale individua un posto di guardia nei pressi dell'attuale cimitero e un altro posto di vigilanza a Campostefano. La frontiera poteva quindi apparire molto concretamente davanti al viaggiatore: una dogana; un funzionario; una guardia; la richiesta dei documenti; il controllo del carico; poi il passaggio nell'altro Stato. E qualche volta quel posto di frontiera diventava anche teatro della grande storia.
Il 27 maggio 1849, proprio nei pressi della dogana di Collenoci, circa 114 uomini della Guardia urbana di Arce, guidati da Nicola Grossi, si scontrarono con le forze di Giuseppe Garibaldi che, provenienti dal territorio della Repubblica Romana, avevano attraversato il confine entrando nel Regno delle Due Sicilie. Per qualche ora quella che normalmente serviva a controllare merci e viaggiatori diventò una vera linea militare.
C'era poi un problema ancora più difficile da controllare. La frontiera offriva una via di fuga. Chi conosceva montagne, valloni e sentieri poteva attraversare rapidamente da una giurisdizione all'altra. Contrabbandieri e bande armate sfruttavano proprio questa caratteristica. Il fenomeno diventerà particolarmente evidente dopo il 1860, quando l'antico confine borbonico-pontificio si trasformerà nella frontiera fra il nuovo Regno d'Italia e lo Stato Pontificio. Il territorio fra Sora, Veroli e la frontiera montana diventerà uno degli scenari del brigantaggio e degli sconfinamenti. La storiografia sul brigantaggio di confine sottolinea proprio quanto il passaggio da uno Stato all'altro complicasse l'attività delle autorità. È interessante perché dimostra una cosa. Il confine del 1840 sopravvisse alla fine dei Borbone. Dopo il 1861 cambiò soltanto lo Stato che si trovava da una delle due parti. Da un lato non c'erano più i Borbone, ma l'Italia. Dall'altro continuava ad esserci il Papa. E quelle stesse strade, quelle stesse montagne e quegli stessi passaggi continuarono a essere sorvegliati.
Poi c'erano loro: I cippi. La Convenzione del 26 settembre 1840 aveva finalmente stabilito la linea fra i due Stati dopo secoli di controversie. Fra il novembre 1846 e il settembre 1847 la frontiera venne materializzata sul terreno attraverso centinaia di colonnette. Dai verbali risultano 686 punti di confine. Sul lato rivolto verso il Regno comparivano il giglio borbonico e il numero progressivo; sul lato pontificio le chiavi di San Pietro e l'anno di posa. Sulla sommità una linea indicava inoltre la direzione verso i termini confinari precedente e successivo. Nella zona di Arce, fra il territorio borbonico e quello pontificio di Ceprano, furono collocate 14 colonnette, dal numero 138 al numero 150. Non erano semplici segnali. Avevano valore politico e giuridico. Da un lato iniziava la sovranità di un re. Dall'altro quella del Papa.
Ma cosa accadeva se qualcuno spostava il cippo? Ed eccoci al particolare forse più affascinante dell'intera storia. Il problema era stato previsto. Un cippo poteva essere abbattuto. Poteva essere divelto. Poteva scomparire. E poteva anche essere manomesso. Per questo i due Stati non affidarono la certezza del confine soltanto alla pietra visibile. Sotto terra lasciarono un testimone. La documentazione studiata da Tullio Aebischer mostra che sotto la base dei termini veniva collocata una medaglia di ferro fuso, inserita in una scatola di legno e murata nel terreno. Le disposizioni dell'epoca spiegavano perfettamente lo scopo: serviva ad assicurare la memoria dell'esatto punto nel quale era stato stabilito il confine. Sulla medaglia erano rappresentati gli emblemi dei due Stati e una scritta ricordava che quel segno indicava la linea stabilita con il trattato del 1840. Il sistema era sorprendentemente sofisticato. La pietra si vedeva. La prova rimaneva nascosta sotto di essa. Secondo lo studio dei verbali, per 675 termini è espressamente documentata la deposizione della medaglia e il numero effettivo potrebbe essere arrivato a circa 679; in alcuni punti particolari — ad esempio dove il confine era inciso direttamente nella roccia o su altri manufatti — non era materialmente possibile collocarla. E non si trattava di un problema teorico. Lo stesso studio parla di termini divelti o fatti scomparire e documenta che nel 1854 alcuni comuni frontalieri della Terra di Lavoro disponevano persino di medaglie di riserva per poter affrontare rapidamente le non infrequenti scomparse di quelle già deposte.
Non possiamo naturalmente affermare che ogni cippo scomparso fosse stato deliberatamente spostato per conquistare qualche metro di territorio. Ma possiamo affermare una cosa molto più interessante: i due Stati avevano costruito il sistema di demarcazione sapendo che i termini potevano essere manomessi. E avevano previsto come ritrovare il punto originale. Il cippo poteva sparire, il confine no. C'era un'ulteriore garanzia. La Convenzione stabiliva anche ricognizioni periodiche della linea confinaria. L'articolo 9 prevedeva una verifica generale del confine e dei suoi termini ogni cinque anni. Quando venivano collocati i cippi partecipavano inoltre gli “indicatori”, uomini del posto scelti proprio perché conoscevano esattamente l'andamento della frontiera. Case, pozzi, chiese, corsi d'acqua, ruderi e altri punti fissi venivano annotati nei verbali. La pietra era quindi soltanto uno degli elementi di un sistema molto più complesso. La frontiera veniva descritta, misurata, verbalizzata, segnata sul terreno. E infine protetta da una prova nascosta sotto terra.
È difficile oggi immaginare tutto questo. Ceprano, Arce, Isoletta, Sora, Veroli e gli altri territori coinvolti appartengono alla stessa provincia. Le strade non hanno più posti di guardia. Il Liri non divide più due Stati. E molte delle vecchie dogane hanno perduto la loro funzione. Ma per generazioni di persone quella frontiera influenzò il commercio, il lavoro, i percorsi, il prezzo delle merci e persino il modo di muoversi da un paese all'altro. C'erano vie consentite e sentieri clandestini, doganieri e contrabbandieri.
Un giglio da una parte; due chiavi dall'altra e sotto una colonna di pietra, una medaglia sepolta affinché nessuno potesse cancellare completamente il punto in cui finiva uno Stato e ne cominciava un altro. Poi arrivò l'Unità d'Italia. Il vecchio confine politico scomparve definitivamente nel 1870. Ma ancora per decenni quei territori continuarono a essere amministrativamente separati: Isola del Liri e Sora nella Terra di Lavoro, Frosinone nell'ex territorio pontificio confluito nella Provincia di Roma. Bisognerà arrivare al 1927 perché quelle due storie vengano finalmente riunite sotto un'unica amministrazione. Ed è da lì che partirà l'ultima puntata. Quando due terre, un tempo divise da dogane, guardie e cippi, diventarono la Provincia di Frosinone.
Tra qualche giorno la quinta ed ultima puntata: 1927 nasce la provincia di Frosinone.